Machiavelli

machiavelli
da Storia della filosofia occidentale di Bertrand Russell.

Capitolo 3 (Rinascimento), parte prima, primo libro. Leggete e ditemi se non vi fa venire in mente nulla.

Anche se sono tentato, non evidenzierò nessuna parte, perché sono sicuro che le persone intelligenti sapranno capire correttamente tutto quello che c’è scritto e trarre le logiche conclusioni.

[…] Tentiamo di fare una sintesi (che Machiavelli non fece) tra le parti «morali» e quelle «immorali» della sua dottrina. In ciò che segue, non esprimerò mie opinioni, ma, esplicitamente o implicitamente, le sue.
     Esistono determinati beni politici, tre dei quali sono particolarmente importanti: indipendenza nazionale, sicurezza, e costituzione ben ordinata. La miglior costituzione è quella che ripartisce i diritti legali tra principe, nobili e popolo in proporzione con il loro reale potere, perché sotto una simile costituzione è difficile che le rivoluzioni riescano, e quindi è possibile la stabilità; ma appunto per la stabilità, sarebbe saggio dare un maggior potere al popolo. Questo riguardo ai fini.
     Ma c’è anche, in politica, la questione dei mezzi. È perfettamente inutile perseguire uno scopo politico con metodi destinati a fallire; se riteniamo buono un certo fine, dobbiamo scegliere i mezzi adeguati al suo raggiungimento. La questione dei mezzi può esser trattata in maniera puramente scientifica, senza tenere in considerazione la bontà o l’iniquità degli scopi. «Successo» significa raggiungimento dei nostri obiettivi, quali che possano essere. Se esiste una scienza del successo, questa può essere studiata altrettanto bene attraverso i successi dei malvagi che attraverso quelli dei buoni; meglio, anzi, dato che gli esempi dei cattivi che hanno avuto successo sono molto più numerosi di quelli dei santi. Ma la scienza del successo, una volta codificata, sarà utile al santo come al peccatore. Infatti il santo, se si occupa di politica, deve desiderare, proprio come fa il peccatore, di raggiungere il successo.
     Si tratta in ultima analisi d’una questione di forza. Per raggiungere un certo obiettivo politico è necessaria, in un modo o nell’altro, la forza. Questo semplice fatto è occultato da slogan come «il diritto prevarrà» o «il trionfo del male è di breve durata». Se prevale il partito che tu pensi abbia ragione, ciò accade perché ha una forza superiore. È vero però che la forza dipende spesso dall’opinione pubblica, e l’opinione pubblica dalla propaganda; ed è vero anche che nella propaganda è un vantaggio sembrare più virtuoso dell’avversario, e che uno dei modi di sembrar virtuoso è di
essere virtuoso. Per questa ragione può accadere talvolta che la vittoria vada a quel partito che maggiormente pratica quella che il pubblico chiama «virtù». Dobbiamo concedere a Machiavelli che quest’elemento ebbe il suo peso nell’incremento del potere papale durante i secoli XI, XII e XIII, nonché il successo della Riforma nel XVI secolo. Ma ci sono importanti limitazioni. In primo luogo, coloro che hanno raggiunto il potere possono, controllando la propaganda, far sì che il loro partito appaia virtuoso; nessuno, per esempio, potrebbe denunciare le colpe di Alessandro IV in una scuola pubblica di New York o di Boston. In secondo luogo, ci sono dei periodi caotici, in cui spesso ha successo anche un’evidente impostura; il periodo di Machiavelli era uno di questi. In tempi simili, il cinismo si diffonde rapidamente, e fa sì che gli uomini dimentichino tutto purché vi trovino un tornaconto. Anche in periodi del genere, come dice Machiavelli stesso, è opportuno mostrare un’apparenza virtuosa davanti al pubblico ignorante.
     Si può fare un altro passo innanzi. Machiavelli è d’opinione che gli uomini civili siano, quasi senza eccezione, degli egoisti senza scrupoli. Se uno desiderasse costituire una repubblica, egli dice, gli riuscirebbe più facile con dei montanari che con degli abitanti d’una grande città, dato che questi ultimi sono già corrotti.
1 Se uno è un egoista senza scrupoli, la scelta della più saggia linea di condotta dipenderà, per lui, dalla popolazione con cui ha a che fare. La Chiesa del Rinascimento scandalizzò tutti, ma fu solo a nord delle Alpi che scandalizzò tanto da provocare la Riforma. Al tempo in cui Lutero cominciò la sua rivolta, le entrate del Papato erano probabilmente maggiori di quel che sarebbero state se Alessandro IV e Giulio II fossero stati più virtuosi, e, se questo è vero, lo è a causa del cinismo regnante nell’Italia rinascimentale. Ne consegue che i politici si comporteranno meglio quando si appoggeranno su una popolazione virtuosa che non quando si appoggeranno su gente indifferente a qualsiasi considerazione morale; essi si comporteranno anche meglio in una comunità in cui i loro crimini (se ce ne sono) possano venir resi noti a tutti, che non in una comunità in cui esista una rigorosa censura sottoposta al loro controllo. Un certo margine, s’intende, bisognerà lasciarlo all’ipocrisia, ma tale margine può essere di molto diminuito con opportune istituzioni.
     Il pensiero politico di Machiavelli, come quello della maggior parte degli antichi, è, sotto certi aspetti, alquanto superficiale. Si occupa dei grandi legislatori, come
Licurgo e Solone, quasi che essi avessero creato una comunità tutto d’un tratto, senza tenere conto di ciò che era successo prima. La concezione di una comunità come di qualcosa d’organico che va sviluppandosi e su cui gli statisti possono influire solo entro certi limiti, è per lo più moderna ed è stata grandemente rafforzata dalla teoria evoluzionistica. Questa concezione non si trova in Machiavelli più che in Platone.
     Si potrebbe sostenere, però, che il punto di vista evoluzionistico intorno alla società, vero in passato, non sia più auspicabile, e debba per il presente e per il futuro esser sostituito da un punto di vista più meccanicistico. In Russia e in Germania sono state create nuove società, in maniera del tutto analoga a quella in cui si suppone che il mitico Licurgo abbia creato la costituzione spartana. L’antico legislatore è un mito felice; il legislatore moderno è una terrificante realtà. Il mondo è divenuto più simile a quello di Machiavelli di quanto non lo fosse in passato, e l’uomo moderno, prima di rifiutare la sua filosofia, deve pensarci meglio che nel XIX secolo.

  1. Curiosa questa anticipazione di Rousseau. Sarebbe divertente, e non del tutto assurdo, interpretare Machiavelli come un romantico disilluso.
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Come risolsero la questione dell'incarnazione

da Storia della filosofia occidentale di Bertrand Russell.

Uno stralcio del capitolo 5 (Quinto e sesto secolo), parte prima, secondo libro. Come fu decisa la natura di Cristo e come fu assassinata Ipazia.
La storia di Ipazia, è raccontata nel film Agorà di Alejandro Amenábar, di prossima (si spera) uscita.

Il V secolo fu il secolo delle invasioni barbariche e della caduta dell’Impero d’Occidente. Dopo la morte di Agostino nel 430, si ebbe scarsa attività filosofica; ci fu un secolo di distruzioni, che servì però ampiamente a definire le linee secondo le quali l’Europa era destinata a svilupparsi. […] Il governo imperiale venne a cessare, […] si tornò a vivere in un ambito strettamente locale dal punto di vista sia politico sia economico. Un’autorità centrale rimase soltanto nella Chiesa, ed anche qui con grandi difficoltà. […]
     Durante questo periodo di confusione, la Chiesa fu turbata da una complessa controversia intorno all’Incarnazione. I protagonisti del dibattito furono due ecclesiastici,
Cirillo e Nestorio, dei quali, più o meno per caso, il primo fu proclamato santo ed il secondo eretico. San Cirillo fu patriarca di Alessandria dal 412 circa fino alla sua morte nel 444; Nestorio era patriarca di Costantinopoli. La questione dibattuta era il rapporto tra la divinità di Cristo e la sua umanità. C’erano due Persone, una umana e una divina? Questa era la opinione sostenuta da Nestorio. Altrimenti, c’era una sola natura o ce n’erano due in una persona, una natura umana ed una natura divina? La controversia dette origine, nel V secolo, a passioni ed ire in misura quasi incredibile. «Una segreta ed incurabile discordia era venuta a crearsi tra coloro che più temevano che si confondessero la divinità e l’umanità del Cristo e coloro che più si preoccupavano che si separassero».
     San Cirillo, il difensore dell’unità, era un uomo dallo zelo fanatico. Approfittò della sua posizione di patriarca per incitare ai
pogrom contro la vastissima colonia ebraica di Alessandria. Il suo principale titolo di notorietà è il linciaggio di Ipazia, una donna di gran riguardo che, in un’epoca bigotta, aderiva alla filosofia neoplatonica e dedicava le sue facoltà intellettuali alla matematica. Ella venne «tratta giù dalla sua carrozza, denudata, trascinata fino alla Chiesa e inumanamente macellata per mano di Pietro il Lettore e di una folla di fanatici selvaggi e spietati: la sua carne fu strappata dalle ossa con taglienti conchiglie d’ostrica, e le sue membra, che ancora si agitavano, furono gettate alle fiamme. Il dovuto corso dell’inchiesta e della punizione fu arrestato mediante doni tempestivi». Dopo di che, Alessandria non fu più turbata dai filosofi.
     San Cirillo fu addolorato di apprendere che Costantinopoli veniva portata fuori strada dagli insegnamenti del patriarca Nestorio, il quale sosteneva che ci fossero due persone in Cristo, una umana ed una divina. Su questa base, Nestorio si opponeva al nuovo uso di chiamare la Vergine, «Madre di Dio»; secondo Nestorio, ella era soltanto la madre di una persona umana, mentre la persona divina, che era Dio, non aveva madre. Su questo problema la Chiesa era divisa:
grosso modo, i vescovi ad est di Suez appoggiavano Nestorio, mentre quelli ad ovest di Suez erano favorevoli a San Cirillo. Si stabilì di convocare un Concilio ad Efeso nel 431, per definire la questione. I vescovi occidentali arrivarono per primi, e procedettero a chiudere le porte in faccia ai ritardatari, decidendo in gran fretta per San Cirillo, che presiedeva. «Questa baraonda episcopale, alla distanza di tredici secoli, assume il venerabile appellativo di Terzo Concilio Ecumenico.».
     Come risultato di questo Concilio, Nestorio fu condannato come eretico. Non ritrattò, ma divenne il fondatore della setta nestoriana, che ebbe largo seguito in
Siria ed in tutto l’Oriente. Alcuni secoli più tardi il nestorianesimo era così forte in Cina che sembrò destinato a divenire la religione definitiva del paese. Dei nestoriani furono trovati in India dai missionari spagnoli e portoghesi nel XVI secolo. La persecuzione contro i nestoriani da parte del governo cattolico di Costantinopoli ebbe il risultato di provocare un malcontento che favorì i maomettani nella loro conquista della Siria.
     La lingua di Nestorio, che con la sua eloquenza aveva sedotto tanti uomini, fu mangiata dai vermi; almeno così ci assicurano.
     Efeso aveva imparato a sostituire
Artemide con la Vergine, ma aveva ancora lo stesso zelo intemperante per la sua dea, come al tempo di San Paolo. Si diceva che la Vergine fosse seppellita appunto ad Efeso. Nel 449, dopo la morte di San Cirillo, un sinodo ad Efeso tentò di spingere oltre il trionfo e cadde quasi nell’eresia opposta a quella di Nestorio; si tratta dell’eresia monofisita, la quale sostiene che Cristo abbia soltanto una natura. Se San Cirillo fosse stato ancora vivo, avrebbe certamente sostenuta questa opinione e sarebbe divenuto eretico. L’imperatore appoggiò il sinodo, ma il Papa lo sconfessò. Infine papa Leone, lo stesso papa che distolse Attila dall’attaccare Roma, nell’anno della battaglia di Châlons, promosse la convocazione di un Concilio ecumenico a Calcedonia nel 451, che condannò i monofisiti e stabilì finalmente la dottrina ortodossa dell’Incarnazione. Il Concilio di Efeso aveva stabilito che c’è una sola Persona in Cristo, ma il concilio di Calcedonia stabilì che due sono le sue nature, una umana e una divina. L’influenza del Papa fu decisiva nell’assicurare questa decisione.
     I monofisiti, come i nestoriani, rifiutarono di sottomettersi. L’Egitto, quasi come un sol uomo, adottò l’eresia monofisita, che si sparse lungo il Nilo e fino all’
Abissinia. L’eresia degli Abissini fu addotta da Mussolini come uno dei motivi per conquistarli. L’eresia dell’Egitto, come l’opposta eresia della Siria, facilitò la conquista araba.[…]
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Syd Mead

Immagine 1
Segnalo questa bellissima intervista a Syd Mead, famoso illustratore di fantascienza, conosciuto per il design di Alien, Blade Runner, Tron, Corto Circuito, Strange Days e molto altro.
L’intervista è curata da un sito croato di utenti Mac. La prima parte dell’intervista infatti, parlerà di questo.
È dalla seconda parte però, che le cose si faranno molto più interessanti, ovvero quando Mead inizierà a parlare di futuro e, soprattutto, di intelligenza artificiale. :-)

Syd Mead: It is going to be a swell ride, folks!

Back in the renaissance Leonardo da Vinci was considered to be at least a century ahead of his time. Today, such visionary is Syd Mead. Syd's influential work forged the modern idea of the future. He is a living legend amongst designers, an artist, a futurist, conceptual and industrial designer extraordinaire. True science fiction movie fans need no introduction to this man. Syd Mead's talent is behind such Sci Fi classics as Blade Runner, Tron, Aliens, Short Circuit, Time Cop, Strange Days, Mission to Mars, 2010 Odyssey and many others. He has set the standards for modern futuristic design. His fruitful creations influenced generations of concept artists and designers. He has been called a 'visual futurist' and his work is among the best of the best. Of course, you've guessed it - Syd Mead is a Mac user too! :-)
In this interview we've covered both - the small talk about simple things like software and hardware he uses to create, but also the most fundamental questions like human consciousness, artificial intelligence and where we are heading as a civilization...

Continua sul sito originale…
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Atene, 429 a.C. - La democrazia

pericles
Il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi: per questo è detto democrazia.
Le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti1 nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo stato,
non come un atto di privilegio, ma come una ricompensa, al merito2, e la povertà non costituisce un impedimento.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e
non infastidiamo mai il nostro prossimo, se preferisce vivere a modo suo3.
Ci è stato insegnato di
rispettare i magistrati4 e le leggi, e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevano offesa.
E ci è stato anche insegnato di
rispettare quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede solo nell’universale sentimento di ciò che é giusto e di buon senso5.
La nostra città è aperta al mondo; noi non cacciamo mai uno straniero
6.
Noi siamo liberi di vivere come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese
non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private7.
Un uomo che non si interessa allo Stato non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché soltanto pochi siano in grado di dar vita a una politica, noi tutti siamo in grado di giudicarla8.
N
on consideriamo la discussione come un ostacolo sulla strada dell’azione politica9.
Crediamo che la felicita sia il frutto della libertà e
la libertà sia il frutto del valore10.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in se una felice versatilità10, la prontezza a fronteggiare le situazioni e la fiducia in se stesso.

Pericle, citato da Tucidide in La guerra del Peloponneso II, 37-41

Atene, 429 a.C.

Ora osservate le parti evidenziate e fate un confronto, ad una ad una, con la nostra attuale situazione italiana:
  1. Immunità parlamentari di vario genere.
  2. Privilegi parlamentari e modo di scegliere i deputati ed i ministri.
  3. Discriminazioni verso gay, donne e persone di religione diversa o liberi pensatori (ossia atei ed agnostici).
  4. Mancanza di rispetto per i magistrati nelle dichiarazioni pubbliche dei nostri politici, azioni mirate a rendere difficile il lavoro della giustizia.
  5. L’uso della ragione e del buon senso come priorità rispetto ai dettami del proprio partito o delle gerarchie religiose, che a molti spesso manca.
  6. Leggi sull'immigrazione che non fanno distinzione fra immigrati con precedenti criminali, rifugiati politici, gente che fugge da paesi con governi violenti e repressivi, persone povere in cerca di una vita migliore.
  7. Conflitti d'interessi, leggi "ad personam".
  8. Il generale disinteresse dei cittadini verso le questioni politiche. Per molti il proprio interesse politico si riduce al solo gesto del voto, a semplici sentimenti di simpatia/antipatia verso tale politico o partito o a sentimenti di fede fanatica, che nascono per evitare il peso di doversi interessare ed informare, limitandosi invece a scegliere da un insieme di idee già pronte. Democrazia, non è la possibilità di scegliere fra l’opzione A, B o C, ma avere anche i mezzi per inventare una opzione D e poterla promuovere al pari di quelle già esistenti.
  9. Chiusura ed incapacità di dialogo e di ascoltare le opinioni opposte capendole. Rifiuto del dialogo.
  10. Incapacità di capire che la libertà non è data, non è un dono, ma una condizione che si sviluppa dal miglioramento di sé stessi e dalla conoscenza. Senza di questo non si può dire di essere liberi, perché se non si conoscono le molteplici sfaccettature del mondo non si è in grado di distinguere fra la vera libertà e ciò che altri ci dicono esserlo. Ed è questa la “felice versatilità” di cui parla. Essere sempre in grado di mettersi in discussione e mai dare nulla per scontato. Che sia la conoscenza, che siano gli insegnamenti della tradizione, che siano i dogmi ed i dettami religiosi.

Se questo discorso di Pericle, colui che ha “inventato” la democrazia, descrive il prototipo di una società democratica, ebbene, noi allora non stiamo vivendo in una democrazia.

NB: Per completezza, devo riportare anche che ad Atene, come praticamente ovunque allora, era ancora praticata la schiavitù, e che schiavi e donne non potevano partecipare alla democrazia. Questo non deve sminuire però l’idea, credo condivisa da tutti e riportata chiaramente nel discorso di Pericle, di cosa sia una democrazia. Per altre cose, la democrazia di Atene era addirittura superiore a qualunque democrazia contemporanea.
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Il capo e quello che può fare

GengisKhan2
Riporto un intervento molto interessante da it.discussioni.psicologia.
La discussione parte dalle note vicende recenti di cronaca che coinvolgono il presidente del consiglio italiano.

M.S.
Non so se seguite quello che sta accadendo a Berlusconi, le inchieste su Noemi Letizia, Villa Certosa e sulle ragazze di Bari. Pensavo inizialmente che anche queste, come tutte quelle prima, finissero nel dimenticatoio, liquidate come "faccenda privata" anche se non è vero, e ricordate solo da chi, come me, ancora si incavola per le porcate.

Invece sembra che stavolta B sia più in difficoltà del solito. Addirittura ci sono voci di un governo Draghi (perché? boh).

Ho capito, anche se i "destri" che conosco guardano e tacciono, che anche loro sono colpiti da queste faccende, e mi sembra (sembra!) che non siano disposti a passarci sopra come hanno fatto con la corruzione e tutte le accuse giudiziarie.

Ma PERCHE'?

Avrei pensato che una cosa del genere venisse ignorata facilmente da chi è passato sopra a ben altro, invece questo fatto sta incrinando l'immagine di B in un modo che nessun giudice e nessun giornalista è mai riuscito a fare, per quante prove e testimonianze abbiano raccolto. I giornali ci scrivono sopra da un mesetto, pure quelli "di destra", anche se meno, e non accennano a smettere. Insomma questa è una notizia "che non passa di moda" come invece passavano rapidamente di moda le inchieste giudiziarie.

So che ci sono regole, che c'è un patto sottinteso, tacito, che lega "il Capo" (non B in particolare, ma proprio ogni capo in ogni ambiente) e chi lo segue. E che quindi ci sono cose che il Capo può fare, cose che il Capo non può fare e cose che il Capo *non deve mai* fare.

E pare proprio che il patto fra B e "i suoi", incredibilmente almeno per me, comprende il comandamento "non trombare con le veline"...???

Qualcuno ha una spiegazione un pò meno grezza di questa cosa? Perché questo fatto è così importante per i "destri"?
1) Moralismo veterocattolico?
2) Invidia? (non ci va che tu trombi chi ti pare e noi no?)
3) Nostalgia per l'italia anni '40-'50?

boh...


Riporto ora questo intervento, che mi è particolarmente piaciuto.

V.D.P.
> [cut]
> So che ci sono regole, che c'è un patto sottinteso, tacito, che lega "il Capo" e chi lo segue.


Proprio così: è ciò che tu hai sintetizzato nel subject con le parole <<Il capo e quello che può fare>>.

> E che quindi ci sono cose che il Capo può fare, cose che il Capo non può fare e cose che il Capo *non deve mai* fare.

Proprio così: ciò, perchè (imho????) il Capo *deve* incarnare le qualità etiche del gruppo che conduce; ciò, persino indipendentemente dalla eventuale opinabilità delle "qualità" di quella Etica da parte di chi abbia un'Etica diversa .
Ciò significa -"per es."- che il Capo dei "barbari Mongoli del Sec.XII" *doveva necessariamente* essere come fu Gengis Kan: sanguinario, vendicativo, spietato, predatorio, "efficientissimo" nelle guerre di conquista.
[ ... che -voglio dire *se* posso- è quasi la stessa Etica di un certo <<iper-liberismo>> attuale ... ma naturalmente "non c'entra"! ]

Se Gengis Kan non si fosse dimostrato alla "altezza" di tali esigenze (che erano la Etica dei Mongoli del XII Secolo ...) ... "avrebbe perso la faccia".
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Il saggio Bertrand Russell

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«Nello studiare un filosofo l’atteggiamento giusto non è né di reverenza né di disprezzo, bensì prima una specie di ipotetica adesione perché sia possibile capire ciò che egli sente, e credere nelle sue teorie, e dopo un risveglio dell’atteggiamento critico il più possibile simile allo stato d’animo d’una persona che sta abbandonando le opinioni che fino allora ha sostenuto. Il disprezzo ostacola la prima parte di questo processo e la reverenza la seconda. Due cose bisogna ricordare: che un uomo, le cui opinioni e teorie son degne di essere studiate, si può presumere abbia posseduto una certa intelligenza; e che d’altra parte è probabile che nessuno sia mai arrivato alla verità completa e definitiva su un soggetto qualsiasi. Quando un uomo intelligente esprime un punto di vista che ci sembra evidentemente assurdo, non dobbiamo tentare di dimostrare che in qualche modo la cosa è vera, ma dovremo provare a capire come mai sia successo che a lui sia sembrata vera. Questo esercizio della fantasia storica e psicologica allarga subito il campo del nostro pensiero, e ci aiuta a comprendere quanto sciocchi sembreranno molti dei nostri pregiudizi che ci sono cari ad un’età di diversa forma mentis

da Storia della filosofia occidentale
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Aretè

Aggiornato: 23 maggio 2009

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Ciò che mi piace di più dell'idea dell'aretè, è la sua dinamicità: che sia un ideale in continuo mutamento. Lo scopo non è semplicemente portare a compimento una particolare azione, oppure arrivare in una determinata situazione, ma il continuare a perseverare per mantenersi eccellenti. Perché il semplice compimento di un'azione o l'arrivo in una data situazione, sono delle cose che non hanno valore assoluto nel tempo.
Tutto muta in continuazione, quindi, qualsiasi cosa rimanga statica, è destinata a perdere di valore.
Al contrario, ciò che segue il continuo mutamento, ha maggiori probabilità di mantenersi eccellente.

Talmente semplice ed evidente da sembrare banale. Basti pensare al processo di evoluzione naturale.
Allo stesso modo è la società: se estremamente tradizionalista, quando le sue tradizioni insegnano a non mettere nulla in discussione e a non cambiare mai, è destinata a degradarsi.
Al contrario, una società le cui regole si basano su principi dinamici, ha più possibilità di portarsi avanti nel tempo e di rispondere alle esigenze delle persone che la compongono, fintanto che essa muta con loro.

da Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsig.
…«Ciò che spinge il guerriero greco a compiere imprese eroiche» osserva Kitto «non è un senso del dovere come noi oggi lo intendiamo, dovere cioè nei confronti degli altri: è piuttosto dovere nei confronti di se stesso. L’eroe greco non aspira a ciò che noi traduciamo con la parola “virtù” ma a ciò che in Grecia si chiama aretè, “eccellenza” … Dell’aretè dovremo parlare ancora e a lungo, perché nella vita greca la si incontra dappertutto».
Ecco, pensa Fedro, una definizione della Qualità che esisteva mille anni prima che i dialettici avessero cercato di catturarla coi loro tranelli verbali. Se qualcuno non ne afferra il significato senza bisogno di
definiens, definendum e differentia, o mente, oppure il suo distacco dall’umanità è tale che non vale la pena di rispondergli. Fedro è affascinato anche dal concetto di «dovere nei confronti di se stessi», che è la traduzione pressoché esatta del termine sanscrito dharma, e che, a volte, è descritto come l’«uno» degli indù. È possibile che il dharma degli indù e la «virtù» degli antichi greci siano identici?
Qualità! Virtù! Dharma! Ecco che cosa insegnavano i sofisti! Non la relatività della morale. Non la «virtù» ideale, ma l’aretè. L’eccellenza. Il dharma! Prima della Chiesa della Ragione. Prima della sostanza. Prima della forma. Prima dello spirito e della materia. Prima della stessa dialettica. La Qualità era assoluta. Quei primi maestri del mondo occidentale insegnavano la Qualità, e il mezzo che avevano scelto a questo scopo era la Retorica. Fedro era sulla buona strada fin dall’inizio.
[…]
Kitto ha alcune cose da dire riguardo all’
aretè. «Quando in Platone incontriamo la parola aretè,» scrive «la traduciamo con “virtù”, e di conseguenza veniamo a perderne tutto il sapore. “Virtù”, almeno ai nostri tempi, ha un senso quasi esclusivamente morale; aretè, invece, viene utilizzata indifferentemente in ogni ambito e significa semplicemente eccellenza. Quindi l’eroe dell’Odissea è un grande combattente, un astuto intrigante, un ottimo parlatore, un uomo dal cuore saldo e di grande saggezza che sa di dover sopportare senza lamentarsi troppo di quel che gli dèi gli mandano; ed è capace di costruire e di guidare una barca, di tracciare un solco più dritto di chiunque altro, di lanciare il disco meglio di un giovane fanfarone, di sfidare i giovani feaci al pugilato, alla lotta o alla corsa. Sa uccidere, scuoiare, macellare e cuocere un bue e una canzone lo può commuovere fino alle lacrime. In realtà, è abile in tutto; la sua aretè è insuperabile. L’aretè implica il rispetto per la totalità e l’unicità della vita e, di conseguenza, il rifiuto della specializzazione. Implica il disprezzo per l’efficienza, che esiste non in un solo settore della vita, ma nella vita stessa»…
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Perché sono vegetariano

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Mi viene chiesto frequentemente perché sono vegetariano e se questa mia scelta sia ideologica o per motivi di salute.
È sempre un po’ imbarazzante rispondere a questa domanda, perché essa arriva puntualmente ad ore pasti, e ciò mi impedisce di spiegare le mie motivazioni come vorrei.
Prima di tutto, perché non me la sento, in un momento spensierato, di iniziare un discorsone sull’etica e la natura. In secondo luogo, perché l’esperienza mi ha insegnato che le reazioni di chi ascolta, rischiano di diventare presto sgradevoli ed autodifensive, nonostante io non abbia alcuna intenzione accusatoria.
I motivi di queste reazioni sono facilmente spiegabili: è sgradevole quando viene messo in evidenza che un comportamento diffuso causa del male (ben pochi provano piacere nell’uccisione). Quello che lo rende così sgradevole, perché inaspettato, è che tutto ciò che circonda questo comportamento diffuso, ha il preciso scopo di nascondere ciò che permette di attuare quel comportamento. Si usano infatti termini appositi per nascondere la natura di ciò che si mangia: “Fettine”, “Cotolette”, “Fiorentina”, “Tagliata”, sono nomi che nascondono l’origine di ciò che si ingerisce. Chiaramente, chiunque sa benissimo che la bistecca che sta mangiando, prima di diventare tale, era parte di un animale vivo. Quello che la mente cerca di escludere, è tutto ciò che ha trasformato quell’animale nell’alimento che si sta ingerendo. Ben poche persone, infatti, non proverebbero disagio nell’assistere all’uccisione, alla “preparazione” (altra parola mascheratrice) ed alla macellazione di un animale.

Fino al momento in cui viene fatto notare, le persone non pensano neppure che l'alimentazione possa essere una questione. Si da per scontato il comportamento più diffuso, senza porsi domande. È talmente diffuso, che difficilmente si immagina possa esserci qualcosa di diverso.

Non si ha la sensazione di essere complici di un uccisione quando si mangia una cotoletta (perché, non esiste alcun modo oltre all’uccisione dell’animale originale, per potersene cibare… almeno fino a quando non saremo in grado di sintetizzare il singolo muscolo o organo, oppure inventeremo qualcosa di simile ai replicatori di materia di Star Trek ;-) ), fintanto che la cotoletta appare spersonalizzata, come un semplice alimento. Non appena l'alimento lascia trapelare in modo più esplicito la sua origine, la percezione di esso cambia. Basti pensare agli alimenti che ricordano maggiormente le interiora, o la forma originale dell’animale: talvolta fanno impressione anche a chi invece mangia “affettati” e “bistecche” in quantità. Non si ha nemmeno la sensazione di concorrere ad un degrado ambientale, che potrebbe causare problemi a tutti nel lungo periodo.

La prima reazione è di mettersi in difesa, come si fosse stati accusati, ed eventualmente contrattaccare, sdrammatizzando o ridicolizzando l’opinione opposta. In questo modo, si difende il proprio attuale sistema di valori. Se la difesa funziona, non diventa necessario modificarlo, inoltre, si continuerà ad avere un opinione positiva di se stessi.

Questa non vuole essere un’accusa nei confronti dei non vegetariani, ma un’osservazione per rendere comprensibile la loro reazione. Un vegetariano ed un carnivoro, vedono in modo diverso lo stesso oggetto, nonostante ciò che lo costituisce non cambi. Uno da maggior peso alla sua origine ed a ciò che implica, l’altro da maggior peso a quella che comunemente viene considerata la sua funzione. Allo stesso modo, un pittore ed un comune osservatore, vedono in modo diverso un dipinto. :-)

Durante le discussioni fra vegetariani e non, ci sono alcuni argomenti che i non vegetariani sollevano molto frequentemente.
Uno degli argomenti riguarda la naturalità del comportamento onnivoro del genere umano, facendo spesso paragoni con altre specie viventi. Viene detto che esiste una legge naturale, che determina il comportamento degli individui di una specie, i quali devono seguirla in virtù del fatto che la natura li ha fatti in quel preciso modo. Un secondo argomento, solitamente usato per ridicolizzare le tesi dei vegetariani, riguarda il non poter essere certi di cosa abbia una coscienza e provi dolore. Spesso, a fare le spese di questo argomento, sono dei poveri ciuffi di lattuga, o qualche altro comune vegetale, a cui viene sfortunatamente attribuita la capacità di soffrire. :-)
Un’altra ipotesi curiosa, ma radicata negli individui, è l’idea che un vegetariano ideologico, lo sia per questioni spirituali, solitamente legate a filosofie orientali. Ciò, in effetti, è abbastanza frequente, ma non si tratta di una relazione bidirezionale. Ossia: è molto probabile che chi segue una filosofia orientale, diventi anche vegetariano, ma esistono vegetariani ideologici che hanno fatto la propria scelta per motivi completamente razionali, che esulano dalla spiritualità. Cercherò di spiegarvi alcuni di questi motivi. :-) Leggi il resto…
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Oggettività e realtà

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L’universo è probabilistico o deterministico? È possibile arrivare alla spiegazione oggettiva di esso, tramite la sola ragione?

Entrambe queste ipotesi mi hanno attirato, ad intermittenza, seppur si escludessero a vicenda. Ho voluto quindi capirne il motivo. L’articolo che segue, sono gli appunti, ancora in sviluppo (chiamiamolo Step 1), della mia ricerca di esso.

Come prima cosa, mi sono chiesto cosa intendessimo con il termine oggettività, se esso corrisponda davvero al suo significato e se possa invece essere frutto di ambiguità.

og|get|ti|vi|
s.f.inv.
1 TS filos., carattere intrinseco di ciò che è oggetto, che appartiene al mondo del reale e si distingue dal soggetto pensante
2 CO obiettività, imparzialità: giudicare con o.
(dal De Mauro)

Alla fine del mio ragionamento, arrivai alla conclusione che il termine viene normalmente utilizzato in modo ambiguo.
L’oggettivo al quale si pensa di tendere, non è l’oggettivo intrinseco di ciò che è oggetto, ma un qualcosa che appare oggettivo perché condiviso, quindi appartenente non solo al soggetto pensante. Usando il termine oggettivo, come contrapposizione a soggettivo, solitamente si inferisce che l’oggettività alla quale si tende, coincida con l’oggettività intrinseca. Io ritengo che sia una falsa inferenza e che l’uso comune del termine, rendendola “scontata”, ci crei difficoltà nell’accorgerci dell’ambiguità.
Il non riconoscere questa ambiguità, ritenendo che ciò che consideriamo oggettivo coincida con la realtà, potrebbe crearci problemi ogniqualvolta si cerchi di studiarla.
In questo articolo cercherò di spiegarne il motivo, supponendo una separazione fra le due oggettività. Utilizzerò il termine “oggettività” quando vorrò intendere ciò che si distingue dal soggetto pensante in contrapposizione al termine “soggettività”, e “realtà” per riferirmi al carattere intrinseco della stessa, cioè l’oggettività in senso assoluto del termine, in mancanza di qualsivoglia soggetto o punto di vista. Leggi il resto…
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Perché penso che gli dei siano poco probabili

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Quello che state per leggere è un articolo che cercherò di mantenere il più possibile leggibile e semplice.
Dal mio punto di vista, non c’è alcuna ragione per la quale quello che andrò a spiegare debba essere complesso o fuori dalla portata di qualcuno. Come cercherò di mostrare, si tratta di ragionamenti che in moltissimi ambiti vengono fatti quotidianamente da tutti, quasi senza doverci pensare, ma che in altri ambiti particolari, non vengono invece applicati. In quei particolari ambiti, vigono infatti regole speciali che richiedono di sospendere il giudizio su di essi.

Questo articolo non ha alcuno scopo di convincere nessuno alle mie idee, non a caso nel titolo ho scritto “Perché penso”. Si tratta quindi del mio punto di vista, condivisibile o meno. Ovvio che personalmente, questo mio punto di vista, lo condivido appieno! ;-)
Il mio scopo, in questo articolo, è cercare di essere il più possibile razionale ed analitico. Per forza di cose non potrò toccare tutte le diramazioni del discorso: il mio tempo è quello che è, e non voglio di certo scriverci un libro! :-D
Sono consapevole che quello che scriverò potrebbe (ma anche no, spero) infastidire le persone credenti ed irritarle, che potrà portare come conseguenza: incazzature, insulti e – peggio di tutto – provocare in loro un netto rifiuto di voler comprendere ciò che leggeranno.
La religiosità è una caratteristica che è più legata ad i sentimenti, che non alla ragione (non a caso si usa spesso il termine “sentimento religioso”), ed è per questo motivo che quando la si va a stuzzicare, spesso, si provocano emozioni negative e reazioni di difesa talvolta estremamente dure. Spero che tutto questo non succeda, ma sono consapevole che la possibilità c’è. :-)

Leggendo il titolo, sarà certamente saltata all’occhio quella parola: “probabilità”. Inizio con un esempio che vi sembrerà banale, per sminuzzarlo in piccoli pezzi e quindi ricomporlo.
Immaginatevi su una spiaggia in agosto con quaranta gradi di temperatura. Osservare le persone. Secondo voi, ci sono più persone abbronzate, oppure persone abbronzate che desiderano un gelato fresco?
Dopo l’attimo iniziale di sbigottimento (ma che razza di domanda è?), vi chiederete dove stia il tranello. Dopo averci pensato un po’, mi darete la risposta, che corrisponde a ciò che ritenete più probabile. E la risposta è, ve lo dico subito: persone abbronzate.
Perché questo? Ciò che la vostra mente, ha ritenuto come la risposta più probabile, spinta dall’intuito o dal ragionamento, deriva da una serie di fattori.
Come faccio a sapere che ci sono persone abbronzate? È molto semplice: si osserva. L’esistenza delle persone abbronzate è una caratteristica che è sufficiente constatare, per verificarla.
Sapere invece che ci sono delle persone abbronzate che desiderano un gelato fresco è invece parecchio più complicato. Quelli che alla domanda optano per questa scelta, lo fanno in base ad uno scenario mentale che si sono autocostruiti: cioè che con quella temperatura è molto facile che una persona voglia raffreddarsi un po’ la gola con un buon gelato.
Al contrario dell’altra opzione, non ci è possibile constatare che le persone desiderino un gelato. Dovremmo poter leggere loro nella mente, ma questo non si può fare. :-) Per sostenere questa ipotesi, bisogna dimostrarla, e per dimostrarla è necessario che vi siano delle evidenze, cioè delle prove. Vi verrà chiesto perché pensate che le persone abbronzate desiderino un gelato fresco ed a voi toccherà darvi da fare per fornire le prove necessarie. Cercherete di seguire con lo sguardo tutte le persone abbronzate per vedere se andranno a comprarsi un gelato, oppure lo pescheranno dalle proprie borse frigo. Chi vi avrà fatto la domanda, allora potrà alzare delle obiezioni. Vi chiederà come fate ad essere sicuri che le persone che hanno appena comprato un gelato lo desiderassero veramente, oppure se non l’hanno comprato per qualcun altro, e così via. Come vi ho detto, il compito di dimostrare che le persone abbronzate desiderano un gelato fresco non è affatto semplice, anzi: è molto frustrante! Dopo un po’, quando sarete veramente spazientiti, ci sarà una piccolissima possibilità che siate tentati di dire all’altro: “Beh… allora dimostrami tu che quelle persone NON desiderano un gelato fresco!”. A quel punto, l’altro vi risponderà “Eh no! Sei tu per primo che hai detto che desiderano un gelato. Sei tu a doverlo dimostrare! È così che funziona. Se nei tribunali si facesse come dici tu, cioè che non sia l’accusa – chi afferma – a dover portare le prove riguardo a ciò di cui sta accusando l’imputato, sarebbe il caos! Chiunque potrebbe accusare chiunque di qualunque cosa gli salti per la testa! E sarebbero giudicati colpevoli una marea di innocenti. Ed al contrario, potrebbero venire dichiarati innocenti una marea di colpevoli!”.
Oltre ai ragionamenti sul constatare, il dimostrare e l’onere della prova, c’è una caratteristica del problema posto, che non ho ancora toccato.
L’insieme persone abbronzate che desiderano un gelato fresco, è incluso nell’insieme persone abbronzate, perché le persone abbronzate che desiderano un gelato fresco sono, dopotutto, persone abbronzate! :-)
Si tratta infatti di un caso di classe-inclusione. Da questo segue che, la probabilità che sulla spiaggia ci siano persone abbronzate, è sempre maggiore o uguale (nel caso i due insieme coincidano) alla probabilità che ci siano persone abbronzate che desiderano un gelato fresco!
La cosa interessante è che, chiunque sia arrivato a questa soluzione, ha applicato, senza nemmeno saperlo, il principio del Rasoio di Occam!

Rendiamo ora il discorso un po’ più interessante…
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Epicuro

epicuro
Due giorni fa c’è stato uno dei rarissimi casi in cui qualcosa di un programma di intrattenimento televisivo, è riuscito a dare dei buoni spunti di approfondimento. Un concorrente del soporifero quiz Chi vuol essere milionario?, dice di essere uno studioso di filosofia e di identificarsi con la dottrina dell’epicureismo, dal filosofo ateniese Epicuro (vissuto dal 341 a.C, al 271 a.C.).
Epicuro – spiega il concorrente – insegna che la filosofia non è solamente un esercizio mentale teorico, ma che la ricerca della conoscenza che essa porta, può e deve essere usato efficacemente per migliorare la propria condizione di vita, psicologica ed etica. La ricerca della felicità, può avvenire tramite lo studio filosofico.

Vogliamo fare un piccolo approfondimento? :-)
Secondo Epicuro, la vera felicità, identificata col piacere (in seguito spiegherò come), non è una qualità che vada ricercata di per se, quanto invece una qualità che nasce dalla mancanza del male e del dolore e quindi statica. Per eliminare questi, è necessario imparare a godersi ogni istante della vita. Al contrario, la ricerca del piacere in sé, porta ad una forma di esso che lui chiama cinetica, cioè dinamica, mutevole e sfuggente, che dura poco ed al suo termine lascia insoddisfatti. Quest’ultima affermazione, allontana di molto la sua filosofia dall’essere etichettata come edonistica.

Quello che egli propone, è un insegnamento, chiamato tetrafarmaco, che si occupa di eliminare le quattro paure principali dell’uomo. Eliminando quelle, si raggiunge la felicità.

  1. Paura degli dei e della vita dopo la morte. – Non si devono temere, perché gli dei non si interessano degli uomini.
  2. Paura della morte – Quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi.
  3. Mancanza del piacere – Esso è facilmente raggiungibile.
  4. Dolore fisico – Se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell'animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità. E i mali dell'anima? Essi sono prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali c'è la filosofia e la saggezza.

Il primo punto è la conclusione di Epicuro per questo ragionamento:
Noi sappiamo che gli dei sono onnipotenti, ossia hanno potere di fare qualunque cosa. Sappiamo anche, dalle tradizioni, che gli dei sono buoni e benevolenti, ovvero desiderano che prevalga il bene sul male. Tuttavia, è facile constatare l’esistenza del dolore e del male. Come si conciliano queste cose?

  • Se gli dei non vogliono il male (benevolenti), ma non possono evitarlo, significa che non sono onnipotenti.
  • Se gli dei possono evitare il male (onnipotenza) , ma non vogliono, significa che non sono benevolenti.
  • Se gli dei non possono evitare il male e non vogliono, significa che non sono né onnipotenti, né benevolenti.
  • Quindi, gli dei devono voler e poter evitare il male. Ma allora, perché il male esiste?

Epicuro arriva alla conclusione che gli dei non si occupano dell’uomo perché essi vivono negli intermundia, cioè gli spazi che esistono fra gli infiniti universi, inoltre, in virtù della loro perfezione, non hanno bisogno né di occuparsi dell’uomo, né di interessarsi alla vita terrena.
Infatti, il male deriva dai desideri non appagati, siano essi naturali o artificiali, e la felicità dall’assenza di timori e paure che condizionano negativamente la vita.
Da ciò, segue che gli dei non sono necessari all’uomo affinché esso raggiunga la felicità ed il bene.

Quando ci siamo noi, non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi. Epicuro ritiene che la materia sia composta di atomi, così come l’anima. Con la differenza che gli atomi di quest’ultima hanno la caratteristica di essere molto più mobili degli altri. Di conseguenza, la verità e la felicità si possono raggiungere attraverso i sensi, la felicità corrisponde al senso del piacere e, essendo l’anima composta di atomi, la morte non ci deve spaventare perché essa corrisponde alla completa cessazione dei sensi. Quindi, quando ci siamo noi (e possiamo facilmente constatare l’esistenza di noi stessi) significa che siamo vivi, quando invece c’è la morte, noi non ci siamo più, perché ciò che ci costituisce è diventato inerte e con esso cessano anche i sensi (e la capacità di constatare la nostra esistenza).

Visto a cosa si potrebbe arrivare, se su quel maledetto arnese chiamato televisione, fornissero, talvolta, spunti interessanti, e se la gente non li lasciasse scivolare sul piano inclinato della propria indifferenza? ;-)

Per approfondire un po’ di più le cose che ho tralasciato:
Epicuro (Wikipedia)
Epicureismo (Wikipedia)
Epicuro.org
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Star Trek e la religione

Completo l’opera, riportando questo testo trovato in rete, del quale non sono riuscito a risalire all’autore originale.
L’argomento è il rapporto fra Star Trek e la religione. Si parlerà inoltre, del rapporto fra essa ed il suo autore originale, Gene Roddenberry, facendo anche paragoni con la serie “rivale” di sempre, Star Wars.

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Da qualche tempo a questa parte mi trovo impelagato in un affascinante, per quanto interminabile e probabilmente senza via d’uscita, dibattito filosofico con un estimatore di lunga data della Repubblica lucasiana e annessa mitologia. Cominciato vis à vis nelle pieghe dell’ultima sessione della Cricca, proseguito via email e tuttora in corso, l’argomento del contendere verte sulla visione religiosa proposta in Star Trek e la presunta superiorità del background che sottenderebbe l’universo di Star Wars. Premesso il mio tiepido interesse per la complessa creatura di George Lucas, in passato ho tentato di liquidare il più velocemente possibile questo argomento ogni qualvolta mi è stato proposto, non già per disinteresse, quanto per la consapevolezza di dover mettere piede in un campo minato. Finora mi era riuscito di starne alla larga, ma doveva accadere presto o tardi che io abboccassi all’amo ingoiando tutta la lenza. Riassumo qui il mio punto di vista, nella speranza che valga a dissuadere altri dal tirare in ballo sotto il mio naso la vexata quaestio in futuro. Chi non mastica nulla di Star Trek passi tranquillamente oltre senza voltarsi indietro: sono un lieutenant commander della Flotta Stellare e sarò costretto a dare fondo a tutto il mio addestramento per cavarmi d’impiccio.

Gene Roddenberry ricevette un’educazione religiosa e frequentò regolarmente le funzioni della Chiesa Battista fino all’adolescenza, prima di manifestare un radicale rigetto per la religione. Traduco una sua dichiarazione così come citata da Graham Kennedy, Daystrom Institute, ripresa testualmente da Bernd Schneider, Ex Astris Scientia:

Condanno i falsi profeti, condanno il tentativo di minare il potere della decisione razionale, di prosciugare il libero arbitrio della gente e una dannata quantità di denaro nell’affare. Le religioni variano nel relativo livello di idiozia, ma le rifiuto tutte. Per la maggior parte delle persone, la religione non è nulla più che un surrogato per un cervello malfunzionante.

E ancora:

Dobbiamo mettere in discussione la logica storica di avere un Dio onniscente e onnipotente, che crea esseri umani imperfetti per poi biasimarli in virtù dei Suoi stessi errori.

Una posizione oltremodo chiara, tale da riflettersi nell’adesione del 1986 alla American
Humanist Association, che non più tardi del 1991 gli riconoscerà il prestigioso Humanist Arts Award. Il Movimento Panteista tenterà a sua volta ripetutamente di tirarlo per la giacca, senza invero argomenti convincenti. Di sè stessa l’Associazione Umanista dice:

L’Umanesimo è una filosofia di vita progressista che, prescindendo dal soprannaturale, afferma la nostra capacità e responsabilità di condurre un’esistenza etica di realizzazione personale, che aspira al maggior bene per l’umanità.

Roddenberry si considerò quindi un Umanista per tutta la durata della propria vita adulta, trasponendo in qualche modo questa visione ideale nell’universo di Star Trek. Ad una prima superficiale analisi sembra infatti evidente l’assenza di substrato religioso laddove egli tratteggia invece con precisione le peculiarità filosofiche e tecnologiche proprie della società del futuro. Fatte salve alcune significative eccezioni, i personaggi dei serial televisivi e dei lungometraggi eviteranno accuratamente di compromettersi con affermazioni di carattere religioso nel corso dell’intera storia della saga, fino ai giorni nostri. Si parla di eccezioni laddove l’ambientazione di un episodio, una battuta, un dialogo o parti della sceneggiatura abbiano introdotto elementi di più o meno marcata pertinenza religiosa. In Balance of Terror (La navicella invisibile) durante una cerimonia nuziale officiata da James T. Kirk, in quella che con ogni evidenza è la cappella della nave, alle spalle del Capitano sono chiaramente visibili una croce e un ulteriore simbolo religioso, non identificabile. Se accadrà ancora che un ufficiale al comando celebri un matrimonio (a titolo di esempio, lo faranno sia Picard che Janeway), non ci sarà invece altra occasione per notare simboli religiosi riferibili alla cerimonia. Nulla anche nei funerali, che pure saranno numerosi. In That Which Survives (Un pianeta ostile) il tenente Rhada sfoggia sulla fronte un classico simbolo induista. Basterebbero questi indizi da soli a confermare che la popolazione umana della Federazione attribuisce ancora un qualche valore alle tradizioni religiose, così come le conosciamo oggi, sia pure con una punta di ecumenismo e verosimilmente tracce di nuovi culti. Ancora in The Empath (Il diritto di sopravvivere) il dottor Ozaba cita un passo dalla Bibbia, come farà più tardi anche Joseph Sisko dalle pagine della sceneggiatura di Far Beyond the Stars (Lontano, oltre le stelle). Star Trek V: The Final Frontier vede l’eretico vulcaniano Sybok raccogliere un codazzo di seguaci alla volta di Sha Ka Ree, il pianeta di Dio, proponendo loro una sorta di terapia religiosa che richiama grosso modo l’auditing di Scientology: condividi con me il tuo dolore, abbandonalo e da esso trarrai forza. L’idea che Dio soggiorni su un pianeta specifico è dottrina nota fra i Mormoni, e anche i Raeliani collocano fisicamente i propri Dei su un pianeta. Kirk rifiuterà recisamente di condividere con Sybok le proprie esperienze dolorose e di permettere che vengano cancellate, affermando che esse fanno parte di lui e lo definiscono in quanto individuo. Il dottore della Voyager calcherà le assi del ponte ologrammi vestito da sacerdote cattolico in Spirit Folk (Gli spiriti) e il suo omologo alieno Phlox sull’Enterprise del ventiduesimo secolo dirà in Cold Front (Guerra temporale) di aver assistito ad una messa in Piazza San Pietro, avvalorando senz’ombra di dubbio la sopravvivenza di religioni mainstream dietro le quinte della struttura sociale umana integrata nella Federazione Unita dei Pianeti.
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L'etica di Star Trek (Partick Stewart) - Valentina Piattelli

Con questo discorso di Patrick Stewart al Panoma College, si conclude il bellissimo saggio di Valentina Piattelli sull’etica di Star Trek.
Gli argomenti sono il progresso e la pena di morte.

Capitoli precedenti:
  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.
  5. La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.
  6. Violenza e non violenza in Star Trek.
  7. Quando Star Trek non è all'altezza dei suoi principi: i rapporti con i Borg
  8. Appendice: Relativismo Trek


Patrick Stewart sul progresso e la pena di morte.

Estratti del discorso che Patrick Stewart ha tenuto il 14 maggio 1995 al Pomona College, in occasione del conferimento del titolo di 'dottore in Letteratura' Honoris Causas.

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"Preside Stanley, onorevoli professori e assistenti, colleghi dottorati, signore e signori, ragazzi e ragazze [risate], e laureati della classe. Con questo non voglio dire che non siate 'signore e signori', e neanche che non siate 'ragazzi e ragazze'. Ecco, prima che l'emozione e l'agitazione per questo evento abbiano la meglio su di me, e come Calibano nel "La Tempesta", mi scordi quello che voglio dire e finisca con il balbettare, devo dire alcune parole specificatamente e direttamente a tutti voi che vi laureate, perché siete stati voi a proporre di invitarmi qui oggi. E mi rendo conto solo oggi che questo è stato il risultato di un'attiva campagna di raccolta firme. [...] Mi state dando - veramente - un giorno da ricordare, e un onore del quale sarò sempre fiero. Claremont e il Pomona College avranno sempre un posto nel mio cuore.
E adesso, data la solennità dell'occasione, devo essere onesto. Ho una confessione da fare. [...] Questa è soltanto la mia seconda cerimonia di laurea, e quando dico 'mia', non intendo dire 'mia', perché in realtà questa è l'unica di cui io sia stato il protagonista. E per quelli fra voi che in questo momento sono stupiti, lasciatemi ricordare che non sono mai stato all'Accademia della Flotta Stellare, che non mi sono mai seduto sotto l'olmo di Boothby, e non saprei riconoscere il continuum spazio-temporale o la velocità Warp se me le trovassi nel letto [risate].
La mia prima cerimonia di laurea è stata quando mio figlio si è laureato tre anni fa. [...] Mio figlio, come simbolo della trasformazione da alunno inglese in giacchetta a laureato californiano, si era vestito con una maglietta hawaiana e bermuda. [...].
È stato un giorno memorabile nella mia famiglia quando Daniel si è laureato. "Maestro d'Arte", è il primo membro della famiglia a ricevere un laurea. È stato per me così significativo come lo sarebbe, in altre circostanze, se fosse il stato il primo a imparare a leggere e scrivere. Ero terribilmente orgoglioso e un po' in soggezione. E non vi meravigliate se vi racconto che io, suo padre, ho completato la mia educazione scolastica all'età di quindici anni e due giorni, l'età minima richiesta in Inghilterra per poter smettere di studiare. Senza saperlo, io ero già un progresso nello sviluppo intellettuale della mia famiglia.
Anni dopo, quando ho cominciato ad interessarmi di genealogia e a cercare notizie dei miei antenati, ho scoperto all'anagrafe [...], il certificato di matrimonio dei miei bisnonni, e nella casella dove mia bisnonna Elizabeth Mountain doveva mettere la sua firma, c'era una croce, una X. Elizabeth Mountain era analfabeta e non sapeva fare neanche la propria firma. Sullo stesso documento c'era scritto il suo mestiere: 'lavoratrice domestica'. Ah si, posso già sentire i mormori alle mie spalle [riferendosi ai professori seduti dietro di lui]. Che storia è questa? Stiamo forse premiando una persona non qualificata? Forse non se lo merita? Be', in realtà avete ragione [Risate]. Conferendomi questo onore unico, mi state convincendo del fatto che io sono un minuscolo dettaglio nel progresso della civiltà. E lo siete anche voi.
Ma per voi è importante quello che farete da questo momento in avanti; sarà questo che farà progredire la nostra civiltà ancora, oppure, ignorando la maggior parte dei successi che abbiamo raggiunto, le farà iniziare la retrocessione. Ed è qui che io comincio a non sentirmi più a mio agio. Sono un attore. Sono una persona che di lavoro intrattiene le altre e voi mi avete invitato qui come intrattenitore in un'occasione che solo all'apparenza è il conferimento del laurea a Patrick Stewart. Io sono l'intrattenitore e voi il pubblico e c'è una certa aspettativa. Sbaglio forse? E se questa aspettativa non venisse soddisfatta, io, l'intrattenitore, comincerei ad accorgermene. Il pubblico spesso sottostima quanto noi, gli intrattenitori, ci accorgiamo di cosa accade in platea. [...]
Recentemente un mio amico recitava il dramma scozzese "Macbeth" in un teatro di provincia il Mercoledì e - quando arrivò la scena in cui Macbeth viene a sapere che la moglie è morta e comincia il suo discorso "Avrebbe dovuto morire più in là, domani, domani e domani" - ha sentito una voce dagli spalti dire: "vediamo, così si andrebbe avanti fino a Sabato" [risate]. Confesso che durante le prove de "La Tempesta" di Shakespeare per il festival di New York, meglio noto come Shakespeare al parco, qualcuno degli attori più esperti mi aveva preparato per le reazioni imprevedibili che la platea poteva avere. È meraviglioso provare Shakespeare di nuovo. Erano dieci anni che non lo facevo. Cimentarsi in tale opera mancando di una formale educazione scolastica, ha significato per me cominciare un nuovo tipo di scuola il giorno stesso in cui sono entrato a far parte della Royal Shakespeare Company e ciò è continuato per 15 anni, insegnandomi saggezza, poesia e dandomi una visione del mondo che è entrata a far parte della mia vita. Vedete "La Tempesta" è soprattutto, ma non solo, una commedia della vendetta. Prospero passa la maggior parte dei quattro atti usando tutto il suo intelletto, energia e poteri magici per arrivare al momento in cui i suoi nemici [...] sono alla fine in suo potere e alla sua mercé. [...] Ma a quel punto Prospero replica [...]: "La più rara azione sta nella virtù, non nella vendetta".
Io ho vissuto e lavorato negli Stati Uniti per oltre 8 anni. Questo paese mi ha cambiato in molti modi. Ha trasformato la mia carriera, mi ha dato la sicurezza materiale, mi ha reso più sano, e penso migliore. Ma forse, ed è la cosa più importante, mi ha fatto divertire e ridere più che in tutti e 45 gli anni precedenti. [...] Io amo questo paese, gli Stati Uniti, e il suo popolo. Siete ammirevoli, ottimisti e suscettibili, divertenti e furiosi. E certe volte, per un europeo, sembrato così insicuri e abbastanza ... persi.
"La più rara azione sta nella virtù, non nella vendetta" e qui negli Stati Uniti durante questi ultimi 20 anni, non c'è mai stato un momento in cui i principi non abbiano avuto bisogno di essere proclamati di nuovo e di nuovo, finché c'è di mezzo un certo argomento. È una questione fondamentale con al quale le future generazioni ci giudicheranno come una società civile: il nostro rispetto per la sacralità della vita umana. Insieme con la povertà, la salute, l'educazione, le pari opportunità, l'ambiente e la tutela della legge per tutti, è l'esistenza o meno di esecuzioni capitali da parte dello stato che indicherà nel modo più evidente le basi profonde della nostra responsabilità, della nostra evoluzione e compassione.
Nel 1976, quando in tutta Europa la pena di morte veniva abolita, gli Stati Uniti l'hanno ripristinata, e vi sono al momento 38 stati in cui avvengono esecuzioni in varie forme. 38 stati, fra cui la California, in cui i cittadini americani, uomini e donne, vengono legalmente gassati, folgorati, avvelenati, impiccati o fucilati. Negli ultimi 19 anni, 272 vite sono state terminate in questo paese con uno di questi metodi barbarici e grotteschi. 272 volte gli stati, nel nostro nome, si sono presi l'autorità non soltanto del giudice, ma anche l'autorità di Dio. E perché? Perché la pena capitale è giusta? Una vita per una vita? Allora dovremo stuprare gli stupratori, picchiare i mariti violenti, castrare i pedofili, tagliare le mani ai ladri. Anche quello sarebbe giusto. Perché è un deterrente? In tutto il paese, ogni tipo di statistica, ogni prova conferma che la pena capitale non è un deterrente. E ora, nello stato di New York, assistiamo all'incomprensibile reintroduzione della pena di morte, proprio quando negli ultimi anni vari reati capitali, fra cui gli omicidi, erano in continua diminuzione. Perché? Forse perché eccita l'idea di uccidere? È vero: se la materia fosse messa vi voti, se fosse fatto un referendum nazionale, la maggioranza sarebbe a favore della pena capitale. Eccita anche noi questo? C'è forse un desiderio primitivo di annusare il sangue? Forse si. Ma se diamo seguito a questo desiderio animalesco, chi finiamo con l'essere e dove finiremo con l'andare? Certamente non verso il futuro. Se la vita umana è sacra, è sacra sempre. Non ci sono eccezioni o clausole. Non ci sono se o ma. Non ci sono casi speciali. Quando tutte le vite umane saranno sacre, cominceremo a capire e a rispettare veramente il suo valore, perché allora capiremo che non possiamo nasconderci dietro i voti, dietro i nostri ambiti istituzionali e chiedere agli altri, ai gassatori, ai folgoratori, agli avvelenatori, ai boia, di uccidere in nostro nome. Noi li degradiamo usandoli e siamo degradati dalle loro azioni, e il circolo della violenza continua ininterrotto. [applausi]
Ci sono altri argomenti. Innocenti a volte vengono uccisi, almeno 23 volte in questo secolo, e 40 altri sono stati rilasciati dal braccio della morte. Il costo: la pena di morte costa novanta milioni di dollari l'anno, oltre al costo ordinario del sistema giudiziario. Nel Texas, ogni caso di pena di morte costa in media 2,3 milioni di dollari, circa tre volte il costo di un detenuto in cella di altissima sicurezza per quaranta anni. A livello nazionale, a queste cifre va aggiunto il costo extra di mezzo bilione di dollari fin dal 1976. E poi c'è la questione delle esecuzioni pasticciate, troppe e troppo orribili per parlarne, ma che senza dubbio sono un reato costituendo una punizione crudele.
Circa un mese fa, una persona della vostra facoltà suggeriva che io potessi prendere come spunto per questo discorso le parole del Capitano Jean-Luc Picard nel recente film "Generazioni" riguardo a come fare la differenza nel mondo in cui viviamo. Il giorno dopo una bomba è esplosa a Oklahoma City. La domenica successiva, quando il paese era ancora scioccato per l'orrore incomprensibile di tale atto, il Presidente Clinton, durante una cerimonia di lutto nazionale, ha condannato la barbarie e la crudeltà dell'uccidere vite innocenti e ha promesso al contempo che i responsabili di tale crudeltà sarebbero stati catturati e che sarebbe stata richiesta la pena capitale. E nel sentire queste parole, un grido è nato nel mio petto: "No! Basta! Signor presidente, superi tutto questo!". Da qualche parte bisogna stabilire un confine, ma non fra la vita e la morte. La funzione del leader è quella di guidare, guidare verso il futuro, non verso il passato. So che ci sono molti fan di Star Trek qui. Alcuni di voi probabilmente conoscono la Prima Direttiva meglio di me. Anche se si tratta di una finzione, ritengo che sia un codice di condotta ammirevole per qualsiasi società. La Federazione dei Pianeti ha abolito la pena di morte. La visione di Gene Roddenberry del XXIV secolo non è soltanto utopistica. Può essere per noi come una indicazione, un progetto per come vorremmo vivere e per come dobbiamo vivere adesso. Domani voi comincerete la vostra vita, con un'educazione, una formazione, con esperienze e soprattutto facendo delle scelte. Fate la differenza! Vi ringrazio per avere invitato me e Wendy a condividere con voi questo giorno. Congratulazioni e buona fortuna."

Patrick Stewart

P.S. Patrick Stewart è un attivista di Amnesty International

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L'etica di Star Trek (Appendice) - Valentina Piattelli

Di Valentina Piattelli.

(Immagine: Relative di Thomas Stark)

Capitoli precedenti:
  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.
  5. La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.
  6. Violenza e non violenza in Star Trek.
  7. Quando Star Trek non è all'altezza dei suoi principi: i rapporti con i Borg


Relativismo Trek

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(Tratto da un mio articolo pubblicato su “STIM - Star Trek Italia Magazine” in risposta all’articolo di Chiara Salvioni, “Il trekker relativista”).

Il dibattito sul relativismo culturale può essere fatto risalire alla filosofia greca ed ha sempre affascinato filosofi e antropologi, che in tutti questi secoli non hanno - per fortuna! - trovato una risposta univoca. Dico "fortunatamente" perché non penso che esista una riposta univoca, ma che piuttosto il valore del dibattito non stia nella riposta, ma nel fatto stesso che ci poniamo simili questioni.
Nel XIV secolo gli equipaggi della Federazione sembrano essere vincolati da un principio relativista quale quello della "Prima direttiva". Però ad una più attenta osservazione, quando viene citata la Prima Direttiva in Star Trek, sappiamo tutti bene che nel proseguio della puntata questa "direttiva" sarà sicuramente violata! Allora qual è il valore che la Prima Direttiva assume in Star Trek? Forse proprio la necessità di doverla violare ogni tanto, per principi non scritti più importanti.

Leggi il resto…
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L'etica di Star Trek (parte 7) – Valentina Piattelli

Delle volte, Star Trek stesso non riesce ad essere all’altezza o coerente con le sue stesse basi etiche. Personalmente, ho notato che questo è accaduto più frequentemente da quando è mancato Gene Roddenberry.
Quest’ultimo capitolo del saggio (seguirà un’appendice), cita come esempio lampante un episodio del film Primo Contatto, diretto da Jonathan Frakes su soggetto di Rick Berman, Brannon Braga e Ronald D. Moore.

Capitoli precedenti:
  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.
  5. La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.
  6. Violenza e non violenza in Star Trek.
Quando Star Trek non è all'altezza dei suoi principi: i rapporti con i Borg

"La Flotta Stellare non è un'organizzazione che rinnega
i suoi principi quando questi non le fanno comodo!"
- Picard "La Misura di un Uomo", TNG

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I Borg sono forse il nemico più temibile che la Federazione abbia mai dovuto affrontare. Questo però non giustifica che nei loro confronti venga meno il rispetto dei principi fondanti della Federazione. Mi riferisco all'uccisione da parte di Picard della regina Borg moribonda in "Primo Contatto". Vedendo quella scena al cinema, rimasi colpita per la non chalance con cui tutto ciò avveniva: Picard vede che la regina giace al suolo, ferita probabilmente in modo mortale, e cosa fa? Le si avvicina e le stronca la colonna vertebrale!

Probabilmente ciò è dovuto al fatto che è un film, e i film sono sempre più 'spettacolari' (e si sa la violenza negli USA è considerata spettacolare). L'atto forse è più consono al personaggio indurito dall'esperienza con i Borg. Ciò non toglie che tale atto vada contro i più elementari principi di Star Trek.

La regina dei Borg era sconfitta, disarmata e ferita. Fin dai tempi della Convenzione di Ginevra i combattenti feriti e disarmati sono considerati al pari dei civili, e non possono essere uccisi. Picard inoltre ha violato l'Ordine Generale Numero 2 e l'Ordine Generale Numero 8, che impongono di preservare la vita e di porre attenzione per evitare perdite non necessarie.

Picard ha insomma ucciso in modo deliberato e arbitrario un essere senziente senza che ve ne fosse alcuna necessità, contravvenendo all'ordine supremo, allo spirito stesso della Federazione e della Flotta astrale: l'ordine di preservare la vita.
Il gesto di Picard è umanamente comprensibile, data la sua esperienza personale con i Borg, ma sarebbe stato più realistico se qualcuno almeno avesse notato che comunque era stato commesso un abuso. Pensate alla differenza con la puntata "Io Borg" (TNG), e agli scrupoli che i vari membri dell'equipaggio si fanno fino a decidere di rinunciare ad usare Tug come un'arma di distruzione contro i Borg.

Quando Star Trek fa una deroga ai suoi principi per essere spettacolare, riesce forse a raggiungere un pubblico più vasto, ma a quale prezzo? Vale la pena rinnegare anni di insegnamenti etici di così alto livello per raggiungere uno scopo che forse si poteva ottenere lo stesso con altri mezzi?

(Continua…)
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L'etica di Star Trek (parte 6) – Valentina Piattelli

Penultima parte del saggio di Valentina Piattelli sull’etica e la filosofia di Star Trek. (Seguiranno alcune appendici.)

Capitoli precedenti:
  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.
  5. La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.

Violenza e non violenza in Star Trek.

"Io sono disposto a morire per la libertà.
E nella migliore tradizione della sua civiltà,
sono disposto anche ad uccidere per questo"
- Finn ne "I terroristi di Rutia", TNG

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Quale flotta può mai dedicare una delle sue navi più importanti alla persona che ha teorizzato per primo la non violenza, e cioè Gandhi? Soltanto una Flotta che accetti fra i suoi principi anche la non violenza.

L'Ahimsa di Gandhi (la non violenza) significa letteralmente: astensione dall'ingiuria. Gandhi stesso però ammetteva in casi estremi la violenza ("Credo che qualora si dovesse scegliere fra codardia e violenza, io consiglierei la violenza", Gandhi). Da queste riflessioni si sono mossi alcuni teorici e pratici della non violenza i quali sono arrivati a teorizzare la "non collaborazione con il male" come arma suprema e l'astensione dall'ingiuria (la non violenza) come prassi auspicabile. Ad esempio Nelson Mandela ha utilizzato la non violenza come forma di lotta politica, ma non si è precluso l'utilizzo della violenza per rendere credibile il suo movimento.

Fra i teorici di questa linea di interpretazione pragmatica della non violenza prendiamo ad esempio Guenther Anders. Criticando l'atteggiamento pacifista, Anders rispondeva che anche il comandamento "Non uccidere" esigeva alcune eccezioni: "E ciò nel caso in cui attraverso con quell'atto-eccezione vengano salvati più persone di quante ne muoiano a causa sua. Dobbiamo cioè accettare la guerra se siamo costretti. [...] Se vogliamo cercare seriamente di salvaguardare la nostra sopravvivenza, e quindi anche quella dei posteri, allora non ci resta niente altra da fare che intimorire davvero quei nostri contemporanei che veramente ci minacciano. Ciò significa [...] ogni tanto mettere in pratica queste minacce, affinché non si creda che continueremo a limitarci ad un puro teatro difensivo".
Tradotto in linguaggio trekker, questa è esattamente la seconda direttiva, cioè il secondo ordine generale ai capitani delle navi della Flotta Stellare - conosciuto in breve come: 'Preservare la vita':
"Nessun membro della Flotta Stellare farà uso non necessario della forza, sia collettivamente, sia individualmente contro membri della Federazione Unita dei Pianeti, contro i loro rappresentanti, portavoce, leader designati o contro qualsiasi membro di una specie senziente, per qualsivoglia ragione e in qualsiasi caso".

Già Kirk si basava su questo principio. Un esempio mirabile è "Gli schemi della forza" (TOS): quando Kirk viene a sapere che il pianeta Ekos ha lanciato l'assalto finale contro Zaon, uno degli abitanti del pianeta aggredito gli chiede di distruggere gli invasori e Kirk risponde: "Si, noi possiamo salvare Zaon, ma chi salverà Ekos?".

La ricerca di una terza via, che salvi entrambi i pianeti è l'unica possibile per un membro della Flotta Stellare perché qualsiasi soluzione deve rispettare il principio fondamentale del rispetto della vita. Soltanto quando tutte le vie saranno tentate è lecito l'uso della violenza, minimizzandone sempre gli effetti.

Nonostante l'evidente progresso etico della Federazione, Star Trek è sempre capace di rimettersi in discussione, un esempio ne è la puntata "Missione di Pace" (TOS): di fronte alla violenza dei Klingon, Kirk ritiene non solo necessario, ma anche moralmente corretto combattere contro di loro, e disprezza gli abitanti del pianeta Organia, a prima vista così passivi. In realtà questi innocui personaggi sono soltanto la proiezione fisica di esseri infinitamente più evoluti, disgustati sia dalla violenza 'difensiva' degli umani, sia da quella 'offensiva' Klingon.

Vi sono comunque altre puntate in cui il rispetto e la conoscenza delle teorie non violente è evidente, sia in TOS che in TNG. La non violenza di Gandhi infatti significa il rifiuto della logica della violenza. Ciò permette di trasformare la propria debolezza in un'arma. Essa è collegata a un altro importante principio gandhiano, quello della non collaborazione con il male.
In "Arena" (TOS) e in "Lo spettro di una pistola" (TOS), soltanto tenendo a freno la propria violenza si riesce a vincere. Stessa cosa in "Un arma dal passato" (TNG), quando Picard capisce che l'arma vulcaniana amplifica l'odio della persona verso cui è puntata, fino a distruggere la persona stessa. Queste possono essere definite parabole esemplificative della non violenza che probabilmente sarebbero piaciute a Gandhi stesso, il quale aveva detto: "L'odio può essere vinto soltanto con l'amore. Rispondere con la stessa moneta non fa che ampliare e acuire l'odio".


(Continua…)
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L'etica di Star Trek (parte 5) – Valentina Piattelli

In questa quinta parte del saggio di Valentina Piattelli, vediamo che relazione hanno le gerarchie della Federazione e certe sembianze militari, con la società libertaria precedentemente descritta.

Capitoli precedenti:
  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.
  4. La società di Star Trek: la via della semplicità.
La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.

"Se questa fosse una democrazia, discuterei il suo consiglio,
ma questa non è una democrazia".
- Kirk a un guardiamarina, durante una battaglia.

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Un anarchico libertario però rimarrebbe probabilmente inorridito dal sentir dire che Star Trek rappresenta l'anarchia, perché è del tutto evidente che la Flotta Stellare - soggetto del telefilm - è un'istituzione gerarchica, e quindi contraria alle più elementari regole dell'anarchia. Cerchiamo però di capire meglio cosa significa il 'militarismo di Star Trek'.

Alcuni si chiedono perché debba essere l'esercito ad esplorare l'universo? perché non lo fanno i civili?
Innanzitutto va detto che la Flotta non è un organismo militare, o almeno non soltanto, stando a
Star Trek, the Role Playing Game, nel quale la Flotta viene descritta come un "corpo semi-militare, agisce per il mantenimento della pace, il rispetto della legge, il regolare svolgimento delle transazioni e l'esplorazione. La Flotta Stellare non intraprende azioni di conquista, ma assicura la pacifica coesistenza tra i cittadini della Federazione. L'utilizzo della forza non è consentito se non come ultima risorsa".

Picard, nell'episodio "una perfetta strategia" è ancora più drastico: "La Flotta non è un organo militare. Il suo scopo è l'esplorazione". L'esplorazione di un universo abitato da molte specie senzienti, non tutte amichevoli, è naturalmente una missione pericolosa ed è per questo motivo che viene affidata principalmente a quelli che ai nostri occhi appaiono come 'militari'.

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L'etica di Star Trek (parte 4) – Valentina Piattelli

Come funziona economicamente la società in Star Trek e in cosa consiste il “lavoro” e lo “scopo” degli individui in quella visione di società futura.
Proseguo la pubblicazione del saggio di Valentina Piattelli.

Capitoli precedenti:
  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva
  3. Significati profondi della Kobayashi Maru.

La società di Star Trek: la via della semplicità.

"C'è anche un altro modo di sopravvivere,
attraverso la fiducia e l'aiuto reciproco".
- Kirk, "La forza dell'odio"

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Su come funzioni complessivamente la società di Star Trek sono state fatte molte speculazioni: c'è chi l'ha definita fascista e militarista, e chi al contrario l'ha definita comunista, e chi infine l'ha definita come iper-liberal ed eccessivamente politically correct (e quindi autoritaria). Vorrei provare anch'io a fare la mia speculazione in proposito. Innanzitutto: cosa sappiamo noi della società di Star Trek?


Stando a
Star Trek, the Role Playing Game: "la Federazione Unita dei Pianeti è un'alleanza politica interstellare composta da sistemi di governo planetario autonomi. In quanto organizzazione democratica rappresentativa, è governata dal Consiglio della Federazione, al quale ogni pianeta membro invia delegati. I due compiti principali della Federazione Unita dei Pianeti sono la protezione dei propri cittadini e l'esplorazione della galassia, entrambi intrapresi dalla Flotta Stellare".
Come si può vedere la Federazione ha un governo molto 'leggero'; in sostanza le è affidato il monopolio della violenza e l'esplorazione. Questa definizione però ci dice poco su come funzioni complessivamente la società della Federazione.
In una puntata, dopo un viaggio nel tempo, Deanna spiega a Mark Twain: "La povertà non esiste più sulla Terra da molti anni, ed insieme ad essa sono scomparse molte altre cose: lo sconforto, la disperazione".
Nel 21esimo secolo, dopo il Primo Contatto con i vulcaniani - e dopo le atroci guerre di quel secolo - i terrestri sembra abbiano cominciato a ricostruire la loro società su altre basi. Picard in "Primo Contatto" dice:
"I soldi non esistono più nel ventiquattresimo secolo. Il profitto e la ricchezza non sono più le forze conduttrici; lavoriamo per un'umanità migliore"
Quindi i soldi non esistono (almeno all'interno della Federazione), sappiamo che non è più il profitto a guidare l'economia, e che il miglioramento di se stessi è il fine ultimo di ogni essere umano e della società stessa.

Ma come vive un cittadino della Federazione? Quasi sempre vediamo piccole colonie rurali, centri di ricerca, laboratori etc. disseminati su vari pianeti. Le persone sembrano per lo più impegnate in attività intellettuali di vario tipo, o anche a lavori artistici o manuali in proprio. Che tipo di società è mai questa? Come è stato possibile realizzarla?

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L'etica di Star Trek (parte 3) – Valentina Piattelli

Quello della Kobayashi Maru è un test molto importante ed indicativo della filosofia della società rappresentata dalla Federazione, in Star Trek. In questo test, i cadetti che intendono prestare servizio sulle navi della Flotta Stellare, vengono messi, a loro insaputa, in una situazione senza via d’uscita. Questa prova ha il duplice scopo di analizzare il loro comportamento in una situazione estrema, e di essere un profondo insegnamento morale sulla vita stessa.
Riporto quindi la terza parte del saggio sull’etica di Star Trek, scritto da Valentina Piattelli.

Capitoli precedenti:
  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
  2. La Prima Direttiva

Significati profondi della Kobayashi Maru.

-Mio Dio , Bones , che cosa ho fatto?
-Quello che doveva fare, quello che fa sempre,
mutare la morte in una continua lotta per la vita.
- Kirk e McCoy, Alla ricerca di Spock.

"Ci sono sempre alternative"
-Spock, Kirk, Picard, Worf, altri

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L'esistenza non può avere un lieto fine: la morte è inevitabile e fa parte della vita. Dalla Zona Neutrale arriva una richiesta di soccorso e non ci sono altre navi in zona: se andate in soccorso della nave nei guai, violate la Zona Neutrale (rischiando la guerra con i romulani); se non ci andate l'equipaggio della nave in pericolo morirà. Decidete di andare in soccorso della nave e scoprite così che è una trappola per distruggervi e scatenare una guerra attribuendo a voi la colpa. Se però non ci foste andati, l'equipaggio sarebbe morto. Si tratta infatti di un test che viene fatto ai cadetti all'Accademia: una situazione in cui è impossibile vincere, qualsiasi cosa facciate.


Il modo in cui si affronta l'inevitabile è un test caratteriale estremamente importante: il carattere viene rivelato dalla passione e dalla tenacia con cui si combatte per la salvezza, facendo il possibile per trasformare l'inevitabilità della morte in una lotta per la vita. Ma la Kobayashi Maru è di più che una semplice 'prova del fuoco' o di un test caratteriale.

Non è un caso infatti che questo test porti un nome giapponese. La Kobayashi Maru infatti può rientrare a buon diritto tra i
koan della filosofia zen. Il koan è un enigma insolubile, un paradosso che il Maestro propone al discepolo per aiutarlo a scoprire l'inadeguatezza di ogni sforzo razionale a scoprire la realtà ultima. Lo scopo del koan è quello di produrre il vuoto di coscienza. Probabilmente era questo il significato originario che chi ha inventato il test voleva dare alla Kobayashi Maru: far accettare ai cadetti l'inevitabilità della morte.

Eppure non è neanche questo il significato ultimo della Kobayashi Maru: in essa sono racchiuse le basi etiche stesse della filosofia della Federazione.

La prima missione della Flotta Stellare è quella di 'Preservare la vita'. La Kobayashi Maru insegna agli ufficiali della Flotta Stellare quanto la vita sia preziosa; insegna a cercare fino all'ultimo il modo per preservarla.

Kirk, come è noto, è l'unico ad aver superato la Kobayashi Maru ... truccando il test! In qualsiasi esercito/università sarebbe stato quantomeno espulso, la Flotta Astrale invece lo ha decorato. Ecco l'essenza stessa di Star Trek: trovare una terza via, senza compromettere mai il fine ultimo, né i principi etici. Forzare un paradosso non solo è un modo accettabile per cavarsela, ma è un modo di fare del tutto auspicabile e encomiabile per un ufficiale. La Kobayashi Maru è molto più di un test caratteriale quindi, è un test che rivela l'attitudine al comando, inteso come capacità di non accettare l'inevitabile, rimettendo tutto sempre in discussione fino a trovare un'alternativa accettabile.


(Continua…)

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L'etica di Star Trek (parte 2) – Valentina Piattelli

Proseguo con la pubblicazione del saggio L’etica di Star Trek, che l’autrice, Valentina Piattelli, mi ha gentilmente permesso di trascrivere.
Questa seconda parte sarà completamente dedicata all’importantissimo tema della Prima Direttiva, ovvero il comportamento da tenere in caso di contatti con civiltà aliene, specialmente se si tratta, per essere, di un primo contatto.
Il tema del primo contatto è stato affrontato molte altre volte in fantascienza, ed in moltissimi casi si sono affrontate tematiche molto profonde di antropologia, psicologia e filosofia.
Altre due opere che hanno affrontato questo argomento e sono state citate su questo blog, sono Solaris, di Stanislaw Lem e Picnic sul ciglio della strada di Arkadi e Boris Strugatski.
Nel prossimo capitolo, si parlerà dei Significati profondi della Kobayashi Maru (un test simulativo senza soluzione che viene somministrato ai cadetti della Flotta Stellare) e della Società di Star Trek, come via della semplicità.

Capitoli precedenti:
  1. Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.



La Prima Direttiva

"Poiché il diritto di ogni essere senziente a vivere secondo la sua naturale evoluzione culturale è considerato sacro, nessun membro della Flotta Stellare interferirà con lo sviluppo normale e salutare di una cultura o forma di vita aliena. Tale interferenza include l'introduzione di conoscenze, tecnologia, armamenti superiori in un mondo la cui società sia incapace di utilizzare saggiamente tali innovamenti. Il personale della Flotta Stellare non può violare la Prima Direttiva, neanche per salvare le proprie vite o le proprie navi, a meno che non agiscano per rimediare ad una precedente violazione o ad una contaminazione accidentale della cultura in oggetto. Questa direttiva ha la precedenza su tutte le altre considerazioni, e comporta la massima obbligazione morale".
- Prima Direttiva

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Una conseguenza poco amata dell'essere una cultura e una società pluraliste e rispettose per l''altro', quale abbiamo visto essere la società di Star Trek, è la Prima Direttiva, spesso vista come una regola disumana e poco comprensibile: ad esempio nel caso in cui si debba lasciar morire un intero pianeta pur di non interferire, come in "Terra Promessa" (TNG). Anche in questi casi estremi, la domanda che sta alla base della 'non azione' prescritta dalla Prima Direttiva è: chi siamo noi per decidere della vita e della morte di un intero pianeta? Abbiamo noi questo diritto? Anche se per molti, appare del tutto mostruoso il non intervenire anche in questi casi, bisogna riconoscere che il quesito non è peregrino (vedi Una cultura pluralista e policentrica).
La scelta di basare l'intera esplorazione sull'ideale di non interferenza è dovuta al profondo rispetto di Star Trek per tutto ciò che è 'altro'. Essere in grado di affrontare il problema della comunicazione con l''altro' è infatti uno dei requisiti stessi richiesti ad ogni capitano e comandante di astronavi.

Se l'intera esplorazione è basata sull'ideale di non interferenza, ciò non è un caso, ma trae origine da un altro dei valori portanti del mondo di Star Trek: la preservazione della memoria del passato.

L'essere umano ha una dimensione storica e culturale: quello che differenzia l'essere umano dagli altri animali (o in questo caso cosa differenzia gli esseri senzienti dagli altri esseri) è proprio l'avere una cultura, un retaggio, una storia. Non quindi Storia come magistra vitae, ma Storia come una studio delle fasi dell'esistenza culturale di una civiltà, indispensabile per capirne gli sviluppi presenti e quelli futuri. Solo in questo senso la storia può avere anche qualcosa da insegnare. In questo caso, le esplorazioni compiute dal genere umano nel passato ci insegnano che, anche con le migliori intenzioni, l'incontro affrettato fra due culture, è degenerato quasi sempre in scontro.

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L'etica di Star Trek (parte 1) – Valentina Piattelli

A partire da oggi, con cadenza random, pubblicherò il saggio “L’etica di Star Trek”, scritto da Valentina Piattelli.
Lo dividerò in più parti, in modo da mantenere leggera la lettura e non sovraccaricare i lettori con troppe nozioni, dando loro la possibilità di elaborare quando letto.
Perché Star Trek? Molti si saranno chiesti per quale motivo questa famosa serie televisiva continui ad essere citata in molti ambiti al di fuori del filone fantascientifico e cosa di essa attiri tanti intellettuali, studenti ed appassionati.
Una ragione è perché a questa serie sono molto affezionato, si può dire che con Star Trek io ci sia cresciuto… e se guardate ora il risultato, non potrete certamente negare che Star Trek faccia bene! ;-P
I motivi sono molteplici, come lo sono gli argomenti che man mano vengono affrontati nel corso delle sue varie serie e stagioni: dall’etica, alla politica, l’antropologia e la sociologia, la filosofia, la scienza ed il tema spesso ricorrente dell’automa e dell’intelligenza artificiale, tanto caro alla filosofia della mente.
L’appassionato di questi argomenti, in Star Trek, specialmente nelle prime serie – Star Trek e The Next Generation – ha trovato frequentemente pane per i propri denti. Tant’è vero che non capita raramente che molte situazioni del serial vengano citate da alcuni professori come esempi.
Nonostante la profondità che spesso (ma non sempre! anche una serie importante come questa, ha i suoi alti e bassi) riesce a raggiungere l’universo di Star Trek, le varie serie sono sempre riuscite a mantenersi su più livelli, rendendosi gradevoli anche a chi cerca esclusivamente l’intrattenimento.
Questo saggio, si rivolge principalmente a chi si interessa di etica, sociologia, politica ed antropologia, e a chi è curioso di capire come potrebbe evolvere nel futuro una società di stampo progressista e liberale.
In questa prima parte, i capitoli: Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica e La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
La prossima sarà tutta dedicata ad un idea cardine della serie: La prima direttiva.



L'etica di Star Trek
Dr. Valentina Piattelli

A tutta l'umanità!
Che non si possano trovare spazi così vasti,
pianeti così freddi,
cuori e menti così vuoti
da non riuscire a riempirli di calore e d'amore!

- Garth, "Il sogno d'un folle", Star Trek, TOS



Star Trek è cultura?

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Data probabilmente direbbe che la cultura è quando "si condividono gli schemi di significato", cioè l'insieme del sapere scientifico, culturale e delle tradizioni comuni ad un gruppo di persone (in genere un popolo).
Le persone che guardano Star Trek condividono queste caratteristiche?
Di sicuro abbiamo un linguaggio speciale e un insieme di simboli noti soltanto a noi; chi più chi meno, tutti conosciamo la storia, le usanze, il sapere scientifico di Star Trek. Si può quindi affermare che Star Trek è una forma di cultura.
In queste pagine ci proponiamo di studiare la cultura di Star Trek e in particolare le implicazioni filosofiche ed etiche del telefilm.
Soprattutto all'estero vi è una vasta letteratura sull'argomento e Star Trek viene utilizzato perfino da professori universitari per esemplificare teorie complesse, oppure come soggetto stesso di studio, sia dal punto di vista letterario, sia per la filosofia del diritto, la filosofia morale etc. Nel nostro piccolo cercheremo di portare all'attenzione degli appassionati italiani questi temi e, per quanto possibile, di contribuire alla discussione generale su questi argomenti.


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Studio inglese: “la religione è un effetto secondario dell’evoluzione”

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Aggiornamento 15/02/2009 (21:09): Aggiunti due approfondimenti dal testo del New Scientist riguardo la perdita di controllo e la spontaneità con cui si sviluppa la credenza nel soprannaturale.

Riporto un articolo appena letto su UAAR News, che sintetizza i contenuti di un testo apparso su New Scientist intitolato Born believers: How your brain creates God.
Nel finale dell’articolo riassuntivo, ho trovato una frase che mi è piaciuta parecchio, dato che riassume un’intuizione che ho avuto circa due anni fa.
La frase è «L’ipotesi che si sta ormai diffondendo a macchia d’olio è che la mente umana sia stata ‘forgiata’ dall’evoluzione per concepire personaggi fittizi, […] latori di ‘intenzioni’: di qui all’invenzione di esseri soprannaturali, e alla successiva sistemazione di tali credenze in un corpus condivisibile da una società […], il passo sarebbe stato breve.»
Al tempo, io conclusi il mio articolo scrivendo «La tendenza a credere nel soprannaturale potrebbe essere un processo di attribuzione d'intenzionalità.»
Quando lo scrissi non avevo ancora letto articoli che spiegassero l’origine delle religioni con quei termini. Le idee mi vennero in seguito ad un articolo, che non condivisi appieno, che ipotizzava l’esistenza di una zona della corteccia cerebrale adibita alla credenza nel soprannaturale, ma da quanto avevo studiato in psicologia cognitiva, e influenzato per quanto riguarda la filosofia della mente, dalle idee di Daniel Dennett, forse era naturale che avessi prima o poi una intuizione simile.

Si fanno sempre più numerosi gli studi che propongono di risolvere il ‘mistero’ delle origini della religione da un punto di vista evoluzionistico. Negli scorsi anni sono emersi almeno tre filoni di ricerca (quello sociobiologico di Sloan Wilson, quello antropologico-cognitivo di Scott Atran e Pascal Boyer e quello che evidenzia anche l’aspetto ‘memetico’ del problema di Richard Dawkins e Daniel C. Dennett). Finalmente se ne è cominciato a parlare anche in Italia, qualche mese fa, con il libro Nati per credere di Vittorio Girotto, Telmo Pievani e Giorgio Vallortigara. Ma nuovi studi si aggiungono settimana dopo settimana: tanto che Michael Brooks, sull’ultimo numero del New Scientist, ha pubblicato un lungo articolo riepilogativo dal titolo Born believers: How your brain creates God. L’ipotesi che si sta ormai diffondendo a macchia d’olio è che la mente umana sia stata ‘forgiata’ dall’evoluzione per concepire personaggi fittizi, non necessariamente ritenuti dotati di corpo ma, al contrario, latori di ‘intenzioni’: di qui all’invenzione di esseri soprannaturali, e alla successiva sistemazione di tali credenze in un corpus condivisibile da una società (e dunque imponibile a una società), il passo sarebbe stato breve.

Nell’articolo del New Scientist si prende in analisi anche un fattore che io avevo trascurato nel mio precedente articolo: quanto la sensazione di perdita di controllo della propria vita possa influire nel cercare spiegazioni soprannaturali. L’osservazione delle società e della storia infatti, ci fa pensare, intuitivamente, che la religione prosperi maggiormente laddove le condizioni siano più dure. Questo era già stato osservato da Bertrand Russell riguardo, quantomeno alle religioni monoteiste. «Possiamo constatare che, in ogni epoca, l'intensità della fede religiosa è andata di pari passo con inaudita crudeltà e scarso benessere.» «È palese che alla base della religione c'è la paura poiché – ogni qualvolta accade una disgrazia – si rivolge il pensiero a Dio: guerre, pestilenze, naufragi e cataclismi promuovono la religione.» «La fede in una vita futura non nasce da argomenti razionali, bensì da emozioni. Fra queste, la più importante è la paura della morte, istintiva e biologicamente utile. Se davvero credessimo nella vita futura, il pensiero della morte non ci spaventerebbe affatto.»

da New Scientist:
That view is backed up by an experiment published late last year (Science, vol 322, p 115). Jennifer Whitson of the University of Texas in Austin and Adam Galinsky of Northwestern University in Evanston, Illinois, asked people what patterns they could see in arrangements of dots or stock market information. Before asking, Whitson and Galinsky made half their participants feel a lack of control, either by giving them feedback unrelated to their performance or by having them recall experiences where they had lost control of a situation.
The results were striking. The subjects who sensed a loss of control were much more likely to see patterns where there were none. "We were surprised that the phenomenon is as widespread as it is," Whitson says.
What's going on, she suggests, is that when we feel a lack of control we fall back on superstitious ways of thinking. That would explain why religions enjoy a revival during hard times.

L’articolo si conclude suggerendo un esperimento che, per le implicazioni etiche, non potrà mai essere fatto, ma comunque accettabile come esperimento mentale.
There is one experiment, however, that could go a long way to proving whether Boyer, Bloom and the rest are onto something profound. Ethical issues mean it won't be done any time soon, but that hasn't stopped people speculating about the outcome.
It goes something like this. Left to their own devices, children create their own "creole" languages using hard-wired linguistic brain circuits. A similar experiment would provide our best test of the innate religious inclinations of humans. Would a group of children raised in isolation spontaneously create their own religious beliefs? "I think the answer is yes," says Bloom.


Alla stessa conclusione intuitiva era già arrivato lo scrittore fantascientifico Stanislaw Lem, nel suo racconto breve Non serviam (pubblicato nella raccolta “L’io della mente” e trascritto in passato su questo blog), che narra della creazione di una società artificiale all’interno del calcolatore partendo dalle basi dell’evoluzione, fino ad osservarne i comportamenti dei singoli “personoidi” dal momento in cui si formano le prime parvenze di pensiero astratto, fino ad arrivare a discussioni filosofiche simili a quelle dei classici greci, con una particolare citazione del ragionamento di Epicuro riguardo al paradosso dell’essere onnisciente, onnipotente e benevolo.
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(Tirare a indovinare) Un uomo senza patria – Kurt Vonnegut

sfera di cristallo
Il brano che segue è preso dal libro Un uomo senza patria (2005) di Kurt Vonnegut.

Per l’ultimo milione di anni o giù di lì, gli esseri umani hanno dovuto tirare a indovinare su quasi tutto. I personaggi principali dei libri di storia non sono altro che quelli di noi che hanno tirato a indovinare nella maniera più affascinante, e a volte più spaventosa.
         Ne posso nominare due?
         Aristotele e Hitler.
         Uno ci ha azzeccato, e l’altro ha sbagliato.
         E nel corso dei secoli le masse umane, sentendo di avere dei mezzi di giudizio inadeguati, proprio come noi oggi, e a ragione, si sono viste praticamente costrette a credere di volta in volta a quelli che tiravano a indovinare.
         I russi che non erano d’accordo con le congetture di Ivan il Terribile, per esempio, rischiavano di ritrovarsi il cappello inchiodato alla testa.
         Dobbiamo comunque riconoscere che i più persuasivi fra quelli che tiravano a indovinare – perfino Ivan il Terribile, il quale oggi nell’ex Unione Sovietica è un eroe – talvolta ci hanno dato il coraggio di sopportare immani sofferenze che non eravamo in grado di comprendere. Carestie, pestilenze, eruzioni vulcaniche, bambini nati morti: spesso quegli individui ci hanno dato l’illusione che la buona e la cattiva sorte fossero comprensibili e a volte potessero essere affrontate in maniera intelligente ed efficace. Senza questa illusione, forse il genere umano si sarebbe arreso molto tempo fa.
         Ma quelli che tiravano a indovinare, di fatto, non ne sapevano più della gente comune, anzi a volte ne sapevano anche di meno, perfino quando – o specialmente quando – ci hanno dato l’illusione di avere il controllo sul nostro destino.
         Tirare a indovinare in maniera persuasiva è un ingrediente fondamentale della capacità di leadership da così tanto tempo – anzi, lo è stato per tutto il corso dell’esperienza umana – che non c’è affatto da sorprendersi se ancora oggi gran parte dei leader del pianeta, nonostante tutte le informazioni di cui improvvisamente possiamo disporre, vogliono che il meccanismo continui. Adesso è il loro turno di tirare a indovinare, tirare a indovinare e avere intorno chi gli dà retta. Un posto dove questo oggi si fa nella maniera più becera, tronfia e ignorante è Washington. I nostri leader sono stufi marci delle tonnellate di informazioni valide che sono state riversate sul genere umano dalla ricerca, dallo studio e dal giornalismo investigativo. Pensano che ne sia stufa la nazione intera, e potrebbero anche aver ragione. Non è al sistema aureo che vogliono riportarci. Vogliono scendere a un livello ancora più elementare. Vogliono riportarci al sistema degli elisir dei ciarlatani.
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Chi controlla le parole…

Mi è capitato ieri di leggere questo titolo nel Feed del sito di Repubblica: Il Grande Fratello della Gelmini “Bullismo, telecamere in classe”.
Leggetelo anche voi. Cosa vi ha rievocato?
Ora cliccate il link per proseguire la lettura.

Leggi il resto…
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Crescere bambini in una coppia omosessuale

Aggiornato: inserito in coda il link ad un articolo riguardo all’omofobia, aggiunto un collegamento ai risultati dello studio citato nella discussione e riportata e tradotta la parte più significativa di quei risultati.

Riporto un discorso che ho fatto in Facebook sulla bacheca della causa “Firma la petizione per la decriminalizzazione universale dell’omosessualità”. Si parla della possibilità per le coppie omosessuali di crescere dei figli. Anche fra chi è favorevole alle coppie omosessuali, spesso nega quella che, secondo me, è la conseguenza logica e naturale, cioè la possibilità da parte loro di crescere dei bambini. Ora, riportando i miei interventi, cercherò di spiegare il motivo. Solitamente l’argomento usato è la “naturalità” dei comportamenti, ovvero: se la natura ha disposto l’esistenza di sessi opposti, noi dobbiamo seguire quell’orientamento.

Il primo commento che ho fatto è stato per confutare l’idea della possibilità che esistano comportamenti “non naturali”.

Fintanto che una cosa esiste, fa parte della natura e va accettata.
Riporto, dal brano “Dio è taoista?” del logico e filosofo Raymond Smullyan:
«Goethe ha espresso molto bene tutto ciò: “Nel tentare di opporci alla Natura noi, nell'atto stesso di farlo, operiamo secondo le leggi della natura!”. Non capisci che le cosiddette “leggi della natura” non sono altro che una descrizione di come appunto tu e gli altri esseri agite? Sono semplicemente una descrizione di come tu agisci, non una prescrizione di come dovresti agire, non un potere o una forza che costringe o determina le tue azioni. Per essere valida, una legge della natura deve tener conto di come tu di fatto agisci, o, se preferisci, di come tu scegli di agire.»

La risposta a questo è stato che seguire un simile ragionamento sarebbe deleterio perché si considererebbero naturali e permessi anche comportamenti “non buoni” come la violenza, la pedofila o altri orientamenti sessuali parafiliaci come la zoofilia. Viene quindi riportato il discorso nell’ambito della società umana.
Questo mi permette di ampliare e successivamente entrare più nel dettaglio dell’argomento.

Anche il tuo opporti alle opinioni nostre, è perfettamente descritto dalle leggi della natura, in quanto il tuo intelletto, la tua mente, come pure le nostre, sono il risultato di milioni di anni di evoluzione naturale. La tua mente, emergenza della relazione fra cervello, corpo ed ambiente, nel formulare i tuoi pensieri, agisce secondo le leggi della natura allo stesso modo in cui fanno le nostre.
Altra questione è la conservazione delle tradizioni di una società (anch'essa, altra emergenza della relazione fra gli individui che la compongono). Tutto in natura mira alla sopravvivenza ed essa avviene più efficacemente, quanto meglio ci si riesce ad adattare all'ambiente. Ma l'ambiente è anch'esso influenzato da noi allo stesso modo in cui noi siamo influenzati da esso (con "ambiente" intendo, mettendo su un piano dualistico, tutto ciò che non è ME), in un continuo rapporto di azione, reazione, retroazione. Infatti, la natura è un sistema dinamico complesso.
Capisci anche tu quanto sia semplicistico quindi, uscirsene equiparando sullo stesso piano pedofilia ed omosessualità. Una mente lungimirante ed attenta, potrebbe arrivare alla conclusione che se c'è da stabilire una regola etica (le regole nascono dall'uomo e valgono come regole solo nel sottosistema per cui l'uomo le concepisce) che permetta ad una società di prosperare più a lungo e fruttante la maggior soddisfazione e felicità per i suoi appartenenti, quella non può essere altro che: "non causare dolore".
Ora, riesamina il tuo paragone fra pedofilia, zoofilia ed omosessualità in base a ciò. :-)

Inoltre, tu dici, parlando di adozioni da coppie omosessuali: "E dato che i bimbi sono come spugne, cosa dovrebbero fare vedendo i due papà o le due mamme amoreggiare o litigare, cosa dovrebbero pensare, come dovrebbero orientarsi sessualmente?!?!?"
Spiegami cosa temi che accada? :-)
Perché se non hai nulla contro le coppie omosessuali, non dovrebbe esserci neppure nulla contro l'eventualità che un bambino conosca cosa sia l'omosessualità attraverso i propri genitori adottivi e la consideri, in questo modo, "naturale" e "normale". Al contrario, se pensi che il bambino non la dovrebbe considerare tale, risalendo la catena, ne consegue che in qualche modo pensi anche che ci sia qualcosa che non (non "normale", non "naturale") va nell'esistenza di coppie omosessuali. Non parlo magari di un rifiuto conscio della cosa, ma il considerarlo, sotto sotto, una anomalia che vada evitata e magari poco alla volta eliminata. Forse temi che i bambini sviluppino anch'essi una tendenza all'omosessualità? Ma se anche lo facessero, che problema sarebbe? Non credo che l'umanità si estinguerebbe solo perché finalmente accetta vari comportamenti sessuali. ;-)
Comunque, per "tranquillizzare" quelli che la pensano in quel modo, è recente
uno studio per il quale la probabilità che un bambino di una coppia omosessuali sviluppi le stesse tendenze omosessuali dei genitori è esattamente la stessa che ha quello di una coppia etero.1 ...ma ripeto: anche se non fosse. dove sarebbe il problema? :-)

L’argomento contro è stato che, vivendo noi in una società nata e cresciuta grazie alla contrapposizione naturale fa i due sessi, è normale considerare l’omosessualità una devianza, pur permettendo loro di frequentarsi e sposarsi senza operare persecuzioni e discriminazione, secondo una filosofia del “vivi e lascia vivere”, ma che i figli di coppie omosessuali, in una società simile non potrebbero vivere bene.

Il discorso sulla possibilità di crescere o meno figli in coppie omosessuali non è determinante per la natura (la quale, per definizione, comprende tutto l'esistente e non può essere che perfetta ed equilibrata in ogni singolo istante), ma nel sottosistema che l'uomo (grazie alle caratteristiche che "in natura" ha sviluppato) ha delineato per permettere un miglior adattamento all'ambiente (e quindi maggiori probabilità di sopravvivenza… alla fine, tutto rientra in questo). Per fare ciò ha delineato delle regole (UMANE quindi) e vari tipi di società. La società è un insieme di regole condivise che permettono maggiori probabilità di sopravvivenza. Buona parte di queste regole non scritte, sono eredità di periodi in cui la sopravvivenza della "tribù", come identità espansa della "famiglia", dipendeva strettamente dalla procreazione e dall'allargamento della tribù stessa (mediante figli o annessioni di altre tribù creando coppie con loro). Da qui, nacquero molte regole e tabù, come appunto quello dell'omosessualità, ma anche quello dell'incesto, ad esempio. Queste regole vengono attualmente portate avanti dalle persone con ideali più tradizionalisti e conservatori, seconda la logica che "se hanno funzionato fino ad ora, non vanno cambiate". Il fatto è che l'ambiente cambia in continuazione (anche grazie all'intervento dell'uomo, ovviamente) e l'uomo si deve adattare velocemente. Attualmente, i principali problemi che minano alla sopravvivenza, non sono risolvibili tramite il metodo della procreazione. Abbiamo avuto una rivoluzione industriale che ha portato benessere, ma anche molti svantaggi, abbiamo addirittura il problema della sovrappopolazione, che causa un grande consumo di risorse e degrado (dal punto di vista delle specie che vi vivono) delle condizioni ambientali. In tutto questo, le precedenti regole nate per scoraggiare comportamenti (naturali!! In quanto non possono essere diversamente. L’argomento della naturalità, non può essere mai valido per confutare i comportamenti umani. Al contrario, sono validi argomenti sulla “convenienza” per l’uomo di un tale comportamento e la possibilità o meno che causi dolore), che impedissero il processo di procreazione massiccia, iniziano a cadere, quando addirittura non diventano peggiorative. Questo per completare il sottofondo filosofico e antropologico della questione. :-)
Torniamo quindi nel sottosistema "società" delineato dall'uomo. L'esistenza delle regole, fa sì che chi non le rispetta venga allontanato dalla società, considerato, come si dice in gergo, un deviante. Questo fino a quando buona parte delle persone considera ancora valide quelle regole.
Andando ancora più "vicino al suolo", abbiamo che l'unico problema che potrebbe avere un figlio cresciuto in una coppia omosessuale, è che la società non lo accetti, considerandolo un deviante. Questo gli causerebbe infelicità. Quindi dolore.
Ma l'origine di questa infelicità dove va cercata? Nel fatto che una coppia omosessuale l'abbia cresciuto (immagino con lo stesso affetto che avrebbe avuto una coppia etero), oppure nelle persone che seguono regole senza rendersi conto che sono ormai obsolete se non deleterie?
In base a ciò che si risponde a questa domanda, una persona arriva ad una delle due soluzioni che ritiene più ideale, cioè se impedire alle coppie omosessuali di cresce bambini, oppure far sì che l'omosessualità venga completamente accettata dalla società e con essa anche ciò che ne deriva, cioè che gli omosessuali possano avere pari diritti e quindi anche la possibilità di crescere bambini.

Colgo l’occasione anche per segnalare questo articolo molto lucido ed approfondito, che ho trovato riguardo alle varie forme di omofobia: Omofobie, ovvero: un tuffo nelle fogne italiche

1. Queste le conclusioni: «The review of these articles brings to light that children brought up by homosexual parents do not differ from other children in adjustment and psychosexual development. However, 2 out of the 8 studies, investigating peer relations, described episodes of stigma endured by the children of homosexual families. Furthermore, the quality of parenting, comparing homosexual and heterosexual parents, does not differ much. Though, findings do suggest that homosexual parents tend to reveal better parenting skills. Parents ’ sexual orientation, at least as regards lesbian mothers, does not seem to hinder the children’s development. On the other hand, stigma and the lack of social and legal recognition does impinge on homosexual families.»
Trad: «La revisione di quegli articoli porta alla luce che i bambini cresciuti da genitori omosessuali non differiscono dagli altri bambini nell'orientamento e nello sviluppo psicosessuale. Comunque, 2 degli 8 studi, investigando sulle relazione interpersonali, hanno descritto episodi di emarginazione sofferti da parte dei bambini di famiglie omosessuali. Inoltre, la qualità della vita famigliare, confrontando genitori omosessuali ed eterosessuali, non aveva differenze significative. Nonostante questo, le ricerche suggeriscono che i genitori omosessuali tendono ad avere migliori qualità genitoriali. L'orientamento sessuale dei genitori, almeno per quanto riguarda le madri lesbiche, non sembra ostacolare lo sviluppo di quello dei figli.
D'altro canto, l'emarginazione e la mancanza di riconoscimento sociale e legale hanno un effetto negativo sulle famiglie omosessuali.»
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La Vita, l'Universo e Tutte Quelle Persone Scomparse nei Propri Personaggi – Roberto Quaglia

ElavielMask
Come ho già fatto in precedenza e ripeterò, probabilmente in futuro, mano a mano che rileggerò i suoi articoli, riporto un brillante articolo ad opera di Roberto Quaglia, geniale autore della rubrica Pensiero Stocastico sulla rivista di fantascienza on-line Delos, ora inglobata da Fantascienza.com.
I suoi articoli sono sempre molto intelligenti ed ironici e sono stati di grandissima influenza per me, quando li lessi tempo fa, al momento della loro pubblicazione.
Solo alcuni degli articoli sono stati riportati in Fantascienza.com, dopo la trasformazione della versione on-line di Delos, tuttavia, l'intera serie è ancora reperibile presso il vecchio indirizzo, scaricando da fantascienza.com i singoli numeri di Delos Magazine in formato compresso, oppure acquistando il suo libro Pensiero Stocastico.

Questa volta, l’articolo, molto pirandelliano come contenuti, si intitola La Vita, l'Universo e Tutte Quelle Persone Scomparse nei Propri Personaggi e lo riporto per intero.

Roberto Quaglia, ovvero il rappresentante della fantascienza del nostro Paese più famoso all'estero e più sconosciuto in Italia, continua a fare tante domande e a rifiutare tutte le risposte. Leggete quanto segue a vostro rischio. Delos non si riterrà responsabile della vostra incolumità mentale.

Sicuro è, volendo fare finta di sì, che alcune cose esistono. Si tratta delle cose che crediamo che esistano, le quali esistono - volendo fare finta che esistano, proprio perché crediamo che esistano.
Poi ci sono le cose che sono vive, volendo fare finta che ci siano. Un'antica usanza umana ci rende tal compito facile e spontaneo, e noi non lo smentiremo. Ci sono quindi delle cose che sono vive, e ci sono perché noi crediamo che siano vive.
Infine ci sono delle cose che oltre ad esistere e ad essere vive, sanno di esistere e di essere vive, e soprattutto sanno di sapere di esistere e di essere vive. Naturalmente, anche questa terza categoria esiste a causa del nostro far finta che esista, mediante il trucco di crederci. Tutto ciò è alquanto mistificante, ma risulta intensamente pratico.
In realtà - e per eccesso di praticità facciamo finta che esista pure la realtà - non c'è alcuna separazione reale fra queste tre categorie immaginarie. Tuttavia, nella nostra esperienza l'immaginazione spicca laddove altrimenti ci sarebbe soltanto un denso nulla macchiato di bestia, ovvero la mente di un essere umano.
E l'immaginazione ci trascina attraverso l'esistenza, e attraverso la vita, e attraverso il fiume dei pensieri autocoscienti dispensandoci in primo luogo l'illusione dell'esistenza, della vita e dell'autocoscienza. E' da esse che quindi partiamo, per le nostre odierne divagazioni stocastiche, in virtù dell'evidenza che altra origine di noi stessi non ha dignità di essere da noi e fra noi ora intesa e menzionata.
Quante sono le cose che esistono! Praticamente tutte. Nulla si para ai nostri sensi sfuggendo alla nostra illusione che esista. Ovunque ci volgiamo, vediamo Qualcosa perentoriamente esistere, ci piaccia o non ci piaccia. Così inflazionata è questa umile categoria, che in verità ci interessa ben poco, anche se coviamo l'hobby che non sia così.

Più interessante si prospetta l'analisi della nostra seconda categoria immaginaria, la categoria delle cose che sono vive.Taluni sciocchi pensano davvero che ciò che pare vivo lo sia veramente, ed in tale credenza si perde ogni dignità e speranza di intuire pur vagamente ciò che realmente nel cosmo si verifica. Ma noi abbiamo smesso il costume di sciocco rifilatoci durante i biechi saldi della nostra nascita, e sapendo di non sapere non ignoriamo che la categoria delle cose vive sia soltanto un convenzione. Nondimeno, è utile e pratico fingere che ciò che ci pare vivo lo sia davvero. Chi non capisse nulla di quanto andasse or ora leggendo, la smetta una buona volta di preoccuparsi: egli o ella finalmente ha deviato una spanna dal solco delle false certezze, ed un bagno di confusione è il minimo che ci si possa aspettare. Ma come insegna l'igiene, ogni tanto un bagno conviene. Anche se la saggezza ci ammonisce: troppi bagni possono annegare uno sprovveduto.Le cose che sono vive, e che tali sono in virtù delle proprie apparenze, presentano un superiore grado di complessità rispetto alle cose che più semplicemente esistono, le quali esistono in virtù delle proprie apparenze. Ogni reale differenza fra queste due categorie immaginarie è rappresentata proprio e soltanto da tale differente grado di complessità. La complessità non è né bene né male, ma è in genere più complessa della semplicità.Taluni ingenui sono infine convinti che i componenti della nostra terza categoria immaginaria, le cose che oltre ad esistere e ad essere vive sanno di esistere e di essere vive, ed eventualmente sappiano di sapere di esistere e di essere vive (è così che ci immaginiamo certi esseri umani), realmente sappiano di esistere e di essere vive e addirittura sappiano di sapere di esistere e di essere vive. In realtà, il più superficiale degli approfondimenti confuta senza esitazione tale palesemente ingenua ipotesi. E' innegabile che un evento che assomigli alla comprensione di esistere e di essere vivi e forse anche del fatto di sapere di esistere e di essere vivi si compia saltuariamente all'interno di varie menti umane, ma confondere una rappresentazione con ciò che essa rappresenta è l'errore vergognoso di qualsiasi sedicente pensante, un atto che iscrive chi lo compie nel capiente novero dei poveri ingenui.

Ciò che ha più senso (o minor non-senso) dire è che i componenti della nostra terza categoria immaginaria sono contraddistinti da un grado di complessità superiore a quelli delle altre due categorie. Essendo da queste parti la complessità maggiore, c'è molto di più da dire, da notare, da distinguere. In effetti, una vita umana non basta a notare, distinguere e parlare di tutto ciò che rientra nella nostra prima categoria immaginaria, le cose che esistono, né tantomeno di tutto ciò che compone la seconda categoria, le cose che sono vive. A maggior ragione, notare, distiguere e parlare di tutto ciò che compone la terza categoria è un compito ciclopico che atterrisce, oltre a tutto perché tale terza categoria si amplia e si complica incessantemente ad una velocità incredibilmente maggiore di quella necessaria alla nostra attenzione per seguirne l'evoluzione.In tale tumultuoso caos di insorgenti nozioni destinate a sfuggirci in misura sempre maggiore, ubriacarsi o deprimersi sono due scelte ugualmente lecite. La prima è più divertente della seconda, e per questo motivo, e soltanto per questo, è ragionevole e consigliabile preferirla alla seconda.L'ubriacatura di sapere è un tuffo giù per le rapide di un impetuoso rivolo dal quale si dipartono incessantemente in mille e mille bivi una sconfinata quantità di altri rivoli che non potranno essere esplorati. Procedere fieramente a casaccio in tale frattale realtà usando ciò che ci pare l'arbitrio, per preferire, secondo criteri estetici, ad ogni bivio o trivio o polivio, una direzione rispetto alle altre è l'atteggiamento più interessante e rispondente a quelle caratteristiche che farebbero di noi, in misura maggiore o minore, titolati elementi di quella terza categoria immaginaria della quale abbiamo vaneggiato sinora, la categoria delle cose che sanno di esistere e di essere vive e che eventualmente sanno anche di sapere di esistere e di essere vive.

Venendo un po' più sul concreto, almeno apparentemente (e le apparenze sono tutto, come la scienza ci insegna, involontariamente, pretendendo talvolta di argomentare che sarebbe vero il contrario) e comunque a casaccio, come si conviene, sfoggiamo il nostro accorgimento che ogni umano possa venir scisso in due parti: ciò che egli o ella personalmente (essenzialmente) è, ed il ruolo o i ruoli nei quali egli o ella si cala per esigenze di società. I ruoli sono prefissati e ben definiti: l'Avvocato, l'Operaio, il Notaio, il Politico, il Presidente di Qualcosa, il Ladro, il Giudice e sono completamente impersonali. Come in teatro, e in particolare nella Commedia dell'Arte, i copioni, pur lasciando un margine all'improvvisazione e all'interpretazione, hanno un'indirizzo prefissato. Pur potendo addobbare le proprie gesta di qualche fronzolo personale, si deve seguire il canovaccio, poiché così esige il copione della società, senza di quale la società non sarebbe come è. Questa colossale recita teatrale che si chiama "la Società" è innanzitutto utile a se stessa, e secondariamente può essere utile a chi ne fa parte, ed in genere lo è, in misura variabile. Visto che esiste, è indubbiamente necessaria, e gli sciocchi che vorrebbero infantilmente abolirla farneticando di anarchia o di altri vocaboli magici senza sapere cosa stanno dicendo sono appunto sciocchi bambinoni, alcuni dei quali fieri e splendidi nella loro vitale ma immatura posizione, altri - come al solito la maggioranza - decisamente fastidiosi in un ruolo come tanti altri interpretato senza personale fantasia.Triste, noioso, fastidioso o tragico - soprattutto noioso e fastidioso - è il fatto che la maggior parte degli individui, i quali, facendo come tutti parte di una società, ne interpretano un ruolo, smarriscano il senso autentico della loro identità nella confusione fra sé ed il ruolo che interpretano. E allora troviamo avvocati che sono davvero convinti di essere innanzitutto avvocati, politici davvero convinti delle posizioni che assumono per esigenze di scena, medici davvero convinti di essere soprattutto medici, ladri convinti di essere davvero dei ladri, prostitute convinte di essere davvero delle prostitute, e potrei continuare così fino ad esaurimento di tutti i ruoli interpretabili in società. In tale confusione fra persona e personaggio, non di rado la persona scompare, ed avanza il personaggio, un vuoto involucro condannato alla coatta replicazione dei propri copioni finché la consunzione del proprio organismo non ne decreti la definitiva uscita di scena. Quanto più bello ed interessante sarebbe il mondo e la società se coloro che ne fanno parte fossero consapevoli della distinzione fra la propria persona ed il ruolo che rivestono in società. Avremmo così individui che fanno l'avvocato, invece di esserlo, donne che fanno la puttana, invece che esserlo, uomini che fanno i giudici, invece che esserlo, uomini che fanno i ladri, anziché essere tali. Che differenza farebbe? dirà qualcuno...

Pensateci. Io lo so che differenza ci sarebbe. E spero di avere fornito a chi legge l'input per meditarci in proprio, qualsiasi cosa ciò significhi.Ma cosa c'entra con questo la fantascienza? Da queste parti - c'è scritto sulla confezione! - si parlerebbe di fantascienza. Cosa c'entra allora la fantascienza con tutto quanto detto sinora quest'oggi (qualsiasi sia l'"oggi" che noi si intenda)? E io che ne so? Anzi! Cosa me ne importa?! Ma sono pronto a dare soddisfazione ai maniaci, convinto come sono che la fantascienza ragionevolmente c'entri con qualsiasi cosa, come tutto abbia sempre a che fare con se stesso, d'altronde, qualsiasi cosa ciò significhi in chi stia leggendo.Ecco allora sorgere la suprema tristezza e soprattutto noia quando anche nel campo della science fiction, della fantascienza, il panorama si orna qua e là di personaggi di cartapesta che hanno dimenticato di non essere i personaggi che interpretano. Cosa intendo dire? E che ne so!? L'importante è che lo sappia chi sta leggendo questa roba. Prendete il mio testo come un testo di Rorschach: ognuno vi colga i significati che preferisce. La cosiddetta comunicazione umana funziona così comunque.Continuiamo allora con questo testo di Rorschach.Essendo la science fiction, idealmente, in prima linea per ciò che attiene all'immaginario dell'umanità, ma soprattutto essendo lo scrittore... anzi, il "pensatore" di science fiction per natura un creatore di se stesso (ognuno è ciò che pensa, ed un pensatore di science fiction è tale se pensa sempre cose diverse), risulta palesemente assurdo assistere a "pensatori" di science fiction cessare di essere tali cristallizandosi in un ruolo, sia esso quello di scrittore, o di critico, o di esperto o di fan veterano, pretendendo tuttavia di essere ancora ciò che la loro stasi teatrale non gli consente più di essere. Il fatto è che l'entropia o qualcosa che ci assomiglia incalza alle spalle di noi tutti, e che per qualsiasi sistema dinamico instabile (come una mente fertile) è prevista da qualche parte uno stato di quiete.Mi sembra che per oggi ciò possa bastare.Chiunque, a questo punto, non si sia ancora slogato il cervello, clicchi da queste parti per precipitarsi laddove io persevero con tal genere di verbosissimo andazzo, oppure clicchi da queste altre parti per infilzare i propri neuroni con un testo del sottoscritto che è idealmente l'assoluto contrario di quanto contenuto in questa pagina, ovvero un rigido esempio di stringente linearità: si tratta di una mia mozione e relativo discorso per impegnare il sindaco di Genova ad organizzare un congresso internazionale di fantascienza o qualcosa del genere...Chi vivrà, vedrà, oppure no.
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Che cosa si prova a essere un pipistrello? (riflessioni) – Douglas R. Hofstadter

Douglas Hofstadter - The Minds I Book Cover
Testo di riferimento: prima parte
Mi spiace di averci messo così tanto a trascriverlo per intero, ma il testo era parecchio lungo ed impegnativo. :-)
Per farmi perdonare (da quelle due tre persone al mondo che seguono questi sproloqui filosofici), trascrivo in un sol botto, tutte e sei le pagine delle riflessioni sul brano, ad opera di Douglas Hofstadter.
Dopo aver letto il testo di Thomas Nagel, averlo trovato plausibile, condiviso i suoi ragionamenti, leggete le riflessioni di Douglas Hofstadter, mentre analizza il testo di Nagel e lo disseziona. ;-)


Riflessioni

He does all the things that you
[would never do;
He loves me, too –
His love is true.
Why can’t he be you?
1
Hank Cochran, ca. 1955

Twinkle, twinkle, little bat,
How I wonder what you’re at,
Up above the world you fly,
Like a tea-tray in the sky.
2
Lewis Carrol, ca. 1865


C’è un famoso rompicapo che viene posto nei corsi di matematica e di fisica: “Perché lo specchio scambia la destra e la sinistra, ma non l’alto e il basso?”. Esso costringe molti a una pausa di riflessione; chi non vuole sentirsi dire subito la risposta, salti i due capoversi che seguono.
         La risposta è imperniata su quello che noi consideriamo un modo giusto di proiettare noi stessi sulle nostre immagini riflesse. La nostra prima impressione è che avanzando di qualche passo e poi girandoci sui tacchi, potremmo metterci al posto di “quella persona” là dentro lo specchio, dimenticandoci però che il cuore, l’appendice, eccetera, di “quella persona” sono dalla parte sbagliata. L’emisfero cerebrale che presiede al linguaggio non è, con ogni probabilità, dalla parte dove sta di solito. Da un punto di vista anatomico generale, tale immagine è in realtà una non-persona; a livello microscopico poi la situazione è ancora peggiore: le eliche delle molecole di DNA girano alla rovescia e la “persona” dello specchio non potrebbe accoppiarsi con una persona normale più di quanto potrebbe farlo un’anosrep!
         Un momento, però: possiamo tenere il cuore dal lato giusto se, invece di girarci, ci mettiamo a testa in giù (per esempio, ruotando su una sbarra orizzontale posta all’altezza della vita). Ora il nostro cuore è dalla stessa parte di quello della persona dello specchio, ma i piedi e la testa sono nella posizione sbagliata, e lo stomaco, benché più o meno all’altezza giusta, è capovolto. Pare dunque che si possa considerare lo specchio come un dispositivo che scambia l’alto e il basso purché noi siamo disposti e proiettarci su una creatura che ha i piedi in alto e la testa in basso. Tutto dipende da come ci si vuole proiettare su un’altra entità. Si può scegliere tra una piroetta intorno a una sbarra orizzontale e una piroetta intorno a una sbarra verticale, tra avere il cuore nella posizione giusta e la testa e i piedi scambiati, e avere a posto la testa e i piedi ma non il cuore. Il fatto è semplicemente che, a causa della simmetria verticale esterna del corpo umano, una piroetta intorno a una sbarra verticale fornisce una corrispondenza fra noi e l’immagine in apparenza più plausibile. Ma agli specchi in realtà non importa in che modo noi interpretiamo ciò che essi fanno. E in realtà ciò che essi scambiano sono solo il davanti e il di dietro!
         C’è qualcosa di molto ingannevole in questo concetto di proiezione, corrispondenza, identificazione, empatia o comunque lo si voglia chiamare. È un tratto umano fondamentale, al quale in pratica non si può resistere, eppure esso ci può condurre per sentieri concettuali molto strani. Il rompicapo appena visto ci mostra i pericoli di un’autoproiezione troppo facile, e il ritornello della canzonetta citato in epigrafe ci ricorda con maggior forza che è vano prendere troppo sul serio questa proiezione. Eppure non possiamo farne a meno, andiamo fino in fondo e abbandoniamoci a un’orgia di stravaganti variazioni sul tema proposto da Nagel col suo titolo.

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Che cosa si prova a essere un pipistrello? (ultima parte) – Thomas Nagel

Alice_in_Wonderland_by_behindinfinity
Seguito della quinta parte.

Inizia da: prima parte

Donald Davidson ha sostenuto che gli eventi mentali, se hanno cause ed effetti fisici, devono possedere una descrizione fisica. Egli ritiene che abbiamo motivo di crederlo anche se non possediamo – anzi, anche se non potessimo possedere – una teoria psicofisica generale.1 Il suo ragionamento è riferito agli eventi mentali intenzionali, ma io penso che abbiamo anche motivo di credere che le sensazioni sono processi fisici, pur senza essere in grado di capire come. La posizione di Davidson è che certi eventi fisici hanno proprietà mentali irriducibili, e forse una concezione che si possa formulare in questi termini è giusta. Ma nulla di cui oggi ci possiamo formare un concetto corrisponde a essa; e non abbiamo neppure alcuna idea di come sarebbe una reoria che ci sonsentisse di concepire una cosa del genere.2
         Pochissimi sforzi sono stati dedicati al problema fondamentale (a proposito del quale non è assolutamente necessario parlare di cervello) se si possa attribuire significato all'ipotesi che le esperienze soggettive abbiano un qualche carattere oggettivo. In altre parole, ha senso che io mi chieda come sono realmente le mie esperienze, rispetto a come mi appaiono? Non ci è possibile avere una comprensione autentica dell'ipotesi che la loro natura possa essere rispecchiata in una descrizione fisica, se non comprendiamo l'idea più fondamentale che esse hanno una natura oggettiva (o che i processi oggettivi possono avere una natura soggettiva).3
         Vorrei concludere con una proposta speculativa. Può darsi che ci si possa accostare al divario tra soggettivo e oggettivo da un'altra direzione. Mettendo da parte per il momento il rapporto tra mente e cervello, possiamo cercare di raggiungere una comprensione più oggettiva del mentale di per sé. Al momento non abbiamo alcuno strumento per riflettere sul carattere soggettivo dell'esperienza senza ricorrere all'immaginazione, cioè senza assumere il punto di vista del soggetto dell'esperienza. Questo ci dovrebbe spingere a costruire concetti nuovi e a inventare un metodo nuovo, una fenomenologia oggettiva che non dipendesse dall'empatia o dall'immaginazione. Anche se presumibilmente essa non potrebbe dar conto di tutto, il suo scopo sarebbe quello di descrivere, almeno in parte, il carattere soggettivo delle esperienze in una forma che fosse comprensibile a essere incapaci di avere quelle esperienze.
         Dovremmo elaborare una fenomenologia siffatta per descrivere le esperienze sonar dei pipistrelli, ma si potrebbe anche cominciare dagli uomini: si potrebbe, per esempio, cercare di foggiare concetti che servano a spiegare a un cieco nato che cosa si prova a vedere. Prima o poi ci si troverebbe di fronte a un muro, ma dovrebbe essere possibile escogitare un metodo per esprimere in termini oggettivi molto più di quanto non possiamo esprimere oggi, e con una precisione molto maggiore. Le vaghe analogie intermodali (per esempio: “il rosso è come uno squillo di tromba”) che pullulano nelle discussioni su questo argomento servono a poco. Ciò dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia udito una tromba e visto il rosso. Ma gli aspetti strutturali della percezione potrebbero essere più accessibili a una descrizione oggettiva, anche se qualche cosa ne verrebbe lasciato fuori. E concetti diversi da quelli che noi apprendiamo in prima persona ci possono consentire di arrivare a un tipo di comprensione anche della nostra stessa esperienza che ci è impedito proprio da quella facilità di descrizione e da quell'assenza di distanza che consentono i concetti soggettivi.
         A parte il suo interesse intrinseco, una fenomenologia che fosse oggettiva in questo senso consentirebbe di dare una forma più intelligibile alle domande a proposito della base fisica
4 dell'esperienza. Gli aspetti dell'esperienza soggettiva che ammettessero questo genere di descrizione oggettiva potrebbero prestarsi meglio di altri a fornire spiegazioni oggettive di tipo più concreto. Ma indipendentemente dal fatto che questa congettura sia giusta o no, sembra improbabile che si possa formulare una qualunque teoria fisica della mente finché non si sarà riflettuto più a fondo sul problema generale della soggettività e dell'oggettività. Altrimenti non si potrà neppure porre il problema mente-corpo senza con ciò stesso eluderlo.

(Continua…)

1. Si veda Davidson (1970); io tuttavia non comprendo l'argomento contro le leggi psicofisiche.
2. Osservazioni analoghe valgono per Nagel (1965).
3. Tale questione è anche al centro del problema delle altre menti, il cui stretto legame con il problema mente-corpo viene spesso trascurato. Se riuscissimo a capire come l'esperienza soggettiva possa avere una natura oggettiva, capiremmo anche l'esistenza di soggetti diversi da noi.
4. Non ho definito il termine “fisico”. È chiaro che esso non si riferisce solo a ciò che può essere descritto dai concetti della fisica contemporanea, poiché ci attendiamo sviluppi ulteriori. Alcuni possono ritenere che non ci sia nulla che impedisca di riconoscere prima o poi una natura fisica indipendente ai fenomeni mentali. Ma il fisico, qualunque altra cosa si possa dire su di esso deve comunque rimanere oggettivo. Quindi, se la nostra concezione di fisico si estenderà un giorno fino a comprendere i fenomeni mentali, dovrà ascrivere loro un carattere oggettivo, indipendentemente dal fatto che ciò avvenga o no mediante una loro analisi in termini di altri fenomeni già considerati come fisici. A me tuttavia sembra più probabile che i rapporti tra mentale e fisico finiranno per essere espressi da una teoria i cui termini fondamentali non potranno essere situati nettamente in nessuna delle due categorie.
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Ipotesi sparse delle 0:55 (premo invio)

cyberspace
Stavo leggendo un capitolo de Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta e senza accorgermene (non mi ricordo nemmeno cosa abbia scatenato questo flusso di pensiero), mi sono trovato con la mente alla deriva.
Partendo dall'assunto che c'è sempre una ragione alla base dei comportamenti umani e non volendo quindi scadere in un banale ragionamento accusatorio, mi sono trovato a riflettere sul perché la Chiesa Cattolica stia lottando contro moltissime idee ormai diventate di senso comune ed accettate dalla gente indipendentemente dalla propria fede. Su che cosa causi queste idee e su come la Chiesa stia cercando di combatterle e se la sua strategia di combattimento sia quella più efficace. Prendo in considerazione essa perché, da italiano, ne sono sempre costantemente immerso, ma credo che il discorso si possa applicare a qualunque religione dogmatica occidentale.

Nel mio ragionamento mi sono chiesto cosa ci sia in comune fra tutte queste idee combattute dalla Chiesa e cosa le causi. Indubbiamente, buona parte di queste idee derivano dal periodo illuminista, ma le idee, da sole, non hanno capacità di diffondersi e di entrare nelle menti delle persone. Le idee derivano dal confronto con persone e culture diverse, questa frase implica che l'idea debba avere qualcosa che la veicoli.

Osservando la realtà, si capisce chiaramente quanto queste idee diventino sempre più diffuse e, al contempo, quanto le tradizioni e le dottrine religiose, siano sempre meno seguite. La maggior parte dei credenti, non segue più nessuna dottrina per intero (con dottrina, forse in modo improprio, intendo la parte sociale e politica di una religione, mentre con fede ne identifico la parte spirituale e soprannaturale): ne tengono per buona quella parte che coincide o conferma il proprio senso comune, lasciando magari inalterata la propria fede. Di questo ne danno conferma tutti i recenti sondaggi popolari riguardo ai recenti casi di Eluana Englaro, dell'introduzione della pillola abortiva ru486 o della proposta di depenalizzazione del reato di omosessualità. In tutti questi casi, la quasi totalità del campione, pur autodefinendosi cattolico, aveva un'opinione diametralmente opposta a quella espressa dai rappresentanti della Chiesa Cattolica. Nella maggior parte dei casi, questo non genera nel credente alcuna sensazione di contraddizione, tanto che non hanno problemi a definirsi cattolici, nonostante non seguano sia la fede cattolica, sia la dottrina. Solo pochi rarissimi individui possono dirsi cattolici a tutto tondo, conoscendo e seguendo sia la fede che la dottrina. Fede e dottrina infatti non hanno un legame strettissimo ed indissolubile, nascono per scopi diversi, tuttavia conservano dei rapporti.
I sacerdoti dovrebbero essere considerati seguaci sia della fede che della dottrina e sono loro infatti (i cui più alti rappresentanti vengono spesso interpellati dalla stampa), a scagliarsi contro tutto ciò che va contro la dottrina. Essendone i rappresentanti, costoro hanno il potere di condurre e correggere i pensieri di quei cattolici che sentono disagio nella propria coerenza, se non seguono sia la fede, sia la dottrina. Questi sono un buon bacino di persone indecise, che pur credendo in un dio, simile a quello insegnato dalla religione tradizionale del proprio paese, inconsciamente o razionalmente non ritengono giusta parte della dottrina, perché essa va in contrasto con i propri personali valori morali ed etici. Per lo stesso motivo, gli stessi non tengono in considerazione, ignorano, negano o cercano di razionalizzare i passaggi più controversi e cruenti del vecchio e del nuovo testamento.

I rappresentanti attualmente combattono varie lotte ideologiche, che vanno dalle questioni sull'aborto, la contraccezione, tutto ciò che riguarda la sessualità e sue sfaccettature ed in generale al controllo delle nascite, la famiglia, unioni e divorzi, fino alle questioni di fine vita come quella dell'eutanasia. Essi combattono i dettagli, le foglie dell'albero, mentre invece, per avere qualche possibilità di “vittoria”, dovrebbero andare a lavorare sulle radici. La loro strategia è quindi sbagliata, perché sul lungo periodo, non avranno mai la possibilità di continuare a dirigere, tramite la dottrina, il pensiero comune. I risultati di questa strategia sono evidenti a tutti: un continuo e costante allontanamento delle persone dalla dottrina (ma non sempre dalla fede, sempre per il discorso sulla sensazione di coerenza). Ciò che invece influenza il pensiero comune, è il confronto, il dialogo e lo scambio di idee. Questi meccanismi, innati nell'uomo per via della sua natura sociale, grazie al miglioramento delle condizioni di vita in seguito alla rivoluzione industriale, si sono potenziati sempre di più, passando dalla stampa, diventata poi sempre più a portata della gente comune, alla televisione, ed infine alla rete, attuale massima espressione delle possibilità di comunicazione globale. Mentre stampa e televisione sono unidirezionali, quindi preferiti nel caso si voglia essere sicuri che la propria idea venga veicolata senza possibilità di contraddittorio, la rete non ha questa caratteristica, ed è multidirezionale.

La comunicazione è dannosa per qualsiasi tradizione e dottrina. Mina alle radici sentimenti come il patriottismo ed il razzismo. Quando le persone hanno la possibilità di confrontarsi apertamente con altre persone di diverse idee e culture, vi è sempre una qualche forma di influenza reciproca. Spesso, è sufficiente la sola osservazione: non è necessario nemmeno il dialogo. Si viene a contatto con idee diverse, che prima ci era impossibile immaginare perché venivano escluse da altre idee che, al contrario, venivano date per scontate a tal punto da non rendersi nemmeno conto che non si trattava della realtà oggettiva, ma appunto, un'idea essa stessa. Se pensate che sia impossibile dare così per scontate le idee della religione e della tradizione del proprio paese, chiedetevi in che anno siamo, e quando vi risponderete “2008”, pensate a cosa significa quel “2008” e a quante volte pensate all'anno attuale senza pensare anche al suo significato. E questo è solo uno dei più banali e visibili esempi.

Quindi è il venire a conoscenza di idee diverse a mettere in pericolo la tradizione e la dottrina. La gente scopre punti di vista differenti, che ritiene corretti e sensati, e si domanda perché questi punti di vista non gli erano mai stati mostrati prima. Il modo sereno di concepire la realtà di un buddista, a confronto con il proprio senso di oppressione e colpa derivato dalle idee sul peccato e la minaccia di una punizione eterna, ad esempio. Ciò incrina sempre più la propria fiducia verso la tradizione e la dottrina. Questo è un processo di “meticciato culturale e idealistico” inevitabile e impossibile da fermare. Tuttavia, se le religioni dogmatiche volessero preservare le loro dottrine, dovrebbero contrastare in primo luogo la capacità di comunicazione ed osservazione delle persone. Questo sarebbe il metodo migliore per avere successo. Ciò, si sa, è già accaduto. La storia moderna, ad esempio, racconta delle alleanze fra le grandi religioni occidentali ed i più svariati regimi totalitari quali il fascismo, il nazismo ed il franchismo.

Ragionando su tutto questo, mi sono sorpreso, infatti, che i rappresentanti della chiesa non si siano ancora schierati contro uno dei mezzi attualmente più potenti per la comunicazione fra individui diversi di tutto il mondo, cioè la rete.
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Perché molti credono e danno fiducia ad ideologie totalitarie e dittature?

Come avevo preannunciato nel precedente articolo, trascrivo ciò che è scaturito dalla discussione sul gruppo it.discussioni.psicologia.
Riporto solo le risposte più significative e gli autori, se non identificati da uno pseudonimo, abbreviati.
L'"esperimento" secondo me è riuscito bene e probabilmente in futuro lo ripeterò con altri argomenti.

Masque:
Conosco molte persone che dichiarano apertamente che desidererebbero essere governati da sistemi molto rigidi, totalitari e violenti. Mi riferisco a molti nostalgici del ventennio che, recentemente sembrano sbucati come funghi dopo una giornata di pioggia.

Perche` queste persone desiderano una situazione simile? Perche` non pensano che sarebbe pericolosa anche per loro e che, una volta attuata, sarebbe difficilissimo liberarsene?
Io mi sono fatto un paio di idee. Penso che la violenza e la "forza" che mostrano queste ideologie, li faccia sentire piu` al sicuro, oppure che, dichiarandosi alleati ad esse, acquisiscano quella forza che nella loro simbologia ed ideali appare costantemente.
A questo probabilmente si aggiunge un desiderio di conservare o migliorare la propria posizione sociale ed economica. Mi spiego meglio: solitamente chi e` molto benestante vota partiti conservatori (o di destra se preferiamo) perche` sembrano garantire loro la protezione dei propri beni, al contrario dei partiti progressisti (o di sinistra) che tipicamente tendono a voler distribuire le ricchezze. Con i partiti progressisti, i benestanti sentono minacciati i propri averi, mentre i "poveri" vedono in loro la speranza di potersi risollevare. Dipende molto dall'idea di cosa minacci la propria posizione sociale ed economica, infatti, nelle ultime elezioni si e` notato quanto buona parte dei lavoratori operai abbia spostato il proprio voto da quello di partiti che li difendevano dai "ricchi", a quelli che dicono di difenderli dalla nuova minaccia percepita: "gli immigrati".

Tornando al discorso iniziale: cosa passa per la mente di chi desidera per il proprio paese un ritorno ad un regime totalitario e violento?
Quali vantaggi ritiene maggiori degli svantaggi che inevitabilmente porterebbe?
Leggi il resto…
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La domanda del giorno

pedata
D: Come vedi queste recenti, sempre più numerose, sfacciate ed audaci prese di posizione dei poteri forti tradizionalisti e di estrema destra?
R: È il Grande Sedere, che si protende sempre più e si espone, in modo da venire colpito con più facilità dal Grande Inevitabile Stivale del Progresso. :-D

Aggiornamento: Al di là di questa burla, ieri ho sottoposto al gruppo di discussione it.discussioni.psicologia il seguente quesito e ne stanno uscendo delle belle risposte. Appena la discussione sarà finita, la pubblicherò per intero.
Il quesito era questo:
Conosco molte persone che dichiarano apertamente che desidererebbero essere governati da sistemi molto rigidi, totalitari e violenti. Mi riferisco a molti nostalgici del ventennio che, recentemente sembrano sbucati come funghi dopo una giornata di pioggia.

Perche` queste persone desiderano una situazione simile? Perche` non pensano che sarebbe pericolosa anche per loro e che una volta attuata, sarebbe difficilissimo liberarsene?

[...]cosa passa per la mente di chi desidera per il proprio paese un ritorno ad un regime totalitario e violento?
Quali vantaggi ritiene maggiori degli svantaggi che inevitabilmente porterebbe?

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Comunicare / Ascoltare

Riporto questo interessante articolo dall'ufficio relazioni col pubblico dell'Emilia Romagna.

L'ascolto
Il buon comunicatore è colui che sa ascoltare
L'ascolto è una delle fasi essenziali e principali dell'evento comunicativo, in quanto permette di comprendere il proprio interlocutore e l'evento in quanto tale, adeguando di conseguenza il proprio stile relazionale, metodi e strumenti della comunicazione. A tal fine, è bene considerare alcuni degli elementi distintivi la fase dell'ascolto, quali:

•  osservare, raccogliere e captare tutte le informazioni possibile dalla situazione contingente. In questa prima fase, sarebbe opportuno attuare un ascolto neutro ed empatico, ovvero sospendere la propria capacità selettiva di giudizio e il proprio dialogo interiore, per abbracciare l'interpretazione e il punto di vista del nostro interlocutore;

•  sospendere l'urgenza classificatoria, abilità umana che permette di ridurre la complessità del mondo circostante, attraverso generalizzazioni concettuali che riconducono ogni evento ignoto a classificazioni note. Da tale atteggiamento mentale deriva un fenomeno definito profezia autoavverante, atto ad esplicitare come i nostri stessi pensieri riescano a condizionare i nostri comportamenti e la nostra percezione della realtà circostante.

La profezia autoavverante si distingue in due fasi: la prima, detta cognitiva, in cui viene creata una propria rappresentazione della realtà secondo convinzioni e chiavi di lettura arbitrarie e differenti da soggetto a soggetto; la seconda fase, invece, è detta comportamentale poiché prevede un adeguamento degli atteggiamenti del singolo all'interpretazione della realtà che lo stesso ha precedentemente prodotto.   Questo processo, una volta innescato, produce una lettura distorta della realtà ma conforme alle urgenze classificatorie del singolo, il quale proietta la propria attenzione solo su quegli aspetti dell'evento comunicativo precedentemente generalizzati. (Ad esempio, se giudichiamo una persona nervosa e irritabile, il suo frenetico tamburellare delle dita sul tavolo sarà una conferma della nostra urgenza classificatoria, che escluderà ogni differente ipotetica valutazione legata ad usi, costumi, e atteggiamenti dell'altro diversi rispetto alla nostra interpretazione della realtà.) La profezia autoavverante è un processo psicologico naturale ed ineliminabile, è però opportuno gestirne l'applicazione con consapevolezza per ridurre gli effetti di distorsione provocati da pregiudizi e preconcetti a cui spesso rischiano di approdare generalizzazioni troppo "audaci"!

•  domandare, formulare domande aperte e/o chiuse, a seconda dell'evenienza e dello scopo, per agevolare l'esposizione altrui ai fini di una miglior comprensione. Le domande aperte sono utili ad un arricchimento dell'esposizione, laddove questa è carente di particolari significativi, e generalmente permettono all'interlocutore di sentirsi maggiormente a proprio agio, poiché svincolato da impostazioni rigide e schematiche. Le domande chiuse, al contrario, servono per focalizzare passaggi salienti, per ribadire e sottolineare concetti chiave della conversazione e per diminuire le possibilità interpretative. A tal fine, vengono spesso utilizzate in associazione a parafrasi e riformulazioni (del tipo: "…se ho ben capito, Lei intende dire che…..", "…mi aiuti a capire: stando a quello che dice….."), così come a proiezioni volte ad esplicitare le conseguenze deducibili delle indicazioni suggerite ("…se Lei consegna questa richiesta entro la data prevista potrà ottenere il risarcimento…", "….con questo modulo, Lei potrà accedere ai servizi indicati nella brochure….").

•  logistica, curare il contesto fisico-spaziale dell'ambiente in cui si svolge la comunicazione per agevolare l'interlocutore, creando un dialogo basato su posizioni relazionali paritarie e simmetriche. (E' nota l'influenza che l'arredo esercita sulla relazione: ad esempio un tavolo circolare agevola fortemente lo scambio di idee rispetto ad uno rettangolare.) La prossemica permette infatti di definire ambiti più "intimi" della comunicazione, in base alle distanze fisiche degli interlocutori, agevolando, se opportunamente applicata, uno scambio più amichevole e salvaguardando la riservatezza e la privacy del dialogo. In effetti, predisporre il luogo dello scambio comunicativo considerando l'evento comunicazionale in quanto tale, permette di prestare attenzione non solo all'aspetto informativo della situazione, bensì anche a quello relazionale che consente al nostro interlocutore di sentirsi a proprio agio.
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Manifestazioni, scioperi e nonviolenza

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In una società democratica, il diritto di manifestare e scioperare è garantito dalla costituzione. Si ha necessità di scioperare o manifestare quando si vuole rendere evidente all'opinione pubblica il proprio punto di vista riguardo ad una situazione che si è creata o che si teme verrà a crearsi e che creerà disagi o sofferenza nelle persone che intendono manifestare o coloro che sono rappresentati da esse.
Questo è un metodo di protesta comunemente accettato e solitamente praticato dagli schieramenti politici progressisti e di sinistra. Casi comuni di scioperi e manifestazioni, sono quelli contro leggi varate (o in fase di approvazione) dal governo, leggi sul lavoro o in generale che influenzino in modo sensibile la vita dei cittadini, queste sono manifestazioni che nascono allo scopo di proteggere o migliorare la propria situazione, altri casi sono le manifestazioni, diciamo, altruiste, ovvero quelle che si attuano in difesa di altri, ed in questi casi rientrano ad esempio le manifestazioni contro le varie guerre estere o contro le discriminazioni. Tutte queste forme di manifestazione, dovrebbero essere in linea di massima, pacifiche, questo almeno nelle migliori intenzioni dei manifestanti.
Andando ad analizzare in profondità però, si può arrivare a capire quanto questo genere di manifestazioni abbiano una insita, seppur spesso non vista, connotazione violenta. La cosa viene curiosamente evidenziata, anche se spesso in termini più semplicistici, dai sostenitori delle destre ed in generale da chi è contrario a tale manifestazione. Non può esistere manifestazione o sciopero che non porti con se una discreta dose di prepotenza: la prepotenza di bloccare il lavoro anche di chi non è a favore della protesta, di disturbare la giusta volontà allo studio negli studenti che preferiscono rimanere in aula invece di uscire in corteo, di impedire o rendere difficile la circolazione pubblica sulle strade coperte dal corteo. Infatti, uno dei mezzi che permettono l'efficacia di una manifestazione o di uno sciopero, è proprio il creare dei disagi. Certamente, chi manifesta ha tutte le proprie ragioni per farlo: mettendo sulla bilancia il proprio bisogno attuale di lavorare o il proprio desiderio di studio e dall'altra il proprio futuro che vede minacciato, preferisce sacrificare ciò che ha oggi, nella prospettiva di ciò che avrà domani. Ma non si può pretendere che chiunque abbia le stesse vedute o la stessa lungimiranza. Tutto questo, al di la dei frequenti casi di vandalismo e violenza fisica. È doveroso ammettere che, portando in grembo questi "semi di violenza", questo genere di manifestazioni sono frequentemente a rischio di degenerare verso gli estremi appena detti. L'atmosfera quasi ritualistica scaturita da slogan e canzoni ed il senso del branco che si instaura naturalmente, contribuiscono a favorire comportamenti violenti e dannosi. La stessa violenza intrinseca, può essere la causa scatenante della violenza che potrebbero manifestare gli oppositori: fazioni opposte, forze dell'ordine (che hanno il dovere di mantenere controllata la situazione per evitare che degeneri, ma tuttavia, come tutti, sono soggetti alle dinamiche di gruppo).
Con questo non voglio dire che le manifestazioni non vadano fatte. Sono favorevole ad esse, ma sono abbastanza realista da comprendere quali pericoli esse portino, ed il piccolo lato ipocrita che nascondono.
D'altro canto, esistono forme di manifestazione in grado di mettere in evidenza le ingiustizie che i manifestanti denunciano, pur rispettando comunque le più basilari regole di nonviolenza, che meglio si addicono alla filosofia a cui dovrebbero appartenere a coloro che le attuano.
Purtroppo, queste forme di manifestazioni vengono spesso ridicolizzate, in primis dai media e, come conseguenza, dall'opinione pubblica. Vengono ritenute risibili ed inutili. Sono quindi quindi poco considerate, al contrario di generi di manifestazioni che appaiono più virtuosi, coraggiosi, eroici, ma purtroppo violenti.
Le forme di manifestazione nonviolenta più note, sono lo sciopero della fame e la disobbedienza civile.

Riporto da Wikipedia:

Sciopero della fame
Uno sciopero della fame è una forma di protesta non violenta caratterizzata dal digiuno degli scioperanti.

Storia antica
Il digiuno fu usato come metodo di protesta già nell'Irlanda pre-cristiana, dove fu conosciuto come Troscad o Cealachanìì. È descritto dettagliatamente nei codici civili contemporanei, e ha regole specifiche secondo cui debba essere usato. Lo sciopero della fame è spesso svolto vicino agli obiettivi contro cui si lotta, anche per dare visibilità all'operazione.
In India, la pratica del dharna, una forma di sciopero della fame dove il manifestante digiuna di fronte alla porta dell'obiettivo, fu abolita nel 1861 dal governo; questo indica l'esistenza del fenomeno già da prima di questa data.

Gandhi
Il Mahatma Gandhi fu incarcerato nel 1922, nel 1930, nel 1933 e nel 1942. A causa dell'importanza acquisita da Gandhi attorno al mondo, è chiaro che le autorità britanniche non desideravano permettergli di morire durante la loro custodia carceraria. Gandhi partecipò a due famosi scioperi della fame. Col primo protestò alle regole inglesi in India, col secondo protestò alle regole autocratiche della nuova India indipendente.

Continua sulla pagina della Wikipedia.

Disobbedienza civile
La disobbedienza civile è una forma di lotta politica, attuata da un singolo individuo o più spesso da un gruppo di pressione, che comporta la consapevole violazione di una precisa norma di legge, considerata particolarmente ingiusta, violazione che però si svolge pubblicamente in modo da rendere evidenti a tutti e immediatamente operative le sanzioni previste dalla legge stessa.
L'obiettivo di chi attua questo tipo di strategia di lotta è quello di evidenziare, mediante la propria disobbedienza, l'ingiustizia a suo avviso palese della norma di legge e le conseguenze che essa comporta. In seguito a un atto di disobbedienza civile, come per ogni violazione di legge, segue il relativo accertamento in sede penale; nell'ambito del processo, gli esponenti di questo tipo di lotta possono perciò proseguire la propria azione politica, denunciando pubblicamente i motivi per cui ritengono errata la legge che contestano. In ogni caso la disobbedienza civile non può considerarsi una motivazione attenuante o esimente rispetto alla sanzione penale, che deve necessariamente seguire l'avvenuta violazione di legge, fino all'eventuale cambiamento della legge stessa; ma cio' solo se si considera la "ragion di stato" come istanza superiore a quella della coscienza dell'individuo. se invece si parte dal presupposto che lo stato e' una costruzione umana, che non e' infallibile, e che e' diritto dovere dei cittadini di vigilare affinche esso non abusi del suo potere, allora, in questa prospettiva la disobbedienza civile appare salvifica e meritoria.

Continua sulla pagina della Wikipedia.

Nonviolenza
Il termine nonviolenza è la traduzione letterale del termine sanscrito ahimsa, composto da a privativa e himsa: danno, violenza. La parola ahimsa implica una sfumatura intenzionale che si potrebbe rendere con "assenza del desiderio di nuocere, di uccidere". Altre proposte, per esempio "innocenza", sembrano perdere qualcosa del significato originario. In Italia è stato Aldo Capitini a proporre di scrivere la parola senza il trattino separatore, per sottolineare come la nonviolenza non sia semplice negazione della violenza bensì un valore autonomo e positivo. Il Mahatma Gandhi sottolineava proprio questo elemento negativo: «In effetti la stessa espressione “non-violenza”, un'espressione negativa, sta ad indicare uno sforzo diretto ad eliminare la violenza che è inevitabile nella vita.» (Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, p.77). Chi segue la nonviolenza viene spesso definito nonviolento, ma molti preferiscono utilizzare l'espressione amico della nonviolenza per sottolineare che nessuno puo' avere la pretesa di eliminare dalla propria vita la violenza che fa parte integrante della natura umana, ma tutti possiamo avvicinarci alla pratica nonviolenta da amici seguendo un percorso che non puo' mai dirsi concluso.

Continua sulla pagina della Wikipedia.
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Il bicchiere mezzo pieno/vuoto

Spesso si disquisisce sul riempimento di bicchieri come metafora dell'ottimismo o pessimismo della persona. Volendo però guardare nel dettaglio, bisognerebbe ammettere che tutta la questione viene sempre notevolmente semplificata. Il bicchiere non è sempre lo stesso, il fatto che sia mezzo pieno o mezzo vuoto non è completamente soggettivo e le due opzioni non sono né perfettamente equivalenti, né scelte unicamente in base “all'indole” del soggetto.

L'errore, quando si usa la metafora del bicchiere per discutere del pessimismo o ottimismo di una certa posizione (e successivamente, in generale, persona), sta nel considerare unicamente lo stato presente del bicchiere ignorando quelli precedenti. Infatti, nel contesto reale, una posizione è causata sempre da tutto ciò che vi era precedentemente.
Da questo ne deriva che lo stesso bicchiere-con-acqua-a-metà-livello, sarà mezzo pieno o mezzo vuoto in base al suo stato precedente, ovvero se prima di arrivare a metà livello era completamente pieno o completamente vuoto.

Nel dettaglio, se il bicchiere partisse da uno stato di completamente pieno, una volta arrivato a metà livello, la probabilità che sia considerato mezzo vuoto, sono maggiori. Al contrario, se lo stato iniziale fosse “completamente vuoto”, le probabilità che sia considerato mezzo pieno, sono maggiori.
Che nella nostra metafora si traduce: partendo da una situazione di benessere ed arrivando ad una situazione (supponiamo che si possa quantificare con precisione) a metà strada, questa situazione verrebbe vista più pessimisticamente. Partendo invece da una situazione di malessere ed arrivando alla stessa situazione di metà strada, questo cambio verrebbe visto più ottimisticamente.

Ecco… Con questo avete abbastanza materiale per rompere le scatole alla prima persona che vi dirà che voi vedete sempre il bicchiere mezzo vuoto (o mezzo pieno) e fargli passare la voglia di menarvela nuovamente!
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Eutanasia, accanimento terapeutico e autodeterminazione

È di ieri la notizia che la cassazione ha infine deciso che la volontà di Eluana Englaro sia rispettata e che le sia permesso di morire, come desiderava nel caso fosse mai caduta in uno stato di coma vegetativo o di malattia senza alcuna speranza di guarigione o risveglio. Suo padre si è battuto e le è stato accanto per tutti i diciassette anni di coma, cercando di difendere e far valere ciò che sua figlia aveva deciso fosse meglio per se stessa. Infine, dopo tanta attesa, il diritto che era suo, le è stato finalmente riconosciuto.
Ho appena letto l'articolo sul blog di Speedwagon e colgo l'occasione per scrivere come la penso io a riguardo.

Ascoltando tutte le opinioni di chi sostiene la vita e l’accanimento terapeutico ad ogni costo, sembra quasi temano che il permettere alle persone di decidere della propria vita, porti quasi sicuramente a spingerli a morire o far morire i propri cari, con leggerezza, senza nemmeno rifletterci, oppure che obblighi i medici od i tutori delle persone in coma irreversibile o affette da malattie dolorose ed incurabili, a porre arbitrariamente fine alle loro vite. Credo sia un pensiero ingenuo. Chi mai prenderebbe con leggerezza una decisione simile? E chi ha mai detto che una persona in coma permanente o affetta da una malattia dolorosa ed incurabile non possa continuare ad essere tenuta in vita perennemente, se quella era la sua scelta espressa quando aveva la la possibilità di farlo?
La questione è tutta qua. Si tratta di dare alla gente la possibilità di scegliere per se stessa. Senza negare nulla a priori.
Chi vuole restare attaccato alle macchine in coma perenne, può benissimo farlo se non ha specificato il contrario quando era ancora cosciente. Al tempo stesso, chi è terrorizzato da questa prospettiva di non vita per tutte le sue buone ragioni (paura di patire un dolore inarrestabile e non poterlo comunicare, paura di pesare sui propri cari, di farli soffrire per tutto il tempo del coma, come in un lutto perenne…), è giusto che possa disporre di farsi staccare la spina, nel caso le sue condizioni siano irreversibili.
Che ognuno possa decidere per se stesso, mi sembra un diritto talmente basilare ed ovvio che pare surreale si scatenino tali polemiche. Il mio corpo è mio e di me soltanto e la mia persona è certamente legata a molte altre persone, ma nessuno dei due è di proprietà di alcuna istituzione, che decida arbitrariamente cosa fare di me senza nemmeno sapere chi io sia e cosa io stia provando.
Se io mi trovassi in simili situazioni, la mia scelta sarebbe quella: se è impossibile curarmi e non c'è alcuna prospettiva futura che io possa uscirne, lasciatemi andare e donate i miei organi, che possano essere utili a chi può davvero essere salvato. Perché per me la vita è tale solo se ha certe caratteristiche, qualità ed esperienze che la rendano degna di essere vissuta. Il semplice funzionamento meccanico del metabolismo, senza l'esperienza della coscienza, od il provare continuo ed inarrestabile dolore, per me, non è vivere.
Chi non la pensa come me, è libero di ritenere che io sbagli, ma sarebbe un errore che pagherei sulla mia pelle e voglio essere lasciato libero anche di sbagliare, come io lascio liberi gli altri di fare di se stessi ciò che vogliono, senza imporre la mia volontà e la mia morale. Nessuno viene obbligato a morire, ma al tempo stesso, nessuno deve essere obbligato al contrario, se quella non era la sua volontà.

Proprio in questi giorni, nonostante il governo non abbia ancora approvato una legge valida sul testamento biologico, è nato un precedente giudiziario che permette, di fatto, il poter decidere di non vedersi imporre l'accanimento terapeutico. Alcuni enti ed associazioni hanno messo a disposizione on-line i moduli da compilare per poter rendere ufficiale e legalmente valida la propria volontà. Questi moduli, una volta compilati, dovranno essere autenticati da un notaio (da segnalare che alcuni notai veneti e fiorentini si sono offerti di autenticare questi atti al costo simbolico di un euro). La scrittura, una volta autenticata, va depositata nella cancelleria del giudice tutalare della residenza o del domicilio e si può far valere per non subire forme di accanimento terapeutico.
I siti che dispongono dei moduli sono:
Forum delle donne giuriste
Associazione Luca Coscioni
Associazione italiana degli avvocati per la famiglia e per i minori
Consulta di bioetica
Libera Uscita
Associazione Gruppo Donne e Giustizia di Modena
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Che cosa si prova a essere un pipistrello? (quinta parte) – Thomas Nagel

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Seguito della quarta parte.
Immagine: Point of view di mOsk

         È possibile seguire questa via poiché, sebbene i concetti e le idee da noi impiegati nel riflettere sul mondo esterno provengano all'inizio da un punto di vista che coinvolge il nostro apparato percettivo, essi vengono da noi usati per riferirci a cose che stanno al di là di essi e nei confronti delle quali noi possediamo un punto di vista fenomenico. Possiamo perciò abbandonare un punto di vista in favore di un altro, pur continuando a riflettere sulle stesse cose.
         L'esperienza soggettiva, tuttavia, non sembra rientrare in questo schema. Con essa l'idea di muovere dalle apparenze alla realtà non sembra avere senso. Che cosa corrisponde in questo senso alla ricerca di una comprensione più oggettiva degli stessi fenomeni, abbandonando il punto di vista soggettivo inizialmente adottato nei loro confronti in favore di un altro più oggettivo ma che riguarda la stessa cosa? Certamente
appare improbabile che possiamo avvicinarci alla natura reale dell'esperienza umana abbandonando la particolarità del nostro punto di vista umano e sforzandoci di giungere a una descrizione accessibile a esseri incapaci di immaginare che cosa si provi a essere noi. Se il carattere soggettivo dell'esperienza si può comprendere compiutamente da un solo punto di vista, allora nessuno spostamento verso una maggiore oggettività, cioè nessun distacco da un punto di vista specifico, ci porterà più vicini alla natura reale del fenomeno: anzi ce ne allontanerà.
         In un certo senso i germi di questa obiezioni alla riducibilità dell'esperienza si possono già riscontrare in certi casi riusciti di riduzione; infatti nello scoprire che il suono è in realtà un fenomeno ondulatorio che avviene nell'aria o in altri mezzi, noi abbandoniamo un punto di vista per assumerne un altro, e il punto di vista uditivo, umano o animale, che abbandoniamo non viene ridotto. Due individui appartenenti a specie radicalmente diverse possono capire entrambi gli stessi eventi fisici in termini oggettivi, senza per questo dover capire le forme fenomeniche sotto le quali quegli eventi appaiono ai sensi degli appartenenti all'altra specie. Perciò il loro riferirsi a una realtà comune ha come condizione che i loro punti di vista più particolari non facciano parte della realtà comune che entrambi colgono. La riduzione può riuscire solo se il punto di vista proprio della specie viene eliminato da ciò che si deve ridurre.
Leggi il resto…
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Qualche pensiero sul tempo

dali
Butto giù qualche pensierino maldigerito riguardo al tempo ed a come lo si percepisce. Caso strano… Ieri mattina, scrivendo una mail mi è capitato di pensare un po' allo scorrere del tempo e sono arrivato a qualche ipotesi. La sera, mi trovo a prove con Nicola, ed anche lui mi parla del tempo in maniera simile… Mi piacciono le coincidenze. A questo punto, mi dico, forse vale la pena di buttare giù qualche riga sull'argomento. :-)

Ipotesi radicale: il tempo non esiste e quello che noi chiamiamo tempo, non è che la percezione sequenziale di semplici variazioni della materia nello spazio.
Movimenti, mutazioni, spostamenti di oggetti. Anche il classico muoversi della lancetta dell'orologio non è altro che uno spostamento della materia causato da altri spostamenti di materia, che siano le oscillazioni di un quarzo o il muoversi di un meccanismo a molla. Il battito del cuore, il cadere di una goccia, fino al cadere delle foglie ed al fiorire causati dalle variazioni nella materia che compone la pianta. Ciò che include e che sta fra una variazione e l'altra, lo consideriamo come un continuo e lo chiamiamo tempo. La nostra misurazione del tempo consiste nel trovare quali eventi della materia avvengono simultaneamente ad altri eventi della materia che noi abbiamo deciso di usare come unità di misura del tempo. Ipotizziamo che, simultaneamente, tutte le variazioni della materia dell'universo, accelerino o rallentino. La nostra percezione (illusoria?) del tempo, rimarrebbe, rispetto ad esso, tale e quale e noi non noteremmo nulla. Partendo da questo, per ipotizzare la non esistenza del tempo è necessario un passo ulteriore. Per aiutarmi, mi sposto su qualcosa di analogo, ma più semplice da gestire: lo spazio. Parliamo di buchi. Se chiedo a qualsiasi persona se i buchi esistono, questa non avrà alcuna esitazione nel dirmi che sì, esistono. Ma cos'è un buco? Un buco è la mancanza di materia delimitata dalla presenza di materia. In sostanza, i buchi non esisterebbero, in mancanza di essa. Essi sono definiti proprio dall'assenza di essa, ma non hanno un'esistenza propria ed indipendente. Il concetto di buco, quindi, è un qualcosa di creato dalla nostra mente e dalla nostra percezione, per poter definire un qualcosa che, materialmente, non esiste. Tuttavia, nell'universo avvengono sempre costantemente variazioni di materia, Ma quando osserviamo degli eventi, noi ci focalizziamo solo sugli stessi e percepiamo l'avanzare del tempo basandoci sul loro progredire, cioè sulle variazioni della materia coinvolta in quegli eventi. Questo diventa particolarmente evidente negli esperimenti di deprivazione sensoriale, dove i soggetti vengono lasciati privi di qualunque stimolo esterno. Tutto quello che c'è fra una variazione percepita e l'altra, potrebbe essere considerato alla stregua di un buco: un qualcosa di mentale, non materiale, che esiste solo in relazione a qualcos'altro. Togli questo, quindi, ed ottieni che rimangono solamente variazioni di materia indipendenti o in relazione ad altre.

Questa è la mia poco rimuginata ipotesi. :-D
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Che cosa si prova a essere un pipistrello? (quarta parte) – Thomas Nagel

Seguito della terza parte.

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         Non mi riferisco qui alla supposta privatezza dell'esperienza per chi la compie; il punto di vista in questione non è un punto di vista accessibile a un unico individuo: è piuttosto un tipo. È spesso possibile assumere un punto di vista diverso dal proprio, sicché la comprensione di tali fatti non è limitata al proprio caso particolare. Vi è un senso in cui i fatti fenomenologici sono perfettamente oggettivi: una persona può sapere o dire quale sia la qualità dell'esperienza di un'altra persona. Essi sono soggettivi, tuttavia, nel senso che anche questa ascrizione oggettiva dell'esperienza è possibile solo a qualcuno che sia abbastanza simile all'oggetto dell'ascrizione da essere in grado di adottare il suo punto di vista, cioè di comprendere l'ascrizione in prima persona, per così dire, oltre che in terza persona. Quanto più l'altro, il soggetto dell'esperienza, è diverso da noi, tanto più difficile sarà, presumibilmente, riuscire in questa impresa. Nel caso di noi stessi, noi occupiamo il punto di vista in questione, ma se ci accostassimo alla nostra esperienza da un altro punto di vista, incontreremmo, per comprenderla nel modo giusto, la stessa difficoltà che incontreremmo se tentassimo di comprendere l'esperienza di un'altra specie senza adottare il suo punto di vista.1
         Ciò tocca direttamente il problema mente-corpo, poiché se i fatti dell'esperienza soggettiva – i fatti riguardanti il provare ciò che prova l'organismo che ha l'esperienza – sono accessibili da un unico punto di vista, allora è un mistero come il vero carattere fisico delle esperienze soggettive può essere rivelato nel funzionamento fisico di quell'organismo. Quest'ultimo è un campo di fatti oggettivi per eccellenza, fatti che possono essere osservati e capiti da molti punti di vista e da individui dotati di sistemi di percezione differenti. Non esistono barriere immaginative analoghe che si oppongano all'acquisizione di conoscenze sulla neurofisiologia dei pipistrelli da parte di scienziati umani, e viceversa pipistrelli o marziani intelligenti potrebbero imparare sul cervello umano più di quanto potremo mai imparare noi.
         Questo non è di per se stesso un argomento contro la riduzione. Uno scienziato marziano che non capisce la percezione visiva, potrebbe capire l'arcobaleno o il fulmine o le nubi come fenomeni fisici, anche se non sarebbe mai in grado di capire i concetti umani dell'arcobaleno, del fulmine o della nube, o il posto che queste cose occupano nel nostro mondo fenomenico. La natura oggettiva delle cose espresse da questi concetti potrebbe essere da lui colta perché, mentre i concetti sono legati a un punto di vista particolare e a una particolare fenomenologia visiva, le cose colte da quel punto di vista non lo sono: esse sono osservabili da quel punto di vista, ma sono esterne a esso; possono quindi essere capite anche da punti di vista diversi, sia da parte degli stessi organismi sia da parte di altri. Il fulmine ha un carattere oggettivo che non si esaurisce nella sua manifestazione visiva, e può essere studiato da un marziano privo della vista. Per essere precisi: esso ha un carattere
più oggettivo di quanto non si riveli nella sua manifestazione visiva. Parlando del passaggio dalla caratterizzazione soggettiva a quella oggettiva, desidero non pronunciarmi sull'esistenza o meno di un punto terminale, di una natura intrinseca compiutamente oggettiva della cosa, raggiungibile o no. Forse è più corretto concepire l'oggettività come una direzione in cui può viaggiare il comprendere. E per comprendere un fenomeno come il fulmine è legittimo allontanarsi quanto più possibile da un punto di vista strettamente umano.2
         Nel caso dell'esperienza soggettiva, viceversa, il legame con un punto di vista particolare sembra molto più stretto. È difficile capire che cosa si potrebbe intendere per carattere oggettivo di un'esperienza soggettiva, a parte il modo in cui la coglie, dal suo particolare punto di vista, il soggetto che la coglie. Dopotutto, che cosa resterebbe di ciò che si prova ad essere un pipistrello se si eliminasse il punto di vista del pipistrello? Ma se l'esperienza soggettiva non ha, in aggiunta al proprio carattere soggettivo, una natura oggettiva che possa essere colta da molti punti di vista diversi, come si può supporre che un marziano investighi il mio cervello possa osservare dei processi fisici che sono i miei processi mentali (così come potrebbe osservare dei processi fisici che sono i fulmini), ma da un punto di vista diverso? E come, anzi, potrebbe osservarli da un altro punto di vista un fisiologo umano?
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         A quanto pare ci troviamo di fronte a una difficoltà di carattere generale a proposito della riduzione psicofisica. In altri campi il processo di riduzione porta nella direzione di una maggiore oggettività, porta verso una visione più precisa della reale natura delle cose. Ciò viene ottenuto mediante la riduzione della nostra dipendenza da punti di vista specifici dell'individuo o della specie nei confronti dell'oggetto d'indagine: noi lo descriviamo non nei termini delle impressioni che esso procura ai nostri sensi, bensì nei termini dei suoi effetti più generali e a proprietà rilevabili con mezzi diversi dai sensi dell'uomo. Quanto meno la nostra descrizione dipende da un punto di vista specificamente umano, tanto più essa è oggettiva.

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Continua…)

1. Superare le barriere interspecifiche con l'ausilio dell'immaginazione è forse più facile di quanto non si creda. Per esempio, i ciechi sono capaci di rivelare oggetti vicini mediante una specie di sonar, schioccando la lingua o battendo un bastone. Forse, sapendo che cosa si prova in questi casi, si potrebbe per estensione immaginare grossomodo che cosa si proverebbe a usare il sonar tanto più raffinato di un pipistrello. La distanza fra un individuo e le altre persone o le altre specie può cadere in un punto qualunque di un continuo. Anche nel caso di altre persone la comprensione di che cosa si prova a essere loro è solo parziale e quando si passa a specie molto diverse da noi ci può essere ancora un comprensione parziale, sia pure minore. L'immaginazione è assai flessibile. Ciò che voglio dire, tuttavia, non è che noi non possiamo sapere che cosa si provi a essere un pipistrello. Non sto sollevando questo problema epistemologico: ciò che voglio dire è che anche solo per formarsi un idea di ciò che si prova a essere un pipistrello (e a fortiori per sapere che cosa si prova a essere un pipistrello) si deve assumere il punto di vista del pipistrello. Se si riesce ad assumerlo in modo approssimativo o parziale, anche l'idea conseguente sarà approssimativa o parziale. Almeno così sembra nello stato in cui ora comprendiamo questo problema.
2. Il problema che sto per sollevare può quindi essere posto anche se la distinzione tra descrizioni o punti di vista più soggettivi o più oggettivi può essere fatta a sua volta solo entro un più ampio punto di vista umano. Io non accetto questo genere di relativismo concettuale, ma non è necessario respingerlo per giungere alla conclusione che la riduzione psicofisica non può trovar luogo nell'ambito del modello dal-soggettivo-all'oggettivo che ci è familiare da altri casi.
3. Il problema non è solo che quando guardo
La Gioconda la mia esperienza visiva ha una certa qualità della quale nessuna traccia potrà essere trovata da chi guardi dentro il mio cervello. Infatti, anche se costui vi vedesse una figuretta della Gioconda, non avrebbe alcun motivo per identificarla con la mia esperienza.
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Che cosa si prova a essere un pipistrello? (terza parte) – Thomas Nagel

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Seguito della seconda parte.

         Se quindi per farsi un'idea di che cosa si provi a essere un pipistrello ci si basa su un'estrapolazione della nostra situazione, questa estrapolazione è destinata a restare incompleta. Possiamo costruirci tuttalpiù una concezione schematica di che cosa si prova; per esempio, possiamo ascrivere tipi generali di esperienza soggettiva sulla base della struttura e del comportamento animale. Descriviamo così il sonar dei pipistrelli come una forma di percezione tridimensionale in avanti; crediamo che i pipistrelli sentano una qualche forma di dolore, paura, fame e concupiscenza e che, oltre al sonar, posseggano altri tipi di percezione a noi più familiari. Tuttavia siamo anche convinti che queste esperienze hanno in ciascun caso un carattere soggettivo specifico e che concepirlo supera le nostre capacità. E se altrove nell'universo esiste vita cosciente, è probabile che in certi casi essa non sia descrivibile neppure nei più generali termini esperenziali a nostra disposizione.1 (Il problema, tuttavia, non è limitato ai casi estremi: esso esiste anche fra una persona e l'altra: il carattere soggettivo dell'esperienza di una persona sorda e cieca dalla nascita, per esempio, non mi è accessibile, così come presumibilmente a lei non è accessibile il carattere soggettivo della mia esperienza. Questo non impedisce a ciascuno di noi di credere che l'esperienza dell'altro possegga questo carattere soggettivo).
         Chi fosse incline a negare che si possa credere nell'esistenza di fatto come questo, la cui natura esatta non abbiamo modo di concepire, rifletta che nell'osservare i pipistrelli noi ci troviamo in una posizione quasi identica a quella in cui si troverebbero un pipistrello intelligente o un marziano
2 che tentassero di farsi un'idea di che cosa si provi a essere noi. La struttura della loro mente potrebbe impedir loro di riuscirci, ma noi sappiamo che avrebbero torto a concludere che non si prova nulla di preciso ad essere noi, che a noi possono essere ascritti solo certi tipi generali di stati mentali (forse la percezione e l'appetito sarebbero concetti comuni a noi e a loro; o forse no). Sappiamo che avrebbero torto a trarre una conclusione così scettica, perché noi sappiamo che cosa si prova a essere noi. E sappiamo che, per quanto ciò comprenda una varietà e una complessità grandissime e per quanto noi non possediamo la terminologia capace di darne una descrizione sufficiente, il suo carattere soggettivo è altamente specifico e, sotto certi aspetti, è descrivibile in termini che possono essere capiti solo da creature come noi. Il fatto che non possiamo sperare di riuscire mai a fornire col nostro linguaggio una descrizione particolareggiata della fenomenologia dei marziani o dei pipistrelli non dovrebbe indurci a considerare priva di sensi l'ipotesi che i pipistrelli e i marziani abbiano esperienze affatto paragonabili alle nostre per ricchezza di particolari. Sarebbe bello se qualcuno riuscisse a elaborare un insieme di concetti e una teoria che ci consentissero di riflettere su queste cose; ma i limiti della nostra natura ci impediscono, forse per sempre, una tale comprensione. E negare la realtà o la portata logica di ciò che non potremmo mai descrivere o comprendere è la forma più rozza di dissonanza cognitiva.
         Questo ci porta a sfiorare un argomento che richiede una discussione molto più ampia di quella che mi è consentita qui: cioè il rapporto tra i fatti da una parte e gli schemi concettuali o i sistemi di rappresentazione dall'altra. La mia posizione realistica nei confronti del dominio della soggettività in tutte le sue forme implica che io credo nell'esistenza di fatti che travalicano la portata dei concetti umani. È certamente possibile per un essere umano credere che vi siano dei fatti per rappresentare o comprendere i quali gli uomini non
possederanno mai i concetti necessari. Sarebbe anzi assurdo dubitarne, vista la finitezza delle aspettazioni umane. In fin dei conti, i numeri transfiniti sarebbero esistiti lo stesso anche se tutti gli uomini fossero stati tolti di mezzo dalla peste bubbonica prima della scoperta di Cantor. Ma si può anche credere che vi siano dei fatti che non potrebbero mai essere rappresentati o compresi dagli esseri umani, anche se la nostra specie durasse per sempre, semplicemente perché la nostra struttura non ci permette di operare con i concetti del tipo necessario. Questa impossibilità potrebbe essere addirittura osservata da altri esseri, ma non è detto che l'esistenza di tali esseri, o la possibilità della loro esistenza, sia una condizione affinché l'ipotesi che vi siano fatti inaccessibili agli uomini abbia senso. (Dopotutto, la natura di esseri aventi accesso a fatti inaccessibili agli uomini è presumibilmente anch'essa un fatto inaccessibile agli uomini). Riflettendo su ciò che si prova a essere un pipistrello si arriva dunque, a quanto pare, alla conclusione che esistono fatti che non consistono nella verità di preposizioni esprimibili con linguaggio umano. Possiamo essere costretti a riconoscere l'esistenza di tali fatti senza essere in grado di enunciarli o di comprenderli.
         Tuttavia interromperò qui la discussione di questo argomento. La sua rilevanza per il problema che ci sta di fronte (cioè per il problema mente-corpo) sta nel fatto che esso ci consente di fare un'osservazione generale sul carattere soggettivo dell'esperienza. Qualunque sia la natura dei fatti relativi a ciò che si prova a essere un uomo o un pipistrello o un marziano, questi fatti esprimono, a quanto pare, uno specifico punto di vista.

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Continua…)

1. Quindi la forma analogica dell'espressione inglese “what is like” [qui e altrove tradotta “che cosa si prova”, ma alla lettera: “a che cosa è simile”] è fuorviante, perché ciò che ci chiediamo non è: “a che cosa somiglia (nella nostra esperienza)”, bensì “com'è per il soggetto stesso”.
2. Qualunque extraterrestre intelligente del tutto diverso da noi.
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Che cosa si prova a essere un pipistrello? (seconda parte) – Thomas Nagel

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Seguito della prima parte.

Immagine: Com-bat baby di 333bracket.

         Benché una descrizione delle basi fisiche della mente debba spiegare molte cose, questa sembra essere la più difficile. È impossibile escludere da una riduzione gli aspetti fenomenologici dell'esperienza allo stesso modo in cui si escludono gli aspetti fenomenologici di una sostanza ordinaria da una sua riduzione fisica o chimica, cioè spiegandoli come effetti sulla mente degli osservatori umani (cfr. Rorty, 1965). Se vogliano difendere il fisicalismo, dobbiamo trovare una spiegazione fisica anche per gli aspetti fenomenologici. Tuttavia, quando si esamina il loro carattere soggettivo sembra che sia impossibile riuscirci. La ragione è che ogni fenomeno soggettivo è sostanzialmente legato a un singolo punto di vista e pare inevitabile che una teoria oggettiva e fisica debba abbandonare quel punto di vista.
         Voglio prima di tutto cercare di enunciare il problema in modo alquanto più preciso e completo di quanto si possa fare riferendosi semplicemente al rapporto fra il soggettivo e l'oggettivo, o fra il
pour soi e l'en soi. Ciò non è affatto facile. I fatti relativi a ciò che si prova a essere un dato X sono molto peculiari, tanto peculiari che alcuni possono essere inclini a dubitare della loro realtà o a chiedersi se abbia senso sostenere qualche tesi su di essi. Per illustrare il legame tra la soggettività e un particolare punto di vista e per mettere in luce l'importanza degli aspetti soggettivi, sarà utile indagare sulla questione riferendoci a un esempio che mette chiaramente in risalto la divergenza tra i due tipi di concezione, quella soggettiva e quella oggettiva
         Do per scontato che tutti siamo convinti che i pipistrelli abbiano esperienze soggettive: in fin dei conti sono mammiferi, e il fatto che abbiano esperienze soggettive non è più dubbio del fatto che le abbiano i topi, i piccioni o le balene. Ho scelto i pipistrelli anziché le vespe o le sogliole perché via via che si scende lungo l'albero filogenetico si è sempre meno disposti a credere che siano possibili esperienze soggettive. Benché siano più affini a noi che alle altre specie sopra ricordate, i pipistrelli presentano tuttavia una gamma di attività e organi di senso così diversi dai nostri che il problema che voglio impostare ne risulta illuminato vividamente (per quanto naturalmente lo si possa porre anche per le altre specie). Anche senza il beneficio della riflessione filosofica, chiunque sia stato per qualche tempo in uno spazio chiuso in compagnia di un pipistrello innervosito sa che cosa voglia dire imbattersi in una forma di vita fondamentalmente
aliena.
         Ho detto che la convinzione che i pipistrelli abbiano un'esperienza soggettiva consiste essenzialmente nel credere che a essere un pipistrello si prova qualcosa. Ora, noi sappiamo che la maggior parte dei pipistrelli (i microchirotteri, per la precisione) percepisce il mondo esterno principalmente mediante il sonar, o ecorilevamento: essi percepiscono le riflessione delle proprie strida rapide, finemente modulate e ad alta frequenza (ultrasuoni) rimandate dagli oggetti situati entro un certo raggio. Il loro cervello è strutturato in modo da correlare gli impulsi uscenti con gli echi che ne risultano, e l'informazione così acquisita permette loro di valutare le distanze, le dimensioni, le forme, i movimenti e le strutture con la precisione paragonabile a quella che noi raggiungiamo con la vista. Ma il sonar del pipistrello, benché sia evidentemente una forma di percezione, non assomiglia nel modo di funzionare a nessuno dei nostri sensi e non vi è alcun motivo per supporre che esso sia oggettivamente simile a qualcosa che noi possiamo sperimentare o immaginare. Ciò, a quanto pare, rende difficile capire che cosa si provi a essere un pipistrello. Dobbiamo vedere se esiste qualche metodo che ci permetta di estrapolare la vita interiore del pipistrello a partire dalla nostra situazione
1 e, in caso contrario, quali metodi alternativi vi siano per raggiungere il nostro scopo.
         È la nostra esperienza che fornisce il materiale di base alla nostra immaginazione, la quale è perciò limitata. Non serve cercare di immaginare di avere sulla braccia un'ampia membrana che ci consente di svolazzare qua e là all'alba e al tramonto per acchiappare insetti con la bocca; di avere una vista molto debole e di percepire il mondo circostante mediante un sistema di segnali sonori ad alta frequenza riflessi dalle cose; e di passare la giornata appesi per i piedi, a testa in giù, in una soffitta. Se anche riesco a immaginarmi tutto ciò (e non mi è molto facile), ne ricavo solo che cosa proverei
io a comportarmi come un pipistrello. Ma non è questo il problema: io voglio sapere che cosa prova un pipistrello a essere un pipistrello. Ma se cerco di figurarmelo, mi trovo ingabbiato entro le risorse della mia mente, e queste risorse non sono all'altezza dell'impresa. Non riesco a uscire né immaginando di aggiungere qualcosa alla mia esperienza attuale, né immaginando di sottrarle via via dei segmenti, né immaginando di compiere una qualche combinazione di aggiunte, sottrazioni e modifiche.
         Anche se mi fosse possibile avere l'aspetto e il comportamento di una vespa o di un pipistrello, senza però mutare la mia struttura fondamentale, anche in questo caso le mie esperienze non sarebbero affatto simili alle esperienze di questi animali. D'altra parte, non ha probabilmente senso supporre che io possa arrivare a possedere la costituzione neurofisiologica interna di un pipistrello. Anche se potessi trasformarmi gradualmente in un pipistrello, nulla della mia costituzione attuale mi consente di immaginare quali sarebbero le esperienze di questo mio stato futuro dopo la metamorfosi. Le indicazioni migliori verrebbero dalle esperienze dei pipistrelli, se solo sapessimo come sono.

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Continua…)

1. Quando dico “la nostra situazione” non intendo semplicemente “la mia situazione”, ma piuttosto quelle idee mentalistiche che noi applichiamo senza porci troppi problemi a noi stessi e agli altri esseri umani.
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Che cosa si prova a essere un pipistrello? (prima parte) – Thomas Nagel

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Dopo una lunga pausa, si torna alla filosofia della mente. Tempo fa vi avevo promesso la trascrizione di questo famoso articolo di Thomas Nagel, che analizza il rapporto fra mente e cervello, toccando il classico tema della soggettività e dell'oggettività e la difficoltà a comprendere le altre menti, specialmente se completamente aliene alla nostra. Quest'ultimo argomento viene trattato anche da un paio di racconti di fantascienza che ho recensito tempo fa su questo blog: Solaris di Stanislaw Lem e Picnic sul ciglio della strada di Akardi e Boris Strugatzki.

Immagine: Bat di de-kay


Che cosa si prova
a essere un pipistrello?

di Thomas Nagel



La coscienza è ciò che rende veramente ostico il problema del rapporto fra la mente e il corpo. Forse è per questo che quando oggi si discute di questo problema si presta scarsa attenzione alla coscienza o la si affronta in modo palesemente sbagliato. La recente ondata di euforia riduzionista ha dato luogo a parecchie analisi dei fenomeni mentali e dei concetti della mente, mirati a spiegare la possibilità di certe forme di materialismo, di identificazione psicofisica o di riduzione. Ma i problemi affrontati sono quelli comuni a questo e ad altri tipi di riduzione, mentre viene ignorato ciò che rende il problema mente-corpo unico e diverso dal problema acqua–H2O, o dal problema macchina di Turing–macchina IBM, o dal problema fulmine–scarica elettrica, o dal problema gene–DNA, o dal problema quercia–idrocarburo.
         Ciascun riduzionista ha la sua analogia preferita nella scienza moderna. È assai improbabile che qualcuno di questi esempi incorrelati di riduzione ben riuscita possa far luce sul rapporto fra mente e cervello. Ma i filosofi, come gli altri uomini, hanno la debolezza di voler spiegare ciò che è incomprensibile in termini che vanno bene per ciò che è familiare e ben compreso, benché totalmente diverso. Ciò ha portato ad accettare descrizioni nient'affatto plausibili del mentale, sostanzialmente perché esse consentono riduzioni di genere consueto. Cercherò di spiegare perché gli esempi adotti comunemente non ci aiutano a capire il rapporto tra mente e corpo; perché, anzi, a tutt'oggi non abbiamo la minima idea di come potrebbe essere una spiegazione della natura fisica di un fenomeno mentale. Senza la coscienza il problema mente–corpo sarebbe molto meno interessante; con la coscienza esso appare senza speranza di soluzione. L'aspetto più importante e caratteristico dei fenomeni mentali coscienti è pochissimo compreso; le teorie riduzioniste per lo più non cercano nemmeno di spiegarlo e un esame accurato dimostrerà che nessuno dei concetti di riduzione attualmente disponibili è applicabile ad esso. Forse a questo scopo si può escogitare una nuova forma teorica di riduzione, ma questa soluzione, se esiste, si trova in un futuro intellettuale ancora lontano.
         L'esperienza cosciente è un fenomeno ampiamente diffuso: è presente a molti livelli della vita animale, anche se non possiamo essere certi della sua presenza negli organismi più semplici ed è molto difficile in generale dire che cosa ne dimostri l'esistenza. (Alcuni estremisti sono giunti a negarla perfino nei mammiferi diversi dall'uomo). Essa si manifesta certo in innumerevoli forme, per noi del tutto inimmaginabili, su altri pianeti di altri sistemi solari nell'universo. Ma comunque possa variarne la forma, il fatto che un organismo abbia un'esperienza cosciente significa, fondamentalmente, che a
essere quell'organismo si prova qualcosa. Vi possono essere altre implicazioni riguardanti la forma dell'esperienza; vi possono forse anche essere (benché io ne dubiti) implicazioni riguardanti il comportamento dell'organismo; ma fondamentalmente un organismo possiede stati mentali coscienti se e solo se si prova qualcosa a essere quell'organismo: se l'organismo prova qualcosa a essere quello che è.
         Possiamo parlare a questo proposito di carattere soggettivo dell'esperienza. Nessuna delle analisi riduttive del mentale recenti e più conosciute ne dà conto, perché esse sono tutte logicamente compatibili con la sua assenza. Il carattere soggettivo dell'esperienza non è analizzabile nei termini di alcun sistema esplicativo di stati funzionali o di stati intenzionali, poiché questi stati potrebbero essere attribuiti a robot o ad automi che si comportassero come persone anche senza avere alcuna esperienza soggettiva.
1 Esso non è analizzabile in termini del ruolo causale dell'esperienza soggettiva in relazione al comportamento umano tipico, e ciò per ragioni analoghe.2 Non nego che gli stati e gli eventi mentali coscienti causino il comportamento o che di essi si possa dare una caratterizzazione funzionale; nego soltanto che non l'aver stabilito una cosa del genere la loro analisi debba considerarsi conclusa. Qualsiasi programma riduzionista deve essere basato su un'analisi di ciò che si deve ridurre. Se l'analisi lascia fuori qualcosa, il problema è posto in modo falso. È inutile basare la difesa del materialismo su un'analisi dei fenomeni mentali che non tenga conto esplicitamente del loro carattere soggettivo, poiché non vi è alcuna ragione per supporre che una riduzione che paia plausibile quando non si faccia alcun tentativo per spiegare la coscienza possa essere estesa fino ad includere la coscienza. Pertanto, se non si possiede alcuna idea di che cosa sia il carattere soggettivo dell'esperienza, non si può sapere che cosa si debba richiedere a una teoria fisicalista.

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Continua…)

1. Può darsi che robot siffatti non possano esistere. Forse qualunque cosa abbastanza complessa da comportarsi come una persona avrebbe esperienze soggettive. Ma se ciò fosse vero, non potremmo scoprirlo mediante la sola analisi del concetto di esperienza soggettiva.
2. Esso non è equivalente a ciò in cui siamo incorreggibili, sia perché non siamo incorreggibili per quanto riguarda l'esperienza soggettiva sia perché l'esperienza soggettiva è presente in animali privi di linguaggio e di pensiero, che non hanno credenze o opinioni sulle loro esperienze.

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La burocrazia, il fondamentalismo religioso e il campionato di calcio salveranno il mondo – Roberto Quaglia

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Quale momento migliore per far tornare a galla questo già pubblicato articolo di Roberto Quaglia?

Riporto l'inizio di un brillante articolo ad opera di Roberto Quaglia, geniale autore della rubrica Pensiero Stocastico sulla rivista di fantascienza on-line Delos, ora inglobata da Fantascienza.com.
I suoi articoli sono sempre molto intelligenti ed ironici e sono stati di grandissima influenza per me, quando li lessi tempo fa, al momento della loro pubblicazione.
Solo alcuni degli articoli sono stati riportati in Fantascienza.com, dopo la trasformazione della versione on-line di Delos, tuttavia, l'intera serie è ancora reperibile presso il vecchio indirizzo, scaricando da fantascienza.com i singoli numeri di Delos Magazine in formato compresso, oppure acquistando il suo libro Pensiero Stocastico.

Ed ora l'articolo, che cerca di rispondere alle domande “Se la stupidità fosse così nociva per la società umana, perché mai esisterebbe ancora? E se l'intelligenza fosse così utile, perché in giro non ce n'è di più?”.

Non tutti ci crederanno, ma nell'arco della mia vita mi è capitato di conoscere svariate persone intelligenti. Alcune di esse (poche), addirittura decisamente geniali. Tuttavia, tanta intelligenza era in quasi tutti questi individui sempre venata da un curioso elemento di intensa e paradossale stupidità: l'incapacità assoluta di analizzare criticamente ed oggettivamente per quello che sono e l'importanza che hanno le categorie dell'intelligenza e della stupidità umana.
C'è un senso di orgoglio tribale di appartenenza, per il quale le persone intelligenti sono quasi sempre fiere ed orgogliose della loro intelligenza, proprio come gli italiani sono fieri di essere italiani, i tedeschi sono fieri di essere tedeschi, i russi fieri di essere russi, e così via. Ben poche persone intelligenti rinunceranno a valutare la propria intelligenza come una qualità essenzialmente positiva, né accetteranno di considerare la stupidità umana come una qualità importante come e più dell'intelligenza per gli equilibri del mondo. Al contrario, pensatori, filosofi ed intellettuali indulgono volentieri al romantico pensiero che il cammino dell'umanità sia un tormentato, ma nobile, pellegrinaggio dalle millenarie tenebre dell'ignoranza, della stupidità e dell'oscurantismo verso un radioso futuro di illuminato progresso ed intelligente ed armoniosa civiltà. Ma quando? Ma dove? Ma perché? Questo sogno (oserei dire questa allucinazione), trova scarsissimi fondamenti e ragion d'essere di fronte ad un osservazione appena più accurata della realtà.
Se la stupidità fosse così nociva per la società umana, perché mai esisterebbe ancora? Ed in tale soverchiante quantità? E se l'intelligenza fosse così utile, perché in giro non ce n'è di più? La natura non è né buona né malvagia, ma è per definizione efficiente.


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Immagine: Monkey See di ldiehl
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Mymosh il Figlio di Se Stesso (ultima parte) – Stanislaw Lem

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Questo è il seguito della sfortunata vita accidentale di Mymosh, la cui esistenza prova che, dato un lasso di tempo infinito, anche la spazzatura può generare autonomamente la vita. :-)

         Di conseguenza Mymosh non poteva vedere la pozzanghera che era sua madre né il fango che era suo padre, e neppure il vasto, ampio mondo né il cielo che tutto sovrasta, e non aveva alcun ricordo di quel che gli era successo in precedenza, e in generale non era in grado di fare altro che pensare. Poteva fare soltanto quello, e perciò vi si dedicò con convinzione.
         “Per prima cosa” disse a se stesso “devo riempire il vuoto che c'è in me, e così allontanare questa insopportabile monotonia. Perciò, pensiamo a qualcosa, perché, quando pensiamo – oh, meraviglia! – il pensiero esiste, e nient'altro che il nostro pensiero ha esistenza”.
         Da questa affermazione si può notare come fosse già divenuto alquanto presuntuoso, perché si riferiva a se stesso con la prima persona plurale.
         “Ma, aspetta” si disse poi “non potrebbe esistere qualcosa anche al di fuori di me? Dobbiamo prendere in considerazione la possibilità, anche solo per un momento, e anche se è una considerazione che suona assurda e addirittura offensiva e folle. Chiamiamo, ipoteticamente, questa esteriorità il Gozmos. Se dunque esistesse un Gozmos, io dovrei essere una sua parte ed esservi contenuto”.
Leggi il resto…
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Mymosh il Figlio di Se Stesso (prima parte) – Stanislaw Lem

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Questa è la trascrizione di un frammento del racconto La terza macchina, contenuto nella mini trilogia Le tre macchine narratrici di Re Genius, contenuta nel libro Cyberiade di Stanislaw Lem.
Essa descrive la creazione accidentale della vita di un esemplare di robot. Descrizione che si carica d'ironia, in quanto il lettore non può fare a meno di notare un parallelo con le idee sulla creazione/nascia della vita intelligente sulla Terra.

Immagine: Mymosh di Daniel Mroz

         Nella costellazione del Cacciavite c'era una galassia a spirale, e in quella galassia c'era una nebulosa nera, e nella nebulosa nera c'erano cinque ammassi del sesto ordine, nel quinto e ultimo dei quali c'era un sole color lillà, molto vecchio e pallido, e attorno a quel sole orbitavano sette pianeti, e il terzo aveva due lune, e in tutti quei soli e stelle e pianeti e lune aveva luogo una varietà di eventi svariati e variabili, che tuttavia ricadeva entro distribuzioni statistiche perfettamente normali, e sulla seconda luna del terzo pianeta del sole lillà del quinto ammasso della Nebulosa Nera della galassia a spirale della Costellazione del Cacciavite c'era una discarica di rifiuti, il tipo di discarica che si può incontrare su ogni luna e ogni pianeta, assolutamente nella media – ossia piena di rottami e spazzatura – venuta in esistenza perché un temp gli aberrazionisti globerici avevano mosso guerra – una guerra del tipo a fissione e a fusione – contro i geni albumenidi, con la naturale conseguenza che i loro ponti, strade, case e palazzi, e naturalmente essi stessi, si erano ridotti in polvere e rottami, che poi i venti solari avevano sospinto nel luogo di cui parliamo.
         Ora, per molti e moltissimi secoli non avvenne altro, nella discarica, che l'arrivo di nuovi rifiuti, anche se una volta si verificò un terremoto che portò in cima i rifiuti che erano in fondo, e in fondo quelli che erano in cima, cosa che in se stessa non rivestiva alcun particolare significato simbolico, ma che preparò la strada ad un fenomeno assai inconsueto.
         Infatti accadde che Trurl, il Favoloso Costruttore, mentre volava nei pressi, venne abbagliato da una cometa con la coda particolarmente splendente. Si allontanò subito dalla sua traiettoria, gettando freneticamente dall'oblò, come zavorra, tutto quello che gli capitava sotto mano; pezzi degli scacchi – del tipo cavo, che lui aveva riempito di liquore per il viaggio – certi fusti metallici usati dagli Ubidubbi di Clorelai per costringere gli avversari a capitolare, una manciata di utensili assortiti e una vecchia brocca di terracotta, con una crepa in mezzo e il manico staccato.
         La brocca, accelerando in accordo con le leggi di gravità e sottoposta all'attrazione della coda della cometa, si schiantò sul fianco di una montagna sovrastante la discarica, ricadde, rotolò lungo una montagnola di rottami verso una pozzanghera, scivolò su un breve tratto di fango e alla fine urtò contro un vecchio barattolo di lamiera; l'urto piegò il metallo attorno a un filo di rame, e nello stesso tempo serrò tra la lamiera e il filo qualche pezzetto di mica: così si generò un condensatore, mentre il filo, piegato dal barattolo costituì l'inizio di un'induttanza.
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Stelarc

Aggiornamento: Quando avevo scritto questo post, circa un anno fa, ero riuscito a recuperare un solo video delle performance di Stelarc. Ieri, verificando nuovamente, ne ho recuperati molti altri. Per questo, lo riporto a galla. Tutti i video sono in una playlist.

Stelarc è un artista ed uno sperimentatore molto particolare. Utilizza il proprio corpo come oggetto per le sue performance. Una sorta di body-art cibernetica. Esso infatti, tramite protesi, interfacce, computer e collegamenti alla rete, esplora l'essere cyborg, l'estendere il proprio corpo sulla macchina ed il sentire il proprio corpo mosso indipendentemente dalla propria volontà. Oppure, in altre parole, studia cosa significa essere un corpo. Alcune sue “invenzioni” famose sono il terzo braccio, pilotato tramite il movimento dei muscoli addominali e delle onde elettriche che li percorrono, il braccio ed il corpo virtuali che vengono pilotati tramite gesti, suoni e respiro, lo stimbod, che permette ad un utente di scegliere su di uno schermo quali muscoli dell'artista far muovere tramite delle stimolazioni elettriche, la sua evoluzione, il ping-body, che permette questa interazione a degli utenti collegati al suo sito, vari esperimenti di sospensione del corpo tramite ganci e contrappesi, ed il corpo esteso che include oltre a varie protesi meccaniche anche impianti di luci ed audio.
Stelarc viene spesso associato alle idee del filosofo Andy Clark, principale promotore della teoria della mente estesa.

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Crocini ed Alambiccoli

Galileo_by_Axigan
Immagine: Galileo di Axigian

I crocini e gli alambiccoli non sono mai andati molto d'accordo. I crocini seguono delle leggi e hanno una visione del mondo che si tramandano da secoli e che per loro è perfetta ed inconfutabile, mentre gli alambiccoli hanno l'abitudine di mettere in dubbio ogni cosa che vien detta, anche da loro stessi. Talvolta irritanti e, spesso, arroganti, gli alambiccoli si ritengono grandi inventori e menti geniali, mentre i crocini, dei grandi sapienti e custodi delle leggi morali. I crocini quando muoiono vanno in un posto meraviglioso, mentre gli alambiccoli – beh – gli alambiccoli muoiono e basta.

I crocini sono sempre stati molto più numerosi, sia perché esistono da più tempo, sia perché è molto più semplice entrare a fare parte del loro popolo che non di quello degli alambiccoli. In moltissimi paesi, infatti, appena nasci, ti insegnano subito a diventare un bravo crocino, senza chiederti opinioni a riguardo, perché essere un crocino è una cosa talmente meravigliosa che nessuna persona sana di mente vi rinuncerebbe. Per diventare un alambiccolo, al contrario, sono necessari tantissimi anni di studi, in seguito ai quali non avrai mai la certezza di avere le risposte cercate, risposte che qualsiasi crocino è in grado di darti in un battibaleno, essendo scritte ormai da secoli nei loro antichi libri.

In passato, i crocini, irritati dalla loro arroganza, ma forti del proprio numero, processarono e condannarono molti alambiccoli perché erano di idee contrarie alle loro. In seguito, le idee di questi alambiccoli condannati, si rivelarono corrette e furono molto utili sia per il popolo degli alambiccoli, che per quello dei crocini. Ovviamente, questa cosa non viene mai dimenticata dagli alambiccoli, che non perdono occasione di sbatterla in faccia al primo crocino che cade sull'argomento. Bastian contrari come sono, gli alambiccoli non hanno mai smesso di mettere in dubbio ogni affermazione (specialmente se fatta dai crocini) che capitasse loro a tiro, facendo irritare sempre di più i crocini. Anche se la cosa potrà sembrare strana, ci sono degli alambiccoli che sono anche crocini e, praticamente tutti i crocini si servono delle invenzioni create dagli alambiccoli.

Gli alambiccoli non hanno un capo sopra di loro, mentre i crocini hanno una specie di re, custode delle antiche leggi, un grande saggio che non dice parola se non giusta e non fa azione che non sia concorde alla antica morale. In tempi più recenti, il capo dei crocini fece un grande discorso nel quale parlò molto male degli alambiccoli, dicendo che essi sono senza morale e che lo saranno sempre finché non seguiranno anche loro le leggi dei crocini e ribadì anche che le passate condanne di alcuni alambiccoli furono giuste. Nonostante le sue parole fossero a fin di bene, al solo scopo di aiutare gli alambiccoli portando loro quella antica saggezza della quale da secoli tutti i crocini beneficiano, esse fecero arrabbiare moltissimo parecchi alambiccoli, che non chiedevano altro che essere lasciati in pace e, magari, un po' di riconoscenza per le loro utili scoperte ed invenzioni. Qualche settimana più tardi, il capo dei crocini volle organizzare una visita a casa degli alambiccoli per fare loro un discorso. Alcuni pensarono che fosse per far pace con gli alambiccoli, ma gli alambiccoli stessi lo ritenevano impossibile, dato che sarebbe stata una ammissione di errore da parte del capo dei crocini, ed il capo dei crocini, si sa, non può mai sbagliare. Molti alambiccoli, a quel punto si impuntarono “Eh no! Qua tu non ci puoi entrare! …dopo tutte le cose brutte che ci hai detto!”, e si arrabbiarono così tanto che il capo dei crocini mise il muso lungo, e decise di non andare più a casa degli alambiccoli.

Tanta gente poi, vedendolo così offeso dal prepotente comportamento degli alambiccoli, accorse a consolare il povero capo dei crocini, e fra un singhiozzo e l'altro, lo si sentiva mugolare “Visto? Ve l'avevo detto io che erano cattivi e senza morale e che vogliono sempre far tacere gli altri!”. E gli alambiccoli, vedendo la scena e gli sguardi di rimprovero della gente, capirono: “Accidenti! Ci ha fregati di nuovo!”
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Dalla Cina con fu(d)rore

bruce_lee
Mi sto chiedendo se tutto quest'astio verso i prodotti di origine cinese, al di là delle questioni etiche riguardo alle condizioni dei lavoratori (delle quali, mi piacerebbe avere testimonianze non mediate, ma che comunque mi astengo dal dare giudizi), non si possa classificare come FUD.

Dalla Wikipedia:
Con Fear, Uncertainty and Doubt (FUD) ("paura, incertezza e dubbio") si intende una strategia di marketing basata sul diffondere informazioni negative, vaghe o inaccurate sul prodotto di un concorrente, tali da creare un clima che scoraggi l'acquirente/consumatore.

Una forma di autodifesa del mercato occidentale a questi prodotti di buona qualità ed economicamente convenienti.
Se ci pensate, ormai l'aggettivo “cinese”, affiancato ad un qualinque prodotto, viene utilizzato come sinonimo di prodotto economico ma di bassa qualità. Questa cosa è talmente radicata, che rarissimamente si è tentati di esaminarla per provarne la veridicità.
La Cina fa paura. Ha una popolazione enorme così come le risorse. Può permettersi di essere competitiva in moltissimi campi e di sbaragliarci facilmente. Per difenderci da questo, utilizziamo ogni mezzo necessario, compresa la diffusione di informazioni ingiustificatamente negative nei riguardi dei prodotti avversari. Informazioni che, con l'aiuto di un diffuso campanilismo, si espandono a macchia d'olio come dei meme.
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Felicità

Smile_by_Pixelnase
Non mi pongo il problema di essere o meno felice. È una cosa che varia in continuazione: non c'è una felicità assoluta, si sta solo un po' meglio o un po' peggio rispetto alla propria personale normalità (che cambia pure quella). Come una droga, la felicità da assuefazione e dopo un po', una situazione che ti sembrava felice, inizia a diventare norma e per percepire ancora felicità, hai bisogno di un'altra variazione rispetto all'attuale norma. Stessa cosa per l'infelicità. Non non ci accorgiamo delle cose statiche, degli assoluti, ma delle variazioni. Quello che talvolta inganna, è il confronto con ciò che appare della felicità altrui. Si pensa che se a noi succedessero le cose che succedono alla persona X, saremmo più felici (o lo saremmo di meno), anche se ciò, per via di quello che ho scritto sopra, potrebbe non essere vero o durare appena il tempo di svilupparvi tolleranza. Inganna ancora di più, il confronto con situazioni nate dalla finzione, nelle quali viene mostrato (per dovere di intrattenimento, semplicità, coerenza e storia) solo quello che serve, invece del comune bilanciamento fra normalità e picchi di felicità (o infelicità).
Ci si abitua a qualsiasi situazione ad una velocità che dipende dalla propria prontezza di spirito e capacità di mettersi in gioco, una volta abituati ci saranno gli stessi picchi di felicità e tristezza che si avevano nella situazione precedente.

Immagine: Smile di Pixelnase
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Le domandine sceme della buonanotte

Premessa: il capo di una religione è, come e più di tutti gli altri fedeli che la compongono, assolutamente convinto che essa sia la più giusta ed indiscutibile.

Domanda: Se Ratzy fosse nato e cresciuto in India (o in Cina, o in Iran), quale credo pubblicizzerebbe ora, con la sua foga religiosa? E il Dalai Lama? E tutti gli altri alti esponenti religiosi?

Ciò che rende una religione più giusta dell'altra, è quindi determinato da dei fattori assolutamente materiali (non quindi spirituali, come sostiene invece il fedele) e semplici, come lo sono la misura della latitudine e della longitudine?

Sembrerebbe di sì… Bizzarro. Piuttosto e anzichenò!
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Dio è taoista? (ultima parte) – Raymond Smullyan

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Prima parte.
Seconda parte.
Terza parte.
Quarta parte.

Immagine: Oversoul di Alex Grey

Dio: Perché pensavo che sarebbe stata buona terapia espellere dal tuo sistema un po' di questo veleno morale. Gran parte della tua confusione metafisica era dovuta a nozioni morali sbagliate, e quindi bisognava per prima cosa occuparsi di quelle.
         E ora dobbiamo lasciarci, almeno fino a quando non avrai di nuovo bisogno di me. Penso che la nostra attuale unione ti sarà di utile sostegno per un bel po’. Ma ricordati quello che ti ho detto a proposito degli alberi. Naturalmente non è necessario che tu parli davvero con loro, se ciò ti mette in imbarazzo; ma ci sono tante cose che puoi imparare da loro, e anche dalle pietre, dai ruscelli e dalle altre manifestazioni della natura. Nulla vale quanto un orientamento naturalistico per dissipare tutti questi morbosi pensieri di “peccato”, di “libero arbitrio” e di “responsabilità morale”. A un certo stadio della storia queste nozioni furono effettivamente utili: mi riferisco ai giorni in cui i tiranni avevano un potere illimitato e solo il timore dell'inferno era in grado di frenarli. Ma da allora l'umanità è cresciuta, e questo raccapricciante modo di pensare non è più necessario.
         Potrebbe esserti d'aiuto ricordare quanto dissi una volta attraverso gli scritti del grande poeta Zen Seng-Ts'an:

Se vuoi raggiungere la nuda verità,
non preoccuparti di giusto e sbagliato.
Il conflitto tra giusto e sbagliato
è la malattia della mente.


         Vedo dalla tua espressione che queste parole ti consolano e ti atterriscono allo stesso tempo! Di che cosa hai paura? Che se abolisci nella tua mente la distinzione tra giusto e sbagliato sarà più probabile che tu commetta azioni sbagliate? Perché sei così sicuro che l'autocoscienza relativa al giusto e allo sbagliato non porta a compiere più azioni sbagliate che azioni giuste? Credi veramente che le persone cosiddette amorali, quando si tratta di azioni e non di teoria, si comportino in modo meno etico che non i moralisti? No naturalmente! Anzi, moltissimi moralisti riconoscono la superiorità etica del comportamento della maggior parte di coloro che teoricamente assumono una posizione amorale. Sembrano davvero sorpresi che questa gente si comporti così bene senza princìpi etici! Mai che pensino che è proprio in virtù della mancanza di princìpi morali che la loro buona condotta si manifesta così liberamente!

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Dio è taoista? (quarta parte) – Raymond Smullyan

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Dopo un po' di divagare, arriviamo finalmente al nocciolo del discorso: perché l'uomo ha il libero arbitrio, se lo ha veramente e se sia concepibile o meno un essere senziente senza libero arbitrio. Inoltre, si vedrà se l'uomo ha la capacità o meno di andare contro alle “leggi della natura”.
Per alcuni, queste idee sembreranno inedite, per quelli che hanno avuto la sfortuna di discuterne con me, probabilmente no. ;-P
Nella prossima parte, conclusiva, trascriverò anche le riflessioni di Douglas Hofstadter riguardo a questo racconto.

In futuro, probabilmente riprenderò l'argomento della stanza cinese e trascriverò l'articolo “What is it like to be a bat?” di Thomas Nagel.

Immagine: hEad OveR nAtuRe di fantasio

Prima parte.
Seconda parte.
Terza parte.

Mortale: Be’, ti sto parlando, no?
Dio: Precisamente! Da questo punto di vista, il tuo atteggiamento nei miei confronti potrebbe essere definito personale. E tuttavia, da un altro punto di vista, non meno valido, mi si può anche vedere come impersonale.
Mortale: Ma se tu sei davvero un processo, cioè una cosa astratta, non riesco a capire che senso possa avere che io parli con un semplice “processo”.
Dio: Mi piace il modo in cui dici “semplice”. Allo stesso modo potresti dire che vivi in un “semplice universo”. E poi, perché ogni cosa che si fa dovrebbe avere senso? Ha senso parlare con un albero? Leggi il resto…
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Dio è taoista? (terza parte) – Raymond Smullyan

Meditation_Pool_by_Quellist
Prima parte.
Seconda parte.

Immagine: Meditation Pool by Quellist

Mortale: Se non ti posso vedere, come faccio a sapere che esisti?
Dio: Domanda giusta! Coma fai appunto a sapere che esisto?
Mortale: Be’, non sto forse parlando con te?
Dio: Come fai a sapere che stai parlando con me? Supponi di dire a uno psichiatra: “Ieri ho parlato con Dio”. Che cosa pensi che ti direbbe?
Mortale: Dipende dallo psichiatra. E poiché gli psichiatri sono per lo più atei, probabilmente mi direbbero che ho parlato con me stesso.
Dio: E avrebbero ragione!
Mortale: Come? Vuoi dire che non esisti?
Dio: La tua capacità di trarre conclusioni false è sbalorditiva. Solo perché stai parlando con te stesso ne segue che io non esisto?
Mortale: Ma se penso di parlare con te mentre in realtà sto parlando con me stesso, in che senso esisti tu?
Dio: La tua domanda è basata su due fallacie più un equivoco. Se tu ora stai parlando o no con me e se io esisto o no sono due questioni del tutto separate. Anche se tu ora non stessi parlando con me (ma è evidente che lo stai facendo), ciò non significherebbe ugualmente che io non esisto.
Mortale: Be’, d'accordo, è ovvio! Quindi, invece di dire “Se io sto parlando con me stesso, allora tu non esisti”, allora avrei dovuto dire: “Se io sto parlando con me stesso, allora è evidente che non sto parlando con te”.
Dio: Un'asserzione molto diversa, non c'è dubbio, ma falsa anch'essa.
Mortale: Ma andiamo, se sto solo parlando con me stesso, com'è possibile che stia parlando con te?
Dio: L'uso che fai della parola “solo” è molto fuorviante! Posso elencarti una serie di possibilità logiche secondo le quali se parli con te stesso ciò non esclude che tu stia parlando con me.
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Dio è taoista? (seconda parte) – Raymond Smullyan

Punishment_by_genesis
Prima parte.

Immagine: Punishment by genesis.

Mortale: Certo che sono rimasto scosso. Scosso non dalla tua autobestemmia (come l'hai chiamata scherzosamente), non dal fatto ch tu non avevi alcun diritto di dirlo, bensì dal semplice fatto che tu l'hai detto, perché mi hanno insegnato che in realtà tu non sbagli mai. Quindi mi ha sbalordito sentirti affermare che ti è possibile sbagliare.
Dio: non ho sostenuto che sia possibile. Dico solo che sono pronto a imparare qualcosa dai mie eventuali errori. Ma questo non dice nulla sul fatto che io realmente abbia errato o possa mai errare.
Mortale: Oh, per favore, smettiamola con queste sofisticherie. Ammetti o non ammetti che è stato uno sbaglio darmi il libero arbitrio?
Dio: Be’, è proprio questo il punto che secondo me dovremmo approfondire. Permetti che ti riassuma il dilemma in cui ora ti dibatti. Tu non vuoi il libro arbitrio perché con esso puoi peccare, e tu non vuoi peccare (cosa che, a dire il vero, continua a lasciarmi perplesso: in un certo senso tu devi voler peccare, altrimenti non peccheresti. Ma per il momento lasciamo perdere). D'altra parte, se tu decidessi di rinunciare al libro arbitrio, saresti responsabile adesso delle tue azioni future. Ergo, io non avrei mai dovuto darti il libero arbitrio.
Mortale: Appunto!
Dio: Capisco perfettamente il tuo disagio. Molti mortali, e perfino alcuni teologi, si sono lamentati dicendo che sono stato ingiusto perché da una parte sono stato io, non loro, a decidere che dovessero avere il libero arbitrio, e dall'altra considero loro responsabili di ciò che fanno. In altre parole, ritengono di essere obbligati a tener fede a un contratto con me, che però esso non hanno mai sottoscritto.
Mortale:
Appunto!
Dio: Come ho detto, capisco perfettamente il disagio che la situazione comporta. E riconosco la giustezza della lagnanza, tuttavia questa lagnanza sorge solo da un'interpretazione non realistica del termini della questione. Ora te li illustrerò per bene e vedrai che i risultati ti sorprenderanno. Ma invece di dirteli subito, continuerò a usare il metodo socratico.
Per ricapitolare ancora una volta, a te dispiace che io ti abbia dato il libero arbitrio. Io sostengo che quanto ne vedrai le vere conseguenze non sarai più dispiaciuto. Per dimostrare la mia tesi, ecco ciò che farò. Creerò un nuovo universo, un nuovo continuum spazio-temporale. In questo nuovo universo nascerà un mortale esattamente identico a te: a tutti gli effetti pratici potremmo dire che rinascerai tu. A questo nuovo mortale, a questo nuovo
te, io posso dare o non dare il libero arbitrio. Che cosa vuoi che faccia?
Mortale (con gran sollievo): Oh, ti prego! Risparmiagli di dover avere il libero arbitrio!
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Dio è taoista? (prima parte) – Raymond Smullyan

Illuminati_Motivated_by_rkmcmetal
Questi racconti sono troppo intriganti per restare relegati nell'ambito degli appassionati di filosofia e logica. Non dovrei farlo, ma trascrivo ancora un altro racconto dalla raccolta “L'io della mente”. Questa volta è un ipotetico dialogo fra un mortale e Dio. Il mortale chiede a Dio di togliergli il libero arbitrio, perché le implicazioni morali di esso sono troppo pesanti da sopportare.

Altri racconti sul genere che ho trascritto sul blog: Dove sono? di Daniel Dennett, L'anima dell'Animale Modello III di Terrel Miedaner, L'argomento della stanza cinese di John Searle, I guai che provocò la perfezione di Trurl e Non serviam di Stanislaw Lem. Altra robaccia sul genere, nella categoria Idee del blog.

Immagine: Illuminati Motivated by rkmcmetal


Dio è taoista?

di
Raymond M. Smullyan




Mortale: Perciò, o Dio, io ti prego, se hai un briciolo di pietà per questa tua creatura sofferente, liberami dal dover avere il libro arbitrio!
Dio: Tu rifiuti il dono più grande che io ti abbia fatto?
Mortale: Come puoi chiamare dono ciò che mi è stato imposto? Io ho il libero arbitrio, ma non per mia scelta. Non ho mai scelto liberamente di avere il libro arbitrio. Devo avere il libro arbitrio, che mi piaccia o no!
Dio: Perché vorresti non averlo?
Mortale: Perché il libero arbitrio significa responsabilità morale e la responsabilità morale è un peso che non posso sopportare!
Dio: Perché trovi così insopportabile la responsabilità morale?
Mortale: Perché? A dire la verità non so spiegarne il perché; so soltanto che è così.
Dio: D'accordo, in tal caso supponiamo che io ti assolva da ogni responsabilità morale, ma ti lasci il tuo libero arbitrio. Questo ti andrebbe?
Mortale (dopo una pausa): No, temo di no.
Dio: Ah, proprio come pensavo! Dunque la responsabilità morale non è l'unico aspetto del libero arbitrio che non ti va. Che cos'altro ti disturba del libero arbitrio?

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Non serviam (ultima parte) – Stanislaw Lem

Dopo aver pubblicato il racconto breve “Non serviam”, di Stanislaw Lem, pubblicato da Adelphi nel libro “L'io della mente”, riporto le riflessioni dei filosofi Daniel Dennett e Douglas Hofstadter.

Indice delle parti:
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
Quinta parte

Riflessioni

“Non serviam” non solo utilizza in maniera straordinariamente raffinata e precisa temi dell'informatica, della filosofia e della teoria dell'evoluzione, ma potrebbe quasi essere un resoconto vero di certi aspetti delle attuali ricerche sull'intelligenza artificiale. Per fare un esempio, il famoso SHRDLU di Terry Winograd dà l'impressione di essere un robot che sposta qua e là blocchi colorati sul piano di un tavolo con un braccio meccanico, ma in realtà il suo mondo è stato totalmente allestito o simulato all'interno del calcolatore: “In effetti, la macchina si trova proprio nella situazione paventata da Descartes: è un semplice calcolatore che sogna di essere un robot”. La descrizione fatta da Lem di mondi simulati al calcolatore e di esseri pensanti simulati contenuti in essi (mondi fatti di matematica, in realtà ) è tanto poetica quanto precisa, con una sola netta falsità, parente di altre falsità incontrate a più riprese in questi racconti. Stando a Lem, grazie alla velocità fulminea dei calcolatori, il “tempo biologico” di questi mondi simulati può essere molto più veloce del nostro tempo reale e viene rallentato mettendolo al passo col nostro solo quando vogliamo compiere osservazioni ed esami: “… un secondo di tempo macchina corrisponde a un anno di vita umana”.

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Non serviam (quinta parte) – Stanislaw Lem

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Questa è la parte conclusiva di questo racconto di Stanislaw Lem, quella che racchiude il nocciolo del discorso oltre che la spiegazione del titolo. Ci sarà anche una sesta parte, contenente il commento di Daniel Dennett e Douglas Hofstadter.
In questo brano tornano gli argomenti di alcune vecchie lunghe discussioni su questo blog e su quello di chiaroscuro.

Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte

ADAN 300 risponde: Tutto ciò che accade qui è assolutamente certo; tutto ciò che accade “là” – cioè oltre i confini del mondo, nell'eternità, presso Dio – è incerto, poiché viene solo inferito sulla base delle ipotesi. Qui non si dovrebbe commettere il male, anche se il principio di evitare il male non è dimostrabile logicamente. Ma allo stesso titolo neppure l'esistenza del mondo può essere dimostrata logicamente. Il mondo esiste, anche se potrebbe non esistere. Il male può essere commesso, anche se sarebbe bene non commetterlo e questo, credo, a causa del nostro accordo basato sulla regola di reciprocità: comportati con me come io mi comporto con te. Ciò non ha nulla a che vedere con l'esistenza o la non esistenza di Dio. Se dovessi astenermi dal commettere il male nel timore che, a causa di ciò, “là” sarei punito, oppure se dovessi compiere il bene contando su una ricompensa “là”, fonderei la mia condotta su basi incerte. Qui, invece, non può esservi base più solida del nostro reciproco accordo in questa faccenda. Se “là” vi sono altre basi, io non ho di esse conoscenza altrettanto precisa di quella che ho, qui, delle nostre. Vivendo giochiamo il gioco della vita, e in esso siamo tutti alleati. Quindi la partita fra noi è perfettamente simmetrica. Col postulare Dio, postuliamo che la partita abbia un prolungamento oltre il mondo. Io credo che sia lecito postulare questo prolungamento, purché esso non influenzi in alcun modo lo svolgimento della partita qui. Altrimenti, in nome di qualcuno che forse non esiste potremmo sacrificare ciò che esiste qui ed esiste di sicuro.
         NAAD osserva che l'atteggiamento di ADAN 300 verso Dio non gli è chiaro. ADAN ha ammesso, la possibilità che il creatore esista: che cosa segue da ciò? Leggi il resto…
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Animali fatti di tubi

Questo filmato è preso da una sorta di convegno di inventori chiamato TED. L'inventore in questione, l'olandese Theo Jansen, ha ideato queste macchine alimentate dal vento, in grado di camminare sulla sabbia. Vengono progettati utilizzando degli algoritmi genetici e tutta la loro struttura, è un intreccio di tubi e, talvolta, bottiglie di plastica. Le più complesse, possiedono una sorta di cervello (sempre meccanico, costruito con tubi e bottiglie) che permettono loro di avere delle sorta di “stati mentali”, comunemente per comprendere la loro posizione rispetto al vento e al mare ed operare azioni atte alla loro sopravvivenza (ancorarsi al terreno in caso di bufera, oppure evitare di venire travolti dall'acqua). Ho usato il termine “stati mentali” istintivamente, attribuendo una sorta di mente agli oggetti in questione che, altro non sono che semplici macchine. Tuttavia, non si può negare che nella loro semplicità, abbiano degli stati interni che ne determinano le azioni in base ad essi ed alla percezione dell'esterno. Sono degli stupendi sistemi dinamici complessi.



È possibile iscriversi al podcast del TED direttamente da iTunes. Oppure seguire il feed RSS del blog.
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Non serviam (quarta parte) – Stanislaw Lem

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Prima parte
Seconda parte
Terza parte

Non passò molto tempo prima che gli sperimentatori giunsero alla conclusione che i contatti tra i personoidi e gli uomini effettuati attraverso gli ingressi e le uscite del calcolatore non solo erano di scarso valore scientifico, ma in più generavano certi dilemmi morali i quali contribuirono a far sì che la personetica venisse qualificata come la più crudele delle scienze. Vi è qualcosa di meschino nell'informare i personoidi del fatto che li abbiamo creati in universi chiusi che simulano soltanto l'infinito, che essi sono microscopiche “psicocisti” o capsule in seno al nostro mondo. Certo, essi posseggono una loro infinità; perciò Sharker e altri psiconetici (Falk, Wiegeland) sostengono che la situazione è del tutto simmetrica: i personoidi non hanno bisogno del nostro mondo, del nostro “spazio vitale”, proprio come noi non sappiamo che farcene della loro “terra matematica”. Per Dobb questi ragionamenti sono sofistici, poiché non può esservi dubbio su quali siano i creatori e quali le creature e su chi sia stato confinato esistenzialmente. Dobb appartiene a quel gruppo che sostiene il principio del non intervento assoluto – il “non contatto” – nei confronti dei personoidi. Si tratta dei comportamentisti della personetica: il loro desiderio è quello di osservare esseri intelligenti sintetici, di spiare i loro discorsi e i loro pensieri, di registrare le loro azioni e occupazioni, senza tuttavia mai interferire con essi. Questo metodo è già sviluppato e possiede una propria tecnica basata su un insieme di strumenti la cui messa a punto ha presentato difficoltà che ancora pochi anni fa parevano quasi insormontabili. L'idea è di ascoltare, di comprendere – in breve, di origliare incessantemente – impedendo però nel contempo che questo “ascolto” disturbi in qualsiasi modo il mondo dei personoidi. Esistono presso il MIT programmi ancora allo stadio di progetto (l'APHERON II e l'EROT), che permettevano ai personoidi, i quali per il momento non hanno sesso, di avere “contatti erotici”, rendendo possibile ciò che corrisponde alla fecondazione e dando loro modo di moltiplicarsi “per via sessuale”. Dobb dichiara apertamente di non essere entusiasta dei progetti americani. In suo lavoro, così com'è descritto in Non serviam, punta in una direzione completamente diversa: non per nulla la scuola inglese di personetica è stata chiamata “poligono filosofico” e “laboratorio di teodicea”. Con queste descrizioni giungiamo a quella che è probabilmente la parte più significativa, e certamente la più affascinante del libro in oggetto: l'ultima parte, che ne giustifica e ne spiega lo strano titolo. Leggi il resto…
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Non serviam (terza parte) – Stanislaw Lem

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Prima parte.
Seconda parte.

Che cos'è, allora la coscienza? Un espediente, un sotterfugio, una scappatoia, una presunta ultima risorsa, una pretesa (ma solo pretesa) corte d'appello insindacabile. E, nel linguaggio della fisica e della teoria dell'informazione, è una funzione che, una volta iniziata, non ammette alcuna chiusura, cioè alcun completamento definitivo. È dunque solo un progetto di tale chiusura, di tale “conciliazione” totale delle tenaci contraddizioni del cervello. È, si potrebbe dire, uno specchio il cui compito è quello di riflettere altri specchi, che al loro volta ne riflettono altri ancora, e così via all'infinito. Dal punto di vista fisico, ciò semplicemente non è possibile, e quindi il regressus ad infinitum rappresenta una sorta di pozzo su cui si libra e volteggia il fenomeno della coscienza umana. “Sotto il conscio” si svolge di continuo una battaglia per una piena rappresentazione – in esso – di ciò che non può raggiungerlo con pienezza; e non può raggiungerlo per pura e semplice mancanza di spazio; perché per concedere pieno e uguale diritto a tutte quelle tendenze che rumoreggiano per attirare l'attenzione dei centri della consapevolezza sarebbero necessari una capacità e un volume infiniti. Regnano quindi intorno al conscio una ressa e un pigia pigia incessanti, e il conscio non è, non è affatto, il supremo, imperturbabile e sovrano timoniere di tutti i fenomeni mentali, ma piuttosto un sughero galleggiante sulle onde agitate, un sughero la cui posizione elevata non significa il dominio su quelle onde… La teoria moderna della coscienza, interpretata sotto il profilo informazionale e dinamico, non può sfortunatamente essere espressa in modo semplice e chiaro, sicché dobbiamo costantemente ripiegare – almeno qui, in questa presentazione più accessibile sull'argomento – su una serie di modelli e di metafore visivi. Sappiamo, in ogni caso, che la coscienza è una specie di sotterfugio, uno stratagemma cui ha fatto ricorso l'evoluzione, e vi ha fatto ricorso nello spirito del suo caratteristico e indispensabile modus operandi, l'opportunismo, trovando cioè una scappatoia rapida e improvvisata quando si è scoperta con le spalle al muro. Se dunque si volesse costruire un essere intelligente procedendo secondo i canoni di un'ingegneria e di una tecnica, l'essere così costruito, in generale, non avrebbe il dono della coscienza. Si comporterebbe in modo perfettamente logico, sempre coerente, lucido e ben ordinato e potrebbe addirittura sembrare, a un osservatore umano, un genio dell'azione creativa e della decisione. Ma non potrebbe in alcun modo essere un uomo, poiché sarebbe privo della sua misteriosa profondità, delle sue complessità interne, della sua natura labirintica…
         Non ci vogliamo qui addentrare ulteriormente nella teoria moderna della psiche cosciente, e del resto non lo fa neppure il professor Dobb. Ma queste poche parole erano necessarie, poiché esse forniscono la necessaria introduzione alla struttura dei personoidi. Con la loro creazione si è finalmente tradotto in realtà uno dei miti più antichi, quello dell'homunculus. Per foggiare un simulacro dell'uomo, della sua psiche, si devono introdurre a bella posta nel substrato informazionale delle contraddizioni specifiche; gli si deve impartire un'asimmetria, una serie di tendenze acentriche; in una parola si deve unificare e insieme rendere discorde. È razionale tutto ciò? Sì, e anche pressoché inevitabile, se desideriamo non semplicemente costruire una qualche sorta d'intelligenza sintetica, bensì imitare il pensiero e, con esso, la personalità dell'uomo. Leggi il resto…
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Non serviam (seconda parte) – Stanislaw Lem

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Nel primo frammento del racconto, ci viene introdotta questa scienza, la personetica e descritta a grandi linee. Veniamo a sapere inoltre, che questa disciplina ha fatto molto scalpore ed è considerata, dai più, amorale. Il motivo, venire spiegato a partire da questa seconda parte del racconto.
Ci viene descritta la struttura del mondo in cui “vivono” questi personoidi e apprendiamo che si tratta di un mondo creato al calcolatore, completamente basato sulla matematica, allo stesso modo in cui il nostro, si può dire sia basato sullo spazio fisico. A differenza del nostro mondo, quello dei personoidi, può avere più dimensioni, ma non nel senso delle nostre dimensioni spaziali quando nel senso matematico del termine. Pensate ad una matrice multi dimensionale, ad esempio.
Questa è una cosa assolutamente non banale. Solitamente, si è portati a pensare che una intelligenza artificiale e l'eventuale mondo che le viene creato attorno, debba essere riconducibile al nostro, come una sorta di realtà virtuale. Come se l'intelligenza artificiale debba per forza ricondursi ad una imitazione dell'intelligenza umana, animale, o di qualsiasi altra macchina biologica che conosciamo. Questo, seppur molto radicato nel pensiero comune e nondimeno affascinante, può non essere necessario. Una intelligenza artificiale, può benissimo svilupparsi in un ambiente completamente diverso dal nostro, senza la necessità di renderlo direttamente “leggibile” da noi. Non siamo noi a doverci vivere, ma delle entità basate sulla matematica (cosa che noi non siamo), la soluzione più semplice risulta quindi essere quella di crearvi attorno un mondo che sia fatto della stessa materia che compone queste entità. Anche in questo caso, come per Solaris e Picnic sul ciglio della strada, si cerca di combattere la tentazione di antropomorfizzare, cioè di ricondurre ad un equivalente umano, ciò che si studia.

Torna alla prima parte.

         Poi ci sono ulteriori chiarificazioni. I personoidi sorgono in modo germinale in virtù del programma; essi si moltiplicano a una velocità imposta dallo sperimentatore, una velocità che solo la più recente tecnologia dell'elaborazione dell'informazione, che opera a velocità prossime a quelle della luce, può consentire. La matematica che dovrà costituire la “residenza esistenziale” dei personoidi non li attende nella sua pienezza, bensì, per così dire, ancora in “fasce”, inarticolata, sospesa, latente, poiché rappresenta solo un insieme di certe possibilità a venire, di certi percorsi contenuti in subunità opportunamente programmate della macchina. Queste subunità, o generatori, in sé e per sé non danno alcun contributo; è piuttosto un tipo particolare di attività dei personoidi che serve a meccanismo d'innesco e mette in moto un processo di produzione che via via aumenta e si definisce; in altre parole, il mondo che circonda questi esseri acquista univoca determinazione in dipendenza dal loro stesso comportamento. Dobb cerca di illustrare questo concetto facendo ricorso alla seguente analogia. Un uomo può interpretare il mondo reale in maniere diverse. Può dedicare, ad esempio, un'attenzione speciale – un'intensa indagine scientifica – a certi aspetti di questo mondo, e le conoscenze che egli così acquisisce gettano in seguito la loro luce particolare sulle restanti porzioni del mondo, quelle non considerate nella sua ricerca prioritaria. Se egli si dedica allo studio diligente della meccanica, si foggerà un modello meccanico del mondo e vedrà l'Universo come un gigantesco e perfetto orologio che con moto inesorabile procede dal passato verso un futuro determinato con precisione. Questo modello non costituisce una rappresentazione accurata della realtà, e tuttavia si può farne uso per un lungo periodo storico e ottenere grazie a esso anche molti successi pratici, come la costruzione di macchine, di strumenti, eccetera. Analogamente, se i personoidi “inclineranno”, per scelta, per un atto di volontà, verso un certo tipo di rapporto col loro universum, e ad esso daranno priorità, se in questo e solo in questo scopriranno l'“essenza” del loro cosmo, allora essi percorreranno un cammino ben definito di cimenti e di scoperte, un cammino che non sarà né illusorio né futile. La loro inclinazione “estrae” dall'ambiente ciò che meglio le corrisponde. Leggi il resto…
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Non serviam (prima parte) – Stanislaw Lem

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Da oggi, con periodicità pseudo-casuale, inizierò la trascrizione del racconto breve Non serviam di Stanislaw Lem. Questo racconto è pubblicato nel libro L'io della mente, pubblicato in Italia da Adelphi. In totale, dovrei riuscire a dividerlo in sei parti.

Il racconto è sviluppato in maniera abbastanza inusuale: finge di essere la recensione di un libro riguardate una disciplina, la personetica, che si può definire come una sorta di sviluppo collettivo di intelligenze artificiali con personalità. Nella prima metà viene spiegato come sono costruiti questi personoidi e l'universum matematico in cui vivono.

Chi segue questo blog da tempo, avrà una sensazione di Deja-Vu, leggendo la seconda metà del racconto, nella quale gli stessi personoidi discutono dell'esistenza o meno di un dio creatore (che nel loro caso, sappiamo esistere: sono i ricercatori che li hanno creati) e se debba o meno ricevere rispetto e riconoscenza da essi. Leggendola, mi sono sorpreso nel vedere usare gli stessi ragionamenti logici che usai io stesso tempo fa in una discussione molto simile. Ovviamente, tutto questo mi ha inorgoglito parecchio! Vuol dire che penso come Stanislaw Lem! Per la miseria! Sono proprio un figo! :-D

Ps. l'immagine è tratta dal videogioco Darwinia, molto bello e di ambientazione simile a quella del racconto di Lem.



Non serviam

di Stanislaw Lem





Il libro del professor Dobb è dedicato alla personetica, che il filosofo finlandese Eino Kaikki ha definito “la scienza più crudele che l'uomo abbia mai creato”. Dobb, uno dei più eminenti personeisti contemporanei, condivide questa opinione. Non si può, egli afferma, sottrarsi alla conclusione che la personetica, nelle sue applicazioni, è immorale; tuttavia abbiamo a che fare con un tipo d'indagine che, per quanto contrario ai princìpi etici, è per noi necessario dal punto di vista pratico. Non c'è modo nella ricerca di evitare sia la sua raffinata spietatezza sia di fare violenza agli istinti naturali dell'uomo e, se anche regge altrove, il mito dell'innocenza assoluta dello scienziato come indagatore di fatti qui è certamente crollato. Non si dimentichi che stiamo parlando di una disciplina che, con pochissima esagerazione, è stata chiamata “teogonia sperimentale”. nonostante ciò, chi scrive questa recensione è colpito dal fatto che, quando la stampa, nove anni fa, diede grande rilievo alla cosa, l'opinione pubblica rimase sbalordita dalle prospettive aperte dalla personetica. C'era motivo di credere che ai nostri giorni nulla potesse sorprenderci. L'eco dell'impresa di Colombo risuonò per secoli, mentre la conquista della Luna nel giro di una settimana fu assimilata dalla coscienza collettiva come una cosa praticamente ovvia. E invece la nascita della personetica si dimostrò un trauma.

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I guai che provocò la perfezione di Trurl – Stanislaw Lem

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Il brevissimo racconto che mi accingo a trascrivere, oltre ad essere molto divertente e ben scritto, ha il pregio di mettere bene in evidenza la differenza fra l'idea di intelligenza artificiale forte ed intelligenza artificiale debole, nonché le posizioni rispettivamente di olisti (che devono fare attenzione a non sforare nell'animismo!) e riduzionisti. Chi vuole, può anche osservare il comportamento del re Excelsius e dei suoi sudditi, mettendoli a confronto con i fatti di cronaca di… uhm… diciamo sempre. :-) Lo scrittore di questo racconto, contenuto nel libro Cyberiade, è Stanislaw Lem, noto ai più per aver scritto Solaris. Le riflessioni in fondo al racconto sono di Daniel Dennett e Douglas Hofstadter.
Vi ricorderà quella puntata dei Simpsons in cui Bart deve svolgere un compito di scienze e per caso riesce a creare la vita di un mondo microscopico all'interno di una scatola, del quale poi diventa sovrano e dittatore. O ancora meglio, quella puntata di Futurama in cui Bender finisce alla deriva nello spazio e sulla sua pancia metallica nasce una civiltà di uomini in miniatura che lo adorano come una divinità. Inoltre, a seconda che siate sadici o meno, potreste trovare un nuovo gusto nel giocare a giochi come Popolous. :-)




La settima sortita,
ovvero I guai che provocò
la perfezione di Trurl


di Stanislaw Lem





L'universo è infinito ma limitato, e quindi un raggio di luce, in qualsiasi direzione viaggi, se è abbastanza potente tornerà, dopo miliardi di secoli, al punto di partenza; lo stesso vale per le chiacchiere, che volano di stella in stella e fanno il giro di tutti i pianeti. Un giorno Trurl udì raccontare vaghe storie di due potenti costruttori-benefattori, così abili e così saggi da non avere uguali; corse a riferire queste notizie a Klapaucius, il quale gli spiegò che non si trattava di due misteriosi rivali, ma solo di loro due, Klapaucius e Trurl, poiché la loro fama aveva fatto il giro dello spazio. La fama, tuttavia, ha il difetto di non dire nulla dei nostri insuccessi, neppure quando certi insuccessi sono il risultato di una perfezione somma. E chi dubitasse di ciò, mediti sull'ultima delle sette sortite di Trurl, che egli compì senza Klapaucius, in quel momento trattenuto a casa da certe faccende urgenti.

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Vero o falso?

Quessta frase contiene tre erori.
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L'argomento della stanza cinese

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Ieri sera mi sono trovato a spiegare a degli amici l'argomento della stanza cinese di John Searle. Dato che non sono molto bravo a spiegarmi a parole, riporto ora sul blog l'articolo della Wikipedia corrispondente. È un testo molto interessante e fondamentale per chi si interessa di filosofia della mente ed intelligenza artificiale.
È lo stesso argomento che avevo usato per analizzare il personaggio di Chance Giardiniere in Being There (Oltre il Giardino).

Stanza cinese

La Stanza cinese è un esperimento mentale ideato da John Searle. Esso è un controesempio della teoria dell'intelligenza artificiale forte. Alla base del ragionamento di Searle è che la sintassi (grammatica) non è equivalente alla semantica (significato).
Searle presentò l'argomentazione della Stanza cinese nel suo articolo "Minds, Brains and Programs" (Menti, cervelli e programmi) pubblicato nel 1980. Da allora, è stato un pilastro del dibattito sull'ipotesi chiamata da Searle intelligenza artificiale forte.

Descrizione dell'esperimento
I sostenitori dell' intelligenza artificiale forte sostengono che un computer opportunamente programmato non sia solo la simulazione o un modello della mente, ma che esso possa essere una mente. Esso cioè capisce, ha condizioni conoscitive e può pensare. L'argomento di Searle (o meglio, l'esperimento mentale) si oppone a questa posizione. L'argomentazione della stanza cinese è la seguente Leggi il resto…
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Cambi di prospettiva

26-05-2007 11.02.45 NIKON D50
Mi sto abituando alle accelerazioni violente, la velocità media di viaggio è decisamente aumentata, ora mi bilancio bene in curva spostandomi nel modo corretto e buttando fuori il corpo quando necessario (ancora niente ginocchio a terra, ma ci lavorerò :-) ). Man mano che prendo confidenza e sviluppo automatismi lasciando liberi i pensieri, il divertimento aumenta in proporzione. Praticamente, sono entrato nella fase in cui ti sembra di essere figo. Quella in cui di solito si finisce in faccia ad un camion o dritto fuori da una curva precipitando in un burrone fra le fiamme ed esplodendo al contatto col terreno.

Secondo alcune teorie, la percezione degli oggetti non è basata unicamente sugli stimoli che ci giungono da essi, ma anche su quello che noi sappiano essere la loro funzione ed il loro rapporto con noi. È una cosa chiamata percezione guidata dall'azione. La percezione dipende da quello che sappiamo di poter fare con quell'oggetto e da quello che abbiamo già fatto con esso. Una percezione che coinvolge anche il corpo ed il movimento: incarnata. “Per un bambino con in mano un martello, ogni oggetto diventa un chiodo.” Leggi il resto…
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Predisposizione alla fede

The_eye__by_Chocksy
C'è chi pensa che ci sia una sorta di predisposizione innata a credere nel soprannaturale. Alcuni lo chiamano "gene di Dio" e addirittura cercano di localizzare la zona della corteccia adibita alla fede.
Io penso che più semplicemente sia un'estensione della naturale tendenza a cercare uno scopo dietro ad ogni evento ed un attore e quindi una volontà dietro ad ogni azione.
Siamo abituati fin piccoli a pensare che ogni evento accade perché qualcuno l’ha fatto accadere (il lego si è schiantato per terra perché io l’ho fatto cadere dal seggiolone… la mamma mi sta allattando, perché l’ho chiamata piangendo… la palla serve per giocare… e così via fino a cose più complesse). Si cerca di capire la causa dell'effetto. Quando gli eventi da spiegare sono troppo complessi, si fa prima a pensare che ci sia qualche entità invisibile che li ha causati. Una causa ci deve sempre essere e l'esperienza ci ha insegnato che dietro ad una causa c'è sempre una volontà. Si va quindi per la soluzione cognitivamente più economica. Ma si tratta di una deduzione ingenua. Sicuramente molto utile agli uomini preistorici per delimitare certi pericoli o trasformare in rituali certe azioni che empiricamente portavano a benefici, senza che ci fosse l'effettivo bisogno di capire cosa succedesse realmente.
È lo stesso meccanismo che portava alla creazione dei tabù. Basta individuare una sorta di legge basandosi sull'osservazione dei fatti. Violare la legge può causare la morte prematura o guai per la tribù. Il tabù dell'incesto, ad esempio nasce per permettere scambi ed alleanze fra tribù, mediante l'accoppiamento dei giovani di tribù diverse. Due tribù diventano quindi come una tribù sola ma più forte. Inoltre, si garantisce una maggiore varietà genetica. Da qui ad attribuire ad un'entità invisibile la causa dell'evento complesso, cioè la maggiore prosperità, il passo è breve.
La tendenza a credere nel soprannaturale potrebbe essere un processo di attribuzione d'intenzionalità.

Immagine: The eye. by Chocksy

ps. Fra le altre cose, dite “ciao” alla mia prossima moto: [foto]. Prenotata oggi dal concessionario. Pronto a ritirarla appena mi arriva il denaro. :)
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L'anima dell'Animale Modello III – Terrel Miedaner

di Terrel Miedaner, tratto dalla raccolta “L'io della mente”.

L'anima dell'Animale Modello III

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“La posizione di Anatol è abbastanza chiara” disse Hunt.“Egli considera la vita biologica come un fenomeno meccanico complesso.”.

    Lei alzò le spalle, ma non con indifferenza. “Ammetto di essere affascinata dall'uomo, ma non posso accettare questa filosofia.”.
    “Prova a pensarci” le suggerì Hunt. “Tu sai che, secondo la teoria neoevoluzionista, il corpo degli animali viene formato attraverso un processo completamente meccanicistico. Ciascuna cellula è una macchina microscopica, un minuscolo componente integrato in un congegno più grande e più complesso”.
    Dirksen scosse la testa. “Ma il corpo degli animali e degli uomini è qualcosa di più di una macchina. Già l'atto riproduttivo lo rende diverso”.
    “Perché poi” chiese Hunt “è così straordinario che una macchina biologica generi un'altra macchina biologica? Concepire e partorire in un mammifero femmina non richiede più pensiero creativo di quanto ne occorra a una fresatrice automatica per vomitare blocchi motore”.
    Gli occhi di Dirksen lampeggiarono. “Pensi che la fresatrice automatica senta qualcosa quando partorisce?”, lo provocò.
    “Il suo metallo subisce forti tensioni, e alla lunga la fresatrice si logora”.
    “Non credo di intendere in questo modo il termine ‘sensazione’ ”.
    “Nemmeno io” convenne Hunt. “Ma non è sempre facile sapere chi o che cosa abbia delle sensazioni o dei sentimenti. Nella fattoria dove sono cresciuto avevamo una scrofa da riproduzione che aveva l'infelice tendenza a schiacciare sotto il suo peso la maggior parte dei suoi nati uccidendoli, puri incidenti, immagino. Poi mangiava i cadaveri dei suoi piccoli. Secondo te aveva sentimenti materni?”.
    “Non sto parlando dei maiali!”.
    “Potremmo altrettanto parlar bene degli uomini. Che ne diresti di calcolare quanti neonati vengono annegati nel gabinetto?”.
Dirksen era troppo sgomenta per parlare.
    Dopo una pausa Hunt riprese: “Ciò che tu in Klane consideri una fissazione per le macchine è soltanto una prospettiva diversa. Per lui le macchine sono un'altra forma di vita, una forma che egli può creare da sé con plastica e metallo. Ed è abbastanza onesto da considerare se stesso una macchina”.
    “Una macchina che genera macchine” ribatté Dirksen sarcastica. “Tra un po' dirai che è una madre!”.
    “No” disse Hunt. “È un ingegnere. E per quanto rozza sia una macchina costruita da un ingegnere in confronto al corpo umano, essa rappresenta un atto più elevato della semplice riproduzione biologica, perché almeno è il risultato di un processo del pensiero”.

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Il teletrasporto

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Un paio di giorni fa, ho finalmente iniziato a leggere L'io della mente, un libro di filosofia della mente curato da Douglas R. Hofstadter e Daniel C. Dennett (sì, sempre lui, il mio filosofo preferito :-)). L'io della mente è un antologia di racconti ed esperimenti ideali riguardo a cosa sia la mente, l'io, al rapporto fra la materia ed il pensiero e così via. Tutti argomenti che mi interessano parecchio e che mi piace leggere. Credo che siano anche un buon esercizio per mantenere la propria mente in allenamento.

Proprio nell'introduzione si usa l'idea del teletrasporto per avvicinare il lettore agli argomenti che verranno trattati nel libro. Nel breve racconto introduttivo, una astronauta in missione su Marte, si trova in una situazione di pericolo mortale dalla quale, per salvarsi non ha altra scelta che utilizzare un apparecchio di teletrasporto e venire così inviata sulla Terra.

Il teletrasporto, anche se attualmente non esiste, nell'immaginario comune ha un preciso funzionamento definito. Nel luogo di partenza, l'oggetto o la persona che deve venire trasportata, viene analizzata e copiata sotto forma di informazioni nell'apparecchio (nella serie di Star Trek, si parla spesso di buffer del teletrasporto). Il processo di analisi comporta anche la distruzione dell'originale. Queste informazioni descrivono l'esatto stato di tutti gli atomi dell'oggetto da trasportare nel preciso istante in cui viene analizzato. Le informazioni vengono quindi inviate alla stazione di arrivo che, tramite una procedura in grado di trasformare l'informazione in materia, ricompone l'oggetto o la persona.

Tutto questo viene comunemente accettato e raramente ci si pone delle domande su di esso.
Una cosa molto importante che viene spesso sottovalutata, è che il teletrasporto non invia materia, ma informazioni. Di conseguenza, quello che viene rimaterializzato, non contiene gli stessi atomi che aveva in principio, ma tutta una serie di atomi nuovi, trasformati sul momento e perfettamente allineati in modo da comporre una esatta copia dell'originale. L'originale, di fatto, viene sempre ucciso dalla procedura di trasporto. Leggi il resto…
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Teiere, unicorni, spaghetti …e vermicelli

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La teiera di Russell, chiamata anche teiera celeste, è una metafora ideata dal filosofo Bertrand Russell per confutare l'idea che spetti allo scettico screditare le affermazioni di non falsificabilità delle religioni.
In un articolo intitolato "Is There a God?" ("Esiste un Dio?"), commissionato (ma mai pubblicato) dal magazine Illustrated nel 1952, Russell scrive:

«Se io sostenessi che tra la Terra e Marte c'è una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un'orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi, purché mi assicuri di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata, sia pure dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che -posto che la mia asserzione non può essere confutata- dubitarne sarebbe un'intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe con tutta ragione che sto dicendo fesserie. Se, invece, l'esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità, ed instillata nelle menti dei bambini a scuola, l'esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all'attenzione dello psichiatra in un'età illuminata o dell'Inquisitore in un tempo antecedente.»

Da questa metafora, sono nate in tempi successivi varie religioni parodistiche che sfruttano la stessa fallacia logica dell'argumentum ad ignorantiam. Le più popolari sono il pastafarianesimo, ovvero gli adoratori del Mostro di Spaghetti Volante ed i sostenitori dell'Invisibile Unicorno Rosa.

Illustrazione: The Teapot di Ethernity

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Manipolazioni fotografiche

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È comune pensare alle foto come a delle perfette riproduzioni di una scena reale. Si pensa che il risultato debba essere il più possibile naturale e non alterato. Alcuni si permettono il lusso di accettare delle piccole manipolazioni, che però non devono essere fatte digitalmente a posteriori, ma solo al volo, al momento dello scatto o, al massimo, in fase di sviluppo. Una manipolazione digitale a posteriori, viene percepita come uno snaturare lo spirito romantico della fotografia.

Cos'è però a dare lo spirito romantico alla fotografia? È sufficiente l'uso della tecnologia moderna a toglierlo? Io non credo. I primi fotografi erano pionieri e per loro, quello che a noi appare così affascinante e romanticamente tradizionale, era l'avanguardia della tecnologia, esattamente come ora lo è la manipolazione digitale. Per questo motivo, non credo che il discorso debba essere portato sul romanticismo. Quelli che parlano di romanticismo nell'uso di strumenti tradizionali, probabilmente lo associano al fascino per il passato, all'ottenere qualcosa usando mezzi “semplici”. Questo viene percepito come romantico solo perché siamo persone del ventunesimo secolo e veniamo affascinate dal passato e dalla tradizione.

Alcuni ancora, ritengono che la manipolazione sia un po' come barare. Io ritengo che nel processo creativo non esista “barare”. Barare semmai, è appropriarsi in un'opera altrui ed attribuirla a sé stessi senza aver apportato alcuna modifica. Quello non fa parte del processo creativo. La creatività, non è neppure un esercizio tecnico per provare la propria abilità nell'ottenere risultati con i mezzi limitati del passato. Leggi il resto…
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La misura di un uomo

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Un altra puntata molto interessante di Star Trek TNG. In questa, un ingegnere della federazione intende smontare Data per poterlo studiare ed eventualmente replicare. La memoria di Data verrebbe salvata in un altro cervello elettronico positronico. Tuttavia, i suoi metodi le le sue teorie non sembrano affatto convincenti e sicure. Data, appoggiato dal resto dell'equipaggio, intende quindi rifiutarsi di sottoporsi agli esperimenti. Data sostiene che il semplice trasferimento delle proprie memorie sarebbe solo un trasferimento sterile di dati, che ne distillerebbe le qualità intrinseche e tutto ciò che hanno rappresentato quelle esperienze. Tutto quello che si prova ad essere Data in quelle particolari esperienze. …E qua ero già caduto in brodo di giuggiole… Si parla di qualità. Si parla di qualcosa di superiore alla somma delle parti. I principi della Gestalt. In sostanza, si parla di mente come un emergenza!!! Se si può capire cosa si prova ad essere un altro, come nel famoso articolo “What is like to be a bat?” di Thomas Nagel. Ed a farlo è Data, ovvero il mio personaggio preferito di tutta la serie!
A causa del rifiuto di Data e dei membri dell'equipaggio, l'ingegnere è costretto a rivelare che Data, nonostante venga dai membri dell'Enterprise considerato un individuo senziente, è comunque una macchina registrata come proprietà della flotta stellare.
Il capitano Picard, per aiutare Data, chiede che venga fatto un processo nel quale verrà stabilito se Data debba venire considerato una semplice macchina, oppure un individuo unico. Nel caso fosse un individuo infatti, l'essere considerato una proprietà, si tradurrebbe in una forma di schiavitù ed andrebbe in contrasto con i principi stessi della Federazione. Gli argomenti portati al processo per dimostrare la presenza di consapevolezza ed intelligenza in Data e garantirgli quindi gli stessi diritti delle varie razze di origine biologica, non sono gli stessi che avrei portato io, ma comunque molto interessanti. Non voglio anticipare nulla in proposito, per non togliere il gusto della visione a chi non ha mai visto puntata.
Ascoltando la difesa di Picard esultavo ad ogni sua affermazione.
Adesso però mi piacerebbe capire perché amo così tanto le macchine! :-D

Immagine: Metropolis di ladymorgana
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Usi alternativi del ponte ologrammi

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Puntata 3, “Elementare, caro Data”. In questo episodio, l'odiosa Pulasky (sostituta temporanea della dottoressa Beverly Crusher), sempre pronta a mettere in dubbio l'intelligenza di Data e la sua personalità, improvvisandosi esperta di intelligenza artificiale, vuole provare che Data non è in grado di ragionare veramente, ma solo di riprendere nozioni immagazzinate in precedenza. Sfida quindi il nostro androide a risolvere un caso stile Sherlock Holmes che non sia mai stato scritto in precedenza. Geordy e Data chiedono quindi al computer di generare, in sala ologrammi, una storia sullo stile dei racconti di Doyle, ma con un avversario che sia in grado di battere Data.
L'avversario ha le sembianze di Moriarty, storico nemico di Sherlock Holmes, ed un'intelligenza straordinaria. Questa sua intelligenza, gli permette di prendere coscienza della propria natura di ologramma e di trovare il modo per interagire con l'Enterprise. Riesce così a trasferire il controllo del timone in sala ologrammi e, con quello che sembra un rudimentale apparato meccanico, provocare bruschi spostamenti dell'astronave.

Al di là dell'ennesima falla nella sicurezza dell'astronave (ma chi è il sysadmin, da quelle parti?), tutto questo mi ha fatto venire un'idea. Sul ponte di comando, ci sono sempre almeno tre persone a governare l'astronave, costantemente impegnate a premere pulsanti su dei touch-screen che fanno da interfaccia per il controllo della nave. Dato però, che sembra possibile trasferire il controllo del vascello in sala ologrammi, perché non usare le capacità della sala ologrammi per creare un interfaccia migliore? Leggi il resto…
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Falle di sicurezza

Tap
Possibile falla 1: A Riva del Garda c'è un parcheggio incustodito chiuso e a pagamento. L'entrata e l'uscita sono chiuse da due sbarre automatiche. Per entrare bisogna premere un pulsante e ritirare un biglietto con striscia magnetica. Al momento dell'uscita, si inserisce il biglietto nello sportello automatico, si paga in proporzione al tempo di sosta e si ritira il biglietto. Arrivati alla sbarra di uscita, si inserisce il biglietto precedentemente ritirato e la sbarra si alza. Il ritiro e la restituzione dei biglietti serve al sistema anche per verificare quanti parcheggi sono liberi. Quando tutti i parcheggi sono occupati, l'erogazione di biglietti si interrompe finché non se ne libera uno.
Ora, credo che nulla mi impedisca di lasciare la vettura parcheggiata per delle ore per poi pagare solo un minuto di sosta. Entro e parcheggio regolarmente ritirando il mio biglietto. Lascio la macchina parcheggiata per svariate ore. Quando devo uscire, se la biglietteria può erogare altri biglietti (cioè, se non tutti i parcheggi sono occupati), ne prendo un altro e lo pago subito. Il costo sarà, nel peggiore dei casi, di qualche centesimo. Entro in macchina ed esco dal parcheggio utilizzando il biglietto nuovo appena pagato, invece di quello che avrebbe conteggiato varie ore di sosta. Questo inoltre, falsificherebbe il conteggio dei posti occupati, lasciandone conteggiato uno in più. Inoltre, se il biglietto non avesse scadenza, una volta pagato, si potrebbe entrare, pagare subito ed uscire dopo ore (e non falsificherebbe il conto dei posti liberi). Cosa mi impedirebbe di fare questo? Il singolo biglietto non è abbinato né alla macchina né alla persona. Potrebbe esserci un sensore di pressione davanti all'ingresso in modo da impedire l'erogazione di biglietti se sopra di esso non c'è un certo peso, ma anche questo potrebbe essere aggirato con l'aiuto di un complice.

Possibile falla 2: Nella puntata 15 (titolo: 11001001) della prima stagione di Star Trek TNG, l'equipaggio dell'Enterpise viene fatto evacuare con uno stratagemma e la nave sequestrata da una specie aliena. Sulla nave rimangono solo due membri dell'equipaggio (Riker e Picard), che al momento dell'evacuazione erano intrappolati in sala ologrammi. Gli alieni hanno preso possesso del computer di bordo e bloccato le porte d'accesso al ponte di comando. Tuttavia, Ryker e Picard riescono facilmente ad accedere al ponte di comando utilizzando il teletrasporto. Ora: che senso ha implementare delle politiche di sicurezza per l'accesso alle varie zone dell'astronave, quando questi possono venire aggirati facilmente tramite il teletrasporto? Non dovrebbe anche il sistema di teletrasporto rispettare queste politiche di sicurezza impedendo l'accesso alle zone precluse?

Immagine: Tap di seeknow
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(ICMP Love) About mutuality…

ARISTOCRACY_2032__MISTRESS_LIN_by_mayanlee
Prima situazione
Promethium:~ stefano$ ping 192.168.1.1
PING 192.168.1.1 (192.168.1.1): 56 data bytes
64 bytes from 192.168.1.1: icmp_seq=0 ttl=254 time=1.219 ms
64 bytes from 192.168.1.1: icmp_seq=1 ttl=254 time=1.178 ms
64 bytes from 192.168.1.1: icmp_seq=2 ttl=254 time=1.215 ms
64 bytes from 192.168.1.1: icmp_seq=3 ttl=254 time=1.549 ms
^C
--- 192.168.1.1 ping statistics ---
4 packets transmitted, 4 packets received, 0% packet loss

Seconda situazione
Promethium:~ stefano$ ping 192.168.1.1
PING 192.168.1.1 (192.168.1.1): 56 data bytes
^C
--- 192.168.1.1 ping statistics ---
19 packets transmitted, 0 packets received, 100% packet loss

Terza situazione
Promethium:~ stefano$ ping 192.168.1.1
PING 192.168.1.1 (192.168.1.1): 56 data bytes
ping: sendto: No route to host
ping: sendto: Host is down
ping: sendto: Host is down
ping: sendto: Host is down
^C
--- 192.168.1.1 ping statistics ---
9 packets transmitted, 0 packets received, 100% packet loss

Idea presa da una vecchia discussione.

Immagine: Aristocracy 2032 di Jeffery Scott
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Un mondo virtuale solo mio

Recall_by_wirestyle
Qualche post fa avevo accennato ad un'idea per un'invenzione. Credo che attualmente ci sarebbero tutti i mezzi per realizzare quello che ho in mente.

Immaginate che molti oggetti contengano un circuito integrato che abbia principalmente tre funzioni: rilevare la posizione e la direzione rispetto ad esso di uno o più apparecchi ricevitori, comunicare con questi apparecchi ricevendo comandi ed inviando dati che verrebbero tradotti in immagini, rilevare la presenza di altri circuiti simili ad esso con i quali comunicare in una rete di tipo peer to peer.
Gli apparecchi ricevitori sarebbero degli occhiali speciali con la possibilità di visualizzare immagini 3D in sovrimpressione, comunicare con i chip degli oggetti e rilevare la posizione delle mani di colui che li indossa. Il controllo dell'apparecchio stesso potrebbe avvenire tramite delle gestures.

Questi chip verrebbero inseriti in oggetti di vario tipo ed invierebbero informazioni aggiuntive all'osservatore dell'oggetto, oppure modificherebbro ai suoi occhi la forma od il disegno dell'oggetto, oppure ancora aggiungerebbero elementi decorativi. Tutto questo apparirebbe tridimensionalmente, come fossero delle sorta di ologrammi, ma non sarebbero dei veri e propri ologrammi, perché tutte queste cose verrebbero visualizzate solo tramite gli occhiali speciali.

Come ho scritto, riferendomi ad una rete peer to peer, non ci sarebbe nessun server centrale a gestire le informazioni che vengono trasmesse dai chip: ognuno di essi sarebbe autonomo. Potrebbero però comunicare fra di loro: innanzitutto per fare in modo che le immagini proiettate da essi non interferiscano le une con le altre, ma si adattino in modo che siano facilmente fruibili dall'osservatore e diano una visione coerente ed accettabile al tutto.

La rilevazione della posizione dell'osservatore sarebbe fondamentale per poter generare delle immagini 3D con una prospettiva coerente con la realtà circostante ed il punto di vista dell'osservatore. Grazie a questo si potrebbero avere… (continua… )

Immagine: Recall di wirestyle Leggi il resto…
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Arcobaleni solo miei

Falling_tree_by_Buscapeh
Delle volte, fissando delle luci dopo aver indossato lenti a contatto nuove, capita di vedere attorno ad esse degli arcobaleni circolari, come delle specie di aloni iridescenti.
Sono l'unico a vederli, perché essi esistono solo come frutto dell'interazione fra la luce, la lente ed il mio occhio (e tutto ciò che è attaccato ad esso). Quello è il mio arcobaleno, del qualche non posso negare l'esistenza, dato che lo percepisco chiaramente ed è frutto di uno stimolo concreto, anche se la percezione di esso non è condivisa con altri.
Questo pensiero, qualche giorno fa, mi ha fatto pensare ad una fantascientifica trovata per un'invenzione… :)

Immagine: Falling tree di Buscapeh
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Dove sono? (sesta e ultima parte) – Daniel Dennett

Boboli_Gardens___Spotless_Mind_by_DottorDestino
Ed eccoci qua, finalmente alla fine del racconto. Nella parte precedente Dennett, dotato di nuovo corpo e di cervello artificiale “gemello”, va a trovare il vecchio Yorick e nota subito che il controllo era stato impostato inizialmente su Uberto (il cervello artificiale). Chi ha guidato il suo corpo fino alla vasca di Yorick non è stato Yorick, bensì Uberto. Non si può tuttavia negare però che sia stato Dennett ad andare lì. Questo perché, essendo il secondo cervello in perfetta sincronia e ricevendo entrambi gli stessi identici stimoli dal corpo in comune, è impossibile capire da quale dei due cervelli arrivino i segnali di controllo del corpo. Di conseguenza, Dennett è sempre in controllo del corpo, indipendentemente da dove sia girato il commutatore. Questo significa che le mente è indipendente dal cervello, abbracciando quindi il dualismo cartesiano? Ma la mente è comunque indissolubilmente legata al cervello. Quando stacchi il collegamento dal corpo, Dennett torna in Yorick, per così dire. Non si tratta propriamente di dualismo. Le idee espresse in questo racconto sono invece assimilabili all'emergentismo. Successivamente, Dennett si chiede quale dei due cervelli detenga il diritto giuridico sul corpo e cosa succederebbe se ad entrambi venisse assegnato un corpo a sé stante. In seguito a questi pensieri, Dennett decide di far sigillare le stanze in cui risiedono i due cervelli e di possedere l'unico controllo esistente che permette sia di cambiare da un cervello all'altro, sia di scollegare uno dei due. Riprendiamo quindi dal cliffhanger che ho malignamente lasciato con la puntata scorsa.
Immagine: “Spotless Mind” di DottorDestino
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Unire i puntini

s_zach02
Tema: Telefilm ed opinione comune.

• Jag
• NCIS
• The Unit
• Band of brothers

Guerra Iraq + Controterrorismo.

• Dr. House Medical Division
• E.R.
• Grey's Anatomy
• Scrubs
• Nip/Tuck

Tagli alla sanità + costi sanitari.

Fermo restando che a me Scrubs piace da morire… Chissà se a pensare male, faccio bene… Leggi il resto…
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Il migliore dei mondi possibili

another_world
Philip Kindred Dick diceva: “Se non vi piace questo mondo dovreste vederne qualcuno degli altri.”, a significare che, nonostante tutto, questo in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili. Io ho sempre interpretato questa idea pensando alle leggi della natura intesa come un sistema dinamico (anche se, al tempo, non conoscevo questo termine), le cui interferenze reciproche dei singoli individui concorrono a far emergere automaticamente un equilibrio che porta ad un continuo perfezionamento dei vari sottosistemi. Basti pensare alla legge della selezione naturale. Per questo motivo il mondo, o meglio, la realtà in cui viviamo ora, non può essere che la migliore possibile.
Non è tutto. Questo, non solo è il migliore dei mondi possibili, essendo frutto di milioni di anni di interazioni e selezioni, ma è anche l'unica realtà possibile. Semplicemente: non poteva andare altrimenti. Tutto ciò che è accaduto, lo ha fatto portandoci inevitabilmente al punto dove siamo ora. Non per via di un disegno intelligente deciso a priori, ma solo per le capacità auto-organizzanti di tutto il sistema.
Attualmente, sono circa a metà lettura di “L'uomo stocastico” di Robert Silverberg e mi ha fatto piacere ritrovare queste idee nelle parole di Carvajal, uno dei personaggi principali di questo romanzo, che le estende alla visione del futuro, descrivendolo come inesorabile e come unica via possibile. Come un copione che si scrive da solo e del quale noi non siamo altro che attori a cui non è permesso improvvisare.

Immagine: Other world, Maurits Cornelis Escher
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Dove sono? (quinta parte) – Daniel Dennett

“Twin” di Rilrae.
Dopo un lungo periodo di isolamento completo, a causa della perdita del proprio corpo, Dennett si “risveglia”, constatando che gli è stato fornito un nuovo corpo e che il suo cervello è rimasto comunque separato da esso. Decide di chiamare il proprio nuovo corpo Fortebraccio e torna a trovare il vecchio Yorick: il proprio cervello nella vasca. Giocando con l'interruttore che stacca il collegamento fra il cervello ed il corpo, ha una nuova interessante sorpresa: per tutto il periodo in cui il suo cervello era rimasto nella vasca, l'equipe tecnica aveva sviluppato una sorta di cervello di backup. Questo cervello è stato costruito per riprodurre alla perfezione il comportamento del cervello originale, in maniera simile a come vengono istruite le reti neurali. Ogni stimolo proveniente da Amleto, il corpo, veniva dato in ingresso sia al cervello originale che a quello artificiale, confrontandone poi le uscite. Quando esse erano diverse, Uberto il cervello artificiale, correggeva il proprio comportamento in modo da ottenere la stessa uscita di Yorick. Alla fine, si era riusciti ad ottenere una perfetta sincronia fra i due cervelli. Ora i due cervelli ricevono contemporaneamente gli stimoli provenienti dal nuovo corpo ed entrambi forniscono contemporaneamente output sincroni per controllare il corpo, ma solo uno dei due cervelli può effettivamente controllare il corpo, mentre l'altro manda le proprie uscite al vento.
Immagine: “Twin” di Rilrae
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Dove sono? (quarta parte) – Daniel Dennett

Snow_Storm_by_MackTheDeuce
Il punto di vista pare essere importante nel determinare l'ubicazione della persona. Nella puntata precedente, Dennett va a toccare l'argomento della mente estesa. Come una persona che utilizza frequentemente un particolare strumento, riesce ad avere abbastanza sensibilità con esso tanto da spostare il suo punto di vista fino ad includersi nello strumento, che diventa parte di lui, allo stesso modo il suo corpo potrebbe venire considerato come lo strumento a cui si è più abituati e familiari. Gli assoni dei nostri neuroni cerebrali, si collegano ai dendriti di altri neuroni fino ad innervare tutto il corpo, che è quindi molto più intimamente legato al cervello di quanto sostengano i filosofi dualisti tradizionali e di quanto si sia portati a pensare intuitivamente. Questo, fa sperare a Dennett che, grazie all'abitudine ed all'allenamento, potrebbe diventare in grado di spostare il proprio punto di vista da Amleto a Yorick e viceversa. Viene quindi mandato in missione. Durante il viaggio, a causa della latenza che si crea fra la trasmissione e la ricezione dei segnali fra il proprio cervello ed il corpo (e viceversa), intuisce un'altra cosa importante che svilupperà in seguito: la sensazione di essere in controllo.
La missione finisce male: a causa della radioattività, tutte le ricetrasmittenti collocate nel cranio di Amleto si guastando, tagliano ogni collegamento fra esso e Yorick. Di conseguenza, il punto di vista di Dennett si trova istantaneamente proiettato in Yorick (ed ora non è assolutamente difficile immaginarsi lì ), ma al tempo stesso è in una condizione di deprivazione sensoriale completa. Leggi il resto…
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SID (6581/8580) Love

sinewave
• Frequency: ~0,1Hz
• Waveform: Sinewave
• Attack: ~100ms
• Decay: 0ms
• Sustain: Max volume for ~31.557.600.000ms
• Release: 31.557.600.000 (+) ms
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Dove sono? (terza parte) – Daniel Dennett

19
Perché è così difficile immaginarsi nella vasca, dove è stato messo in ammollo il proprio cervello? Provando a cambiare il punto di vista in vari modi e verso vari luoghi, si riesce ad immaginarsi molto facilmente lì. Nella vasca, osservato dal proprio corpo pare invece essere un'eccezione. Colpa della forza dell'abitudine? Delle sensazioni che costantemente arrivano da questo corpo e di fatto mettono in contraddizione il proprio pensiero di non trovarsi lì, fra le orecchie e le antenne ricetrasmittenti? Dennett, per facilitarsi il compito e risolvere il proprio dubbio amletico, decide di assegnare dei nomi alle proprie parti: Yorick il cervello nella vasca e Amleto il corpo. Prova quindi ad immaginare… “Dove va Amleto, va anche Dennett” non funziona: potrebbero spostare il cervello in un altro corpo, ma io continuerei ad essere sempre Dennett. “Dove va Yorick va anche Dennett” viene negato costantemente dall'evidenza: come posso essere nella vasca, mentre in realtà io mi sento qui fuori, pronto ad andarmene dove mi pare? “Dennett si trova ovunque pensi di trovarsi” sembra un passo nella direzione giusta, ma è un po' troppo radicale, perché mi pone in una situazione di infallibilità in contrasto con la realtà. Come se fosse possibile essere sempre dove si crede di essere. Tutti i casi in cui ci si smarrisce o si perde la strada, negano di fatto questa tesi. In questa terza parte, prosegue il ragionamento e Dennett viene finalmente mandato in missione. …ma ci sarà un colpo di scena. Leggi il resto…
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Dove sono? (seconda parte) – Daniel Dennett

Yorick
Avevamo appena lasciato il povero Dennett alle prese col suo dilemma. Il cervello, ciò che comunemente è visto come la fonte e l'ubicazione della propria identità, è stato rimosso dal corpo e messo in una vasca, mantenuto in vita artificialmente ed il cranio è stato riempito di apparecchiature elettroniche e ricetrasmittenti che permettono al cervello di comunicare con il corpo, esattamente come se fosse lì, ma con i nervi come se fossero stati allungati indefinitamente.
Perché tuttavia, risulta così difficile pensarsi all'interno della vasca, nel cervello (comune sede della mente e della coscienza, per un filosofo fisicalista), invece che all'interno del cranio vuoto che fa parte del corpo, ora trasformato in una sorta di “protesi totale”? Leggi il resto…
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Dove sono? (prima parte) – Daniel Dennett

one
Da oggi inizierò la pubblicazione (con periodicità casuale) di un esperimento mentale del filosofo Danel Dennett: un breve racconto fantascientifico intitolato “Dove sono?”, che tratterà in maniera intrigante e divertente la questione dell'ubicazione dell'io ed il rapporto fra mente e corpo.
Cercherò di dividere il racconto in modo da permettere a chi legge, di avere il tempo di ragionare su ciò che è accaduto fino a quel momento. Man mano che la storia prosegue, alcune intuizioni verranno ribaltate, le situazioni cambieranno e si aggiungeranno elementi alla vicenda. Per questo, secondo me, è importante procedere poco alla volta.
Il racconto è molto interessante perché fornisce degli spunti molto intelligenti, ma stranamente poco popolari fra chi non è appassionato all'argomento. …e spesso, anche fra chi si interessa ma rimane spesso ancorato ad idee e teorie vecchie. Credo che renderlo disponibile a tutti, sia una buona idea per dar spazio anche a queste idee relativamente nuove.

La versione inglese è leggibile sui siti di varie facoltà di scienze cognitive, oppure disponibile in formato PDF nella mia sezione Downloads. La versione italiana che riporterò, è presente sul libro Brainstorms, edito dalla Adelphi. …che spero non decida di denunciarmi per quello che sto facendo… Leggi il resto…
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La chiesa dei non-credenti (The New Atheists)

teapot____by_salihguler
Trafficando in rete, mi è capitato per le mani questo interessante articolo di Wired Magazine. Riguarda un nuovo movimento fondato principalmente da uomini di scienza e la cui costituzione si basa sulla ragione ed il rifiuto di qualsiasi fede o dogma. Una sorta di nuovo illuminismo. È diverso dal semplice ateismo, in quanto si propone come un movimento attivo e divulgativo. I loro bersagli principali non sono quindi solo le fedi, ma anche soprattutto i fedeli praticanti, i non praticanti e tutti quelli che stanno in mezzo: dubbiosi, agnostici lassisti… È un movimento fondamentalista. Una sorta di religione della ragione.
Nell'articolo, che consiglio di leggere per intero (se avete già letto l'articolo sul sito del corriere, vi avverto che, oltre ad essere stato praticamente preso da quello di Wired, senza nemmeno citare la fonte, è stato anche riassunto con superficialità… dato che ne sintetizza solo le prime due pagine.), compaiono tre esponenti del movimento e scienziati molto famosi e rinomati: Richard Dawkins, Sam Harris e Daniel Dennett.

NB: Compariranno vari termini come: evoluzionismo, creazionismo, meme, Flying Spaghetti Monster :), eccetera… Per comprendere meglio il tutto, consiglio di non tralasciarli, ma di capirne il significato. In particolare riguardo alla famosa polemica a proposito delle proposte di legge (!!) sull'insegnamento del creazionismo (tramite la teoria del disegno intelligente) nelle scuole, nell'ora di scienze (!!!), assieme alla teoria dell'evoluzione di Darwin.

Riporto dei passi significativi dell'articolo e l'intero capitolo riguardante Dennett: filosofo di cui ho grande stima e che ho trovato sempre molto brillante ed equilibrato, oltre che spiritoso. :)
Leggi il resto…
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Sull'utopia…

Surf_Check_by_M_Amey
Questo è un commento che ho lasciato due giorni fa un un blog amico. Lo riporto qua, sistemandolo un po'.
Prendiamo l'utopia come un ideale: un traguardo da raggiungere per ottenere la perfezione per l'umanità. Io ritengo però, che la perfezione non sia una qualità statica, come intuitivamente si indentifica un traguardo. La perfezione, per essere tale, deve essere un continuo mutamento. Come il surfista che, per andare avanti, deve mantenersi costantemente in equilibrio, adattarsi all'onda, muoversi. La riva, è ciò che crediamo l'utopia, ma che cesserà di esserlo nel momento in cui la raggiungiamo. Il mare, è la nostra attuale realtà, in continuo cambiamento, nella quale siamo immersi. Il surfista siamo noi, ed il suo movimento in avanti è l'evoluzione umana. Ogni istante in cui è in equilibrio, rappresenta la perfezione. Per mantenere la perfezione, quindi, deve continuare a muoversi. Nel momento in cui raggiunge la riva, la perfezione scompare, lasciando posto ad una situazione stabile, ma immutabile. Ci rendiamo conto che la riva diventa parte della realtà in continuo mutamento (seppur meno caotica rispetto al mare). La nostra staticità, nella presunta utopia trovata, ci renderebbe presto inadeguati, stagnanti ed obsoleti: perché la realtà, al contrario, non smette mai di mutare.
So che è più intuitivo pensare alla perfezione come a qualcosa di fermo: un punto fisso ed un traguardo. La logica e la storia dell'evoluzione della specie però, mi fanno pensare al contrario: la perfezione è nel movimento continuo, nel mutare: perché è quello che ti permette di essere più adatto ad ogni situazione. Uhm… tipo la disciplina marziale di Bruce Lee, insomma. …o il parkour! :-)
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Le coppiette “default”

barbie_ken
Quest'ultima domenica, mentre cercavo di farmi strada nella marea umana informe che era in visita alla