Che cosa si prova a essere un pipistrello? (terza parte) – Thomas Nagel

Se quindi per farsi un'idea di che cosa si provi a essere un pipistrello ci si basa su un'estrapolazione della nostra situazione, questa estrapolazione è destinata a restare incompleta. Possiamo costruirci tuttalpiù una concezione schematica di che cosa si prova; per esempio, possiamo ascrivere tipi generali di esperienza soggettiva sulla base della struttura e del comportamento animale. Descriviamo così il sonar dei pipistrelli come una forma di percezione tridimensionale in avanti; crediamo che i pipistrelli sentano una qualche forma di dolore, paura, fame e concupiscenza e che, oltre al sonar, posseggano altri tipi di percezione a noi più familiari. Tuttavia siamo anche convinti che queste esperienze hanno in ciascun caso un carattere soggettivo specifico e che concepirlo supera le nostre capacità. E se altrove nell'universo esiste vita cosciente, è probabile che in certi casi essa non sia descrivibile neppure nei più generali termini esperenziali a nostra disposizione.1 (Il problema, tuttavia, non è limitato ai casi estremi: esso esiste anche fra una persona e l'altra: il carattere soggettivo dell'esperienza di una persona sorda e cieca dalla nascita, per esempio, non mi è accessibile, così come presumibilmente a lei non è accessibile il carattere soggettivo della mia esperienza. Questo non impedisce a ciascuno di noi di credere che l'esperienza dell'altro possegga questo carattere soggettivo).
Chi fosse incline a negare che si possa credere nell'esistenza di fatto come questo, la cui natura esatta non abbiamo modo di concepire, rifletta che nell'osservare i pipistrelli noi ci troviamo in una posizione quasi identica a quella in cui si troverebbero un pipistrello intelligente o un marziano2 che tentassero di farsi un'idea di che cosa si provi a essere noi. La struttura della loro mente potrebbe impedir loro di riuscirci, ma noi sappiamo che avrebbero torto a concludere che non si prova nulla di preciso ad essere noi, che a noi possono essere ascritti solo certi tipi generali di stati mentali (forse la percezione e l'appetito sarebbero concetti comuni a noi e a loro; o forse no). Sappiamo che avrebbero torto a trarre una conclusione così scettica, perché noi sappiamo che cosa si prova a essere noi. E sappiamo che, per quanto ciò comprenda una varietà e una complessità grandissime e per quanto noi non possediamo la terminologia capace di darne una descrizione sufficiente, il suo carattere soggettivo è altamente specifico e, sotto certi aspetti, è descrivibile in termini che possono essere capiti solo da creature come noi. Il fatto che non possiamo sperare di riuscire mai a fornire col nostro linguaggio una descrizione particolareggiata della fenomenologia dei marziani o dei pipistrelli non dovrebbe indurci a considerare priva di sensi l'ipotesi che i pipistrelli e i marziani abbiano esperienze affatto paragonabili alle nostre per ricchezza di particolari. Sarebbe bello se qualcuno riuscisse a elaborare un insieme di concetti e una teoria che ci consentissero di riflettere su queste cose; ma i limiti della nostra natura ci impediscono, forse per sempre, una tale comprensione. E negare la realtà o la portata logica di ciò che non potremmo mai descrivere o comprendere è la forma più rozza di dissonanza cognitiva.
Questo ci porta a sfiorare un argomento che richiede una discussione molto più ampia di quella che mi è consentita qui: cioè il rapporto tra i fatti da una parte e gli schemi concettuali o i sistemi di rappresentazione dall'altra. La mia posizione realistica nei confronti del dominio della soggettività in tutte le sue forme implica che io credo nell'esistenza di fatti che travalicano la portata dei concetti umani. È certamente possibile per un essere umano credere che vi siano dei fatti per rappresentare o comprendere i quali gli uomini non possederanno mai i concetti necessari. Sarebbe anzi assurdo dubitarne, vista la finitezza delle aspettazioni umane. In fin dei conti, i numeri transfiniti sarebbero esistiti lo stesso anche se tutti gli uomini fossero stati tolti di mezzo dalla peste bubbonica prima della scoperta di Cantor. Ma si può anche credere che vi siano dei fatti che non potrebbero mai essere rappresentati o compresi dagli esseri umani, anche se la nostra specie durasse per sempre, semplicemente perché la nostra struttura non ci permette di operare con i concetti del tipo necessario. Questa impossibilità potrebbe essere addirittura osservata da altri esseri, ma non è detto che l'esistenza di tali esseri, o la possibilità della loro esistenza, sia una condizione affinché l'ipotesi che vi siano fatti inaccessibili agli uomini abbia senso. (Dopotutto, la natura di esseri aventi accesso a fatti inaccessibili agli uomini è presumibilmente anch'essa un fatto inaccessibile agli uomini). Riflettendo su ciò che si prova a essere un pipistrello si arriva dunque, a quanto pare, alla conclusione che esistono fatti che non consistono nella verità di preposizioni esprimibili con linguaggio umano. Possiamo essere costretti a riconoscere l'esistenza di tali fatti senza essere in grado di enunciarli o di comprenderli.
Tuttavia interromperò qui la discussione di questo argomento. La sua rilevanza per il problema che ci sta di fronte (cioè per il problema mente-corpo) sta nel fatto che esso ci consente di fare un'osservazione generale sul carattere soggettivo dell'esperienza. Qualunque sia la natura dei fatti relativi a ciò che si prova a essere un uomo o un pipistrello o un marziano, questi fatti esprimono, a quanto pare, uno specifico punto di vista.
(Continua…)
1. Quindi la forma analogica dell'espressione inglese “what is like” [qui e altrove tradotta “che cosa si prova”, ma alla lettera: “a che cosa è simile”] è fuorviante, perché ciò che ci chiediamo non è: “a che cosa somiglia (nella nostra esperienza)”, bensì “com'è per il soggetto stesso”.
2. Qualunque extraterrestre intelligente del tutto diverso da noi.
Che cosa si prova a essere un pipistrello? (seconda parte) – Thomas Nagel

Immagine: Com-bat baby di 333bracket.
Benché una descrizione delle basi fisiche della mente debba spiegare molte cose, questa sembra essere la più difficile. È impossibile escludere da una riduzione gli aspetti fenomenologici dell'esperienza allo stesso modo in cui si escludono gli aspetti fenomenologici di una sostanza ordinaria da una sua riduzione fisica o chimica, cioè spiegandoli come effetti sulla mente degli osservatori umani (cfr. Rorty, 1965). Se vogliano difendere il fisicalismo, dobbiamo trovare una spiegazione fisica anche per gli aspetti fenomenologici. Tuttavia, quando si esamina il loro carattere soggettivo sembra che sia impossibile riuscirci. La ragione è che ogni fenomeno soggettivo è sostanzialmente legato a un singolo punto di vista e pare inevitabile che una teoria oggettiva e fisica debba abbandonare quel punto di vista.
Voglio prima di tutto cercare di enunciare il problema in modo alquanto più preciso e completo di quanto si possa fare riferendosi semplicemente al rapporto fra il soggettivo e l'oggettivo, o fra il pour soi e l'en soi. Ciò non è affatto facile. I fatti relativi a ciò che si prova a essere un dato X sono molto peculiari, tanto peculiari che alcuni possono essere inclini a dubitare della loro realtà o a chiedersi se abbia senso sostenere qualche tesi su di essi. Per illustrare il legame tra la soggettività e un particolare punto di vista e per mettere in luce l'importanza degli aspetti soggettivi, sarà utile indagare sulla questione riferendoci a un esempio che mette chiaramente in risalto la divergenza tra i due tipi di concezione, quella soggettiva e quella oggettiva
Do per scontato che tutti siamo convinti che i pipistrelli abbiano esperienze soggettive: in fin dei conti sono mammiferi, e il fatto che abbiano esperienze soggettive non è più dubbio del fatto che le abbiano i topi, i piccioni o le balene. Ho scelto i pipistrelli anziché le vespe o le sogliole perché via via che si scende lungo l'albero filogenetico si è sempre meno disposti a credere che siano possibili esperienze soggettive. Benché siano più affini a noi che alle altre specie sopra ricordate, i pipistrelli presentano tuttavia una gamma di attività e organi di senso così diversi dai nostri che il problema che voglio impostare ne risulta illuminato vividamente (per quanto naturalmente lo si possa porre anche per le altre specie). Anche senza il beneficio della riflessione filosofica, chiunque sia stato per qualche tempo in uno spazio chiuso in compagnia di un pipistrello innervosito sa che cosa voglia dire imbattersi in una forma di vita fondamentalmente aliena.
Ho detto che la convinzione che i pipistrelli abbiano un'esperienza soggettiva consiste essenzialmente nel credere che a essere un pipistrello si prova qualcosa. Ora, noi sappiamo che la maggior parte dei pipistrelli (i microchirotteri, per la precisione) percepisce il mondo esterno principalmente mediante il sonar, o ecorilevamento: essi percepiscono le riflessione delle proprie strida rapide, finemente modulate e ad alta frequenza (ultrasuoni) rimandate dagli oggetti situati entro un certo raggio. Il loro cervello è strutturato in modo da correlare gli impulsi uscenti con gli echi che ne risultano, e l'informazione così acquisita permette loro di valutare le distanze, le dimensioni, le forme, i movimenti e le strutture con la precisione paragonabile a quella che noi raggiungiamo con la vista. Ma il sonar del pipistrello, benché sia evidentemente una forma di percezione, non assomiglia nel modo di funzionare a nessuno dei nostri sensi e non vi è alcun motivo per supporre che esso sia oggettivamente simile a qualcosa che noi possiamo sperimentare o immaginare. Ciò, a quanto pare, rende difficile capire che cosa si provi a essere un pipistrello. Dobbiamo vedere se esiste qualche metodo che ci permetta di estrapolare la vita interiore del pipistrello a partire dalla nostra situazione1 e, in caso contrario, quali metodi alternativi vi siano per raggiungere il nostro scopo.
È la nostra esperienza che fornisce il materiale di base alla nostra immaginazione, la quale è perciò limitata. Non serve cercare di immaginare di avere sulla braccia un'ampia membrana che ci consente di svolazzare qua e là all'alba e al tramonto per acchiappare insetti con la bocca; di avere una vista molto debole e di percepire il mondo circostante mediante un sistema di segnali sonori ad alta frequenza riflessi dalle cose; e di passare la giornata appesi per i piedi, a testa in giù, in una soffitta. Se anche riesco a immaginarmi tutto ciò (e non mi è molto facile), ne ricavo solo che cosa proverei io a comportarmi come un pipistrello. Ma non è questo il problema: io voglio sapere che cosa prova un pipistrello a essere un pipistrello. Ma se cerco di figurarmelo, mi trovo ingabbiato entro le risorse della mia mente, e queste risorse non sono all'altezza dell'impresa. Non riesco a uscire né immaginando di aggiungere qualcosa alla mia esperienza attuale, né immaginando di sottrarle via via dei segmenti, né immaginando di compiere una qualche combinazione di aggiunte, sottrazioni e modifiche.
Anche se mi fosse possibile avere l'aspetto e il comportamento di una vespa o di un pipistrello, senza però mutare la mia struttura fondamentale, anche in questo caso le mie esperienze non sarebbero affatto simili alle esperienze di questi animali. D'altra parte, non ha probabilmente senso supporre che io possa arrivare a possedere la costituzione neurofisiologica interna di un pipistrello. Anche se potessi trasformarmi gradualmente in un pipistrello, nulla della mia costituzione attuale mi consente di immaginare quali sarebbero le esperienze di questo mio stato futuro dopo la metamorfosi. Le indicazioni migliori verrebbero dalle esperienze dei pipistrelli, se solo sapessimo come sono.
(Continua…)
1. Quando dico “la nostra situazione” non intendo semplicemente “la mia situazione”, ma piuttosto quelle idee mentalistiche che noi applichiamo senza porci troppi problemi a noi stessi e agli altri esseri umani.
Che cosa si prova a essere un pipistrello? (prima parte) – Thomas Nagel

Immagine: Bat di de-kay
Che cosa si prova
a essere un pipistrello?
di Thomas Nagel
La coscienza è ciò che rende veramente
ostico il problema del rapporto fra la mente e il corpo. Forse è
per questo che quando oggi si discute di questo problema si presta
scarsa attenzione alla coscienza o la si affronta in modo
palesemente sbagliato. La recente ondata di euforia riduzionista ha
dato luogo a parecchie analisi dei fenomeni mentali e dei concetti
della mente, mirati a spiegare la possibilità di certe forme di
materialismo, di identificazione psicofisica o di riduzione. Ma i
problemi affrontati sono quelli comuni a questo e ad altri tipi di
riduzione, mentre viene ignorato ciò che rende il problema
mente-corpo unico e diverso dal problema
acqua–H2O, o dal problema macchina di
Turing–macchina IBM, o dal problema fulmine–scarica elettrica, o
dal problema gene–DNA, o dal problema quercia–idrocarburo.
Ciascun
riduzionista ha la sua analogia preferita nella scienza moderna. È
assai improbabile che qualcuno di questi esempi incorrelati di
riduzione ben riuscita possa far luce sul rapporto fra mente e
cervello. Ma i filosofi, come gli altri uomini, hanno la debolezza
di voler spiegare ciò che è incomprensibile in termini che vanno
bene per ciò che è familiare e ben compreso, benché totalmente
diverso. Ciò ha portato ad accettare descrizioni nient'affatto
plausibili del mentale, sostanzialmente perché esse consentono
riduzioni di genere consueto. Cercherò di spiegare perché gli
esempi adotti comunemente non ci aiutano a capire il rapporto tra
mente e corpo; perché, anzi, a tutt'oggi non abbiamo la minima idea
di come potrebbe essere una spiegazione della natura fisica di un
fenomeno mentale. Senza la coscienza il problema mente–corpo
sarebbe molto meno interessante; con la coscienza esso appare senza
speranza di soluzione. L'aspetto più importante e caratteristico
dei fenomeni mentali coscienti è pochissimo compreso; le teorie
riduzioniste per lo più non cercano nemmeno di spiegarlo e un esame
accurato dimostrerà che nessuno dei concetti di riduzione
attualmente disponibili è applicabile ad esso. Forse a questo scopo
si può escogitare una nuova forma teorica di riduzione, ma questa
soluzione, se esiste, si trova in un futuro intellettuale ancora
lontano.
L'esperienza
cosciente è un fenomeno ampiamente diffuso: è presente a molti
livelli della vita animale, anche se non possiamo essere certi
della sua presenza negli organismi più semplici ed è molto
difficile in generale dire che cosa ne dimostri l'esistenza.
(Alcuni estremisti sono giunti a negarla perfino nei mammiferi
diversi dall'uomo). Essa si manifesta certo in innumerevoli forme,
per noi del tutto inimmaginabili, su altri pianeti di altri sistemi
solari nell'universo. Ma comunque possa variarne la forma, il fatto
che un organismo abbia un'esperienza cosciente significa,
fondamentalmente, che a essere quell'organismo si prova qualcosa. Vi
possono essere altre implicazioni riguardanti la forma
dell'esperienza; vi possono forse anche essere (benché io ne
dubiti) implicazioni riguardanti il comportamento dell'organismo;
ma fondamentalmente un organismo possiede stati mentali coscienti
se e solo se si prova qualcosa a essere quell'organismo: se l'organismo
prova qualcosa a essere
quello che è.
Possiamo
parlare a questo proposito di carattere soggettivo dell'esperienza.
Nessuna delle analisi riduttive del mentale recenti e più
conosciute ne dà conto, perché esse sono tutte logicamente
compatibili con la sua assenza. Il carattere soggettivo
dell'esperienza non è analizzabile nei termini di alcun sistema
esplicativo di stati funzionali o di stati intenzionali, poiché
questi stati potrebbero essere attribuiti a robot o ad automi che
si comportassero come persone anche senza avere alcuna esperienza
soggettiva.1 Esso non è analizzabile in termini del
ruolo causale dell'esperienza soggettiva in relazione al
comportamento umano tipico, e ciò per ragioni
analoghe.2 Non nego che gli stati e gli eventi
mentali coscienti causino il comportamento o che di essi si possa
dare una caratterizzazione funzionale; nego soltanto che non l'aver
stabilito una cosa del genere la loro analisi debba considerarsi
conclusa. Qualsiasi programma riduzionista deve essere basato su
un'analisi di ciò che si deve ridurre. Se l'analisi lascia fuori
qualcosa, il problema è posto in modo falso. È inutile basare la
difesa del materialismo su un'analisi dei fenomeni mentali che non
tenga conto esplicitamente del loro carattere soggettivo, poiché
non vi è alcuna ragione per supporre che una riduzione che paia
plausibile quando non si faccia alcun tentativo per spiegare la
coscienza possa essere estesa fino ad includere la coscienza.
Pertanto, se non si possiede alcuna idea di che cosa sia il
carattere soggettivo dell'esperienza, non si può sapere che cosa si
debba richiedere a una teoria fisicalista.
(Continua…)
1. Può darsi
che robot siffatti non possano esistere. Forse qualunque cosa
abbastanza complessa da comportarsi come una persona avrebbe
esperienze soggettive. Ma se ciò fosse vero, non potremmo scoprirlo
mediante la sola analisi del concetto di esperienza
soggettiva.
2. Esso non è equivalente a ciò in cui siamo incorreggibili, sia
perché non siamo incorreggibili per quanto riguarda l'esperienza
soggettiva sia perché l'esperienza soggettiva è presente in animali
privi di linguaggio e di pensiero, che non hanno credenze o
opinioni sulle loro esperienze.
La burocrazia, il fondamentalismo religioso e il campionato di calcio salveranno il mondo – Roberto Quaglia

Riporto l'inizio di un brillante articolo ad opera di Roberto Quaglia, geniale autore della rubrica Pensiero Stocastico sulla rivista di fantascienza on-line Delos, ora inglobata da Fantascienza.com.
I suoi articoli sono sempre molto intelligenti ed ironici e sono stati di grandissima influenza per me, quando li lessi tempo fa, al momento della loro pubblicazione.
Solo alcuni degli articoli sono stati riportati in Fantascienza.com, dopo la trasformazione della versione on-line di Delos, tuttavia, l'intera serie è ancora reperibile presso il vecchio indirizzo, scaricando da fantascienza.com i singoli numeri di Delos Magazine in formato compresso, oppure acquistando il suo libro Pensiero Stocastico.
Ed ora l'articolo, che cerca di rispondere alle domande “Se la stupidità fosse così nociva per la società umana, perché mai esisterebbe ancora? E se l'intelligenza fosse così utile, perché in giro non ce n'è di più?”.
Non tutti ci crederanno, ma nell'arco della mia vita mi è capitato di conoscere svariate persone intelligenti. Alcune di esse (poche), addirittura decisamente geniali. Tuttavia, tanta intelligenza era in quasi tutti questi individui sempre venata da un curioso elemento di intensa e paradossale stupidità: l'incapacità assoluta di analizzare criticamente ed oggettivamente per quello che sono e l'importanza che hanno le categorie dell'intelligenza e della stupidità umana.
C'è un senso di orgoglio tribale di appartenenza, per il quale le persone intelligenti sono quasi sempre fiere ed orgogliose della loro intelligenza, proprio come gli italiani sono fieri di essere italiani, i tedeschi sono fieri di essere tedeschi, i russi fieri di essere russi, e così via. Ben poche persone intelligenti rinunceranno a valutare la propria intelligenza come una qualità essenzialmente positiva, né accetteranno di considerare la stupidità umana come una qualità importante come e più dell'intelligenza per gli equilibri del mondo. Al contrario, pensatori, filosofi ed intellettuali indulgono volentieri al romantico pensiero che il cammino dell'umanità sia un tormentato, ma nobile, pellegrinaggio dalle millenarie tenebre dell'ignoranza, della stupidità e dell'oscurantismo verso un radioso futuro di illuminato progresso ed intelligente ed armoniosa civiltà. Ma quando? Ma dove? Ma perché? Questo sogno (oserei dire questa allucinazione), trova scarsissimi fondamenti e ragion d'essere di fronte ad un osservazione appena più accurata della realtà.
Se la stupidità fosse così nociva per la società umana, perché mai esisterebbe ancora? Ed in tale soverchiante quantità? E se l'intelligenza fosse così utile, perché in giro non ce n'è di più? La natura non è né buona né malvagia, ma è per definizione efficiente.
Continua su Fantascienza.com
Immagine: Monkey See di ldiehl
Mymosh il Figlio di Se Stesso (ultima parte) – Stanislaw Lem

Di conseguenza Mymosh non poteva vedere la pozzanghera che era sua madre né il fango che era suo padre, e neppure il vasto, ampio mondo né il cielo che tutto sovrasta, e non aveva alcun ricordo di quel che gli era successo in precedenza, e in generale non era in grado di fare altro che pensare. Poteva fare soltanto quello, e perciò vi si dedicò con convinzione.
“Per prima cosa” disse a se stesso “devo riempire il vuoto che c'è in me, e così allontanare questa insopportabile monotonia. Perciò, pensiamo a qualcosa, perché, quando pensiamo – oh, meraviglia! – il pensiero esiste, e nient'altro che il nostro pensiero ha esistenza”.
Da questa affermazione si può notare come fosse già divenuto alquanto presuntuoso, perché si riferiva a se stesso con la prima persona plurale.
“Ma, aspetta” si disse poi “non potrebbe esistere qualcosa anche al di fuori di me? Dobbiamo prendere in considerazione la possibilità, anche solo per un momento, e anche se è una considerazione che suona assurda e addirittura offensiva e folle. Chiamiamo, ipoteticamente, questa esteriorità il Gozmos. Se dunque esistesse un Gozmos, io dovrei essere una sua parte ed esservi contenuto”. Leggi il resto…
Mymosh il Figlio di Se Stesso (prima parte) – Stanislaw Lem

Essa descrive la creazione accidentale della vita di un esemplare di robot. Descrizione che si carica d'ironia, in quanto il lettore non può fare a meno di notare un parallelo con le idee sulla creazione/nascia della vita intelligente sulla Terra.
Immagine: Mymosh di Daniel Mroz
Nella costellazione del Cacciavite c'era una galassia a spirale, e in quella galassia c'era una nebulosa nera, e nella nebulosa nera c'erano cinque ammassi del sesto ordine, nel quinto e ultimo dei quali c'era un sole color lillà, molto vecchio e pallido, e attorno a quel sole orbitavano sette pianeti, e il terzo aveva due lune, e in tutti quei soli e stelle e pianeti e lune aveva luogo una varietà di eventi svariati e variabili, che tuttavia ricadeva entro distribuzioni statistiche perfettamente normali, e sulla seconda luna del terzo pianeta del sole lillà del quinto ammasso della Nebulosa Nera della galassia a spirale della Costellazione del Cacciavite c'era una discarica di rifiuti, il tipo di discarica che si può incontrare su ogni luna e ogni pianeta, assolutamente nella media – ossia piena di rottami e spazzatura – venuta in esistenza perché un temp gli aberrazionisti globerici avevano mosso guerra – una guerra del tipo a fissione e a fusione – contro i geni albumenidi, con la naturale conseguenza che i loro ponti, strade, case e palazzi, e naturalmente essi stessi, si erano ridotti in polvere e rottami, che poi i venti solari avevano sospinto nel luogo di cui parliamo.
Ora, per molti e moltissimi secoli non avvenne altro, nella discarica, che l'arrivo di nuovi rifiuti, anche se una volta si verificò un terremoto che portò in cima i rifiuti che erano in fondo, e in fondo quelli che erano in cima, cosa che in se stessa non rivestiva alcun particolare significato simbolico, ma che preparò la strada ad un fenomeno assai inconsueto.
Infatti accadde che Trurl, il Favoloso Costruttore, mentre volava nei pressi, venne abbagliato da una cometa con la coda particolarmente splendente. Si allontanò subito dalla sua traiettoria, gettando freneticamente dall'oblò, come zavorra, tutto quello che gli capitava sotto mano; pezzi degli scacchi – del tipo cavo, che lui aveva riempito di liquore per il viaggio – certi fusti metallici usati dagli Ubidubbi di Clorelai per costringere gli avversari a capitolare, una manciata di utensili assortiti e una vecchia brocca di terracotta, con una crepa in mezzo e il manico staccato.
La brocca, accelerando in accordo con le leggi di gravità e sottoposta all'attrazione della coda della cometa, si schiantò sul fianco di una montagna sovrastante la discarica, ricadde, rotolò lungo una montagnola di rottami verso una pozzanghera, scivolò su un breve tratto di fango e alla fine urtò contro un vecchio barattolo di lamiera; l'urto piegò il metallo attorno a un filo di rame, e nello stesso tempo serrò tra la lamiera e il filo qualche pezzetto di mica: così si generò un condensatore, mentre il filo, piegato dal barattolo costituì l'inizio di un'induttanza. Leggi il resto…
Stelarc
Stelarc è un artista ed uno sperimentatore molto particolare. Utilizza il proprio corpo come oggetto per le sue performance. Una sorta di body-art cibernetica. Esso infatti, tramite protesi, interfacce, computer e collegamenti alla rete, esplora l'essere cyborg, l'estendere il proprio corpo sulla macchina ed il sentire il proprio corpo mosso indipendentemente dalla propria volontà. Oppure, in altre parole, studia cosa significa essere un corpo. Alcune sue “invenzioni” famose sono il terzo braccio, pilotato tramite il movimento dei muscoli addominali e delle onde elettriche che li percorrono, il braccio ed il corpo virtuali che vengono pilotati tramite gesti, suoni e respiro, lo stimbod, che permette ad un utente di scegliere su di uno schermo quali muscoli dell'artista far muovere tramite delle stimolazioni elettriche, la sua evoluzione, il ping-body, che permette questa interazione a degli utenti collegati al suo sito, vari esperimenti di sospensione del corpo tramite ganci e contrappesi, ed il corpo esteso che include oltre a varie protesi meccaniche anche impianti di luci ed audio.
Stelarc viene spesso associato alle idee del filosofo Andy Clark, principale promotore della teoria della mente estesa.
Crocini ed Alambiccoli

I crocini e gli alambiccoli non sono mai andati molto d'accordo. I crocini seguono delle leggi e hanno una visione del mondo che si tramandano da secoli e che per loro è perfetta ed inconfutabile, mentre gli alambiccoli hanno l'abitudine di mettere in dubbio ogni cosa che vien detta, anche da loro stessi. Talvolta irritanti e, spesso, arroganti, gli alambiccoli si ritengono grandi inventori e menti geniali, mentre i crocini, dei grandi sapienti e custodi delle leggi morali. I crocini quando muoiono vanno in un posto meraviglioso, mentre gli alambiccoli – beh – gli alambiccoli muoiono e basta.
I crocini sono sempre stati molto più numerosi, sia perché esistono da più tempo, sia perché è molto più semplice entrare a fare parte del loro popolo che non di quello degli alambiccoli. In moltissimi paesi, infatti, appena nasci, ti insegnano subito a diventare un bravo crocino, senza chiederti opinioni a riguardo, perché essere un crocino è una cosa talmente meravigliosa che nessuna persona sana di mente vi rinuncerebbe. Per diventare un alambiccolo, al contrario, sono necessari tantissimi anni di studi, in seguito ai quali non avrai mai la certezza di avere le risposte cercate, risposte che qualsiasi crocino è in grado di darti in un battibaleno, essendo scritte ormai da secoli nei loro antichi libri.
In passato, i crocini, irritati dalla loro arroganza, ma forti del proprio numero, processarono e condannarono molti alambiccoli perché erano di idee contrarie alle loro. In seguito, le idee di questi alambiccoli condannati, si rivelarono corrette e furono molto utili sia per il popolo degli alambiccoli, che per quello dei crocini. Ovviamente, questa cosa non viene mai dimenticata dagli alambiccoli, che non perdono occasione di sbatterla in faccia al primo crocino che cade sull'argomento. Bastian contrari come sono, gli alambiccoli non hanno mai smesso di mettere in dubbio ogni affermazione (specialmente se fatta dai crocini) che capitasse loro a tiro, facendo irritare sempre di più i crocini. Anche se la cosa potrà sembrare strana, ci sono degli alambiccoli che sono anche crocini e, praticamente tutti i crocini si servono delle invenzioni create dagli alambiccoli.
Gli alambiccoli non hanno un capo sopra di loro, mentre i crocini hanno una specie di re, custode delle antiche leggi, un grande saggio che non dice parola se non giusta e non fa azione che non sia concorde alla antica morale. In tempi più recenti, il capo dei crocini fece un grande discorso nel quale parlò molto male degli alambiccoli, dicendo che essi sono senza morale e che lo saranno sempre finché non seguiranno anche loro le leggi dei crocini e ribadì anche che le passate condanne di alcuni alambiccoli furono giuste. Nonostante le sue parole fossero a fin di bene, al solo scopo di aiutare gli alambiccoli portando loro quella antica saggezza della quale da secoli tutti i crocini beneficiano, esse fecero arrabbiare moltissimo parecchi alambiccoli, che non chiedevano altro che essere lasciati in pace e, magari, un po' di riconoscenza per le loro utili scoperte ed invenzioni. Qualche settimana più tardi, il capo dei crocini volle organizzare una visita a casa degli alambiccoli per fare loro un discorso. Alcuni pensarono che fosse per far pace con gli alambiccoli, ma gli alambiccoli stessi lo ritenevano impossibile, dato che sarebbe stata una ammissione di errore da parte del capo dei crocini, ed il capo dei crocini, si sa, non può mai sbagliare. Molti alambiccoli, a quel punto si impuntarono “Eh no! Qua tu non ci puoi entrare! …dopo tutte le cose brutte che ci hai detto!”, e si arrabbiarono così tanto che il capo dei crocini mise il muso lungo, e decise di non andare più a casa degli alambiccoli.
Tanta gente poi, vedendolo così offeso dal prepotente comportamento degli alambiccoli, accorse a consolare il povero capo dei crocini, e fra un singhiozzo e l'altro, lo si sentiva mugolare “Visto? Ve l'avevo detto io che erano cattivi e senza morale e che vogliono sempre far tacere gli altri!”. E gli alambiccoli, vedendo la scena e gli sguardi di rimprovero della gente, capirono: “Accidenti! Ci ha fregati di nuovo!”
Dalla Cina con fu(d)rore

Dalla Wikipedia:
Con Fear, Uncertainty and Doubt (FUD) ("paura, incertezza e dubbio") si intende una strategia di marketing basata sul diffondere informazioni negative, vaghe o inaccurate sul prodotto di un concorrente, tali da creare un clima che scoraggi l'acquirente/consumatore.
Una forma di autodifesa del mercato occidentale a questi prodotti di buona qualità ed economicamente convenienti.
Se ci pensate, ormai l'aggettivo “cinese”, affiancato ad un qualinque prodotto, viene utilizzato come sinonimo di prodotto economico ma di bassa qualità. Questa cosa è talmente radicata, che rarissimamente si è tentati di esaminarla per provarne la veridicità.
La Cina fa paura. Ha una popolazione enorme così come le risorse. Può permettersi di essere competitiva in moltissimi campi e di sbaragliarci facilmente. Per difenderci da questo, utilizziamo ogni mezzo necessario, compresa la diffusione di informazioni ingiustificatamente negative nei riguardi dei prodotti avversari. Informazioni che, con l'aiuto di un diffuso campanilismo, si espandono a macchia d'olio come dei meme.
Felicità

Ci si abitua a qualsiasi situazione ad una velocità che dipende dalla propria prontezza di spirito e capacità di mettersi in gioco, una volta abituati ci saranno gli stessi picchi di felicità e tristezza che si avevano nella situazione precedente.
Immagine: Smile di Pixelnase
Le domandine sceme della buonanotte
Domanda: Se Ratzy fosse nato e cresciuto in India (o in Cina, o in Iran), quale credo pubblicizzerebbe ora, con la sua foga religiosa? E il Dalai Lama? E tutti gli altri alti esponenti religiosi?
Ciò che rende una religione più giusta dell'altra, è quindi determinato da dei fattori assolutamente materiali (non quindi spirituali, come sostiene invece il fedele) e semplici, come lo sono la misura della latitudine e della longitudine?
Sembrerebbe di sì… Bizzarro. Piuttosto e anzichenò!
Dio è taoista? (ultima parte) – Raymond Smullyan

Seconda parte.
Terza parte.
Quarta parte.
Immagine: Oversoul di Alex Grey
Dio: Perché pensavo che sarebbe stata buona terapia espellere dal tuo sistema un po' di questo veleno morale. Gran parte della tua confusione metafisica era dovuta a nozioni morali sbagliate, e quindi bisognava per prima cosa occuparsi di quelle.
E ora dobbiamo lasciarci, almeno fino a quando non avrai di nuovo bisogno di me. Penso che la nostra attuale unione ti sarà di utile sostegno per un bel po’. Ma ricordati quello che ti ho detto a proposito degli alberi. Naturalmente non è necessario che tu parli davvero con loro, se ciò ti mette in imbarazzo; ma ci sono tante cose che puoi imparare da loro, e anche dalle pietre, dai ruscelli e dalle altre manifestazioni della natura. Nulla vale quanto un orientamento naturalistico per dissipare tutti questi morbosi pensieri di “peccato”, di “libero arbitrio” e di “responsabilità morale”. A un certo stadio della storia queste nozioni furono effettivamente utili: mi riferisco ai giorni in cui i tiranni avevano un potere illimitato e solo il timore dell'inferno era in grado di frenarli. Ma da allora l'umanità è cresciuta, e questo raccapricciante modo di pensare non è più necessario.
Potrebbe esserti d'aiuto ricordare quanto dissi una volta attraverso gli scritti del grande poeta Zen Seng-Ts'an:
Se vuoi raggiungere la nuda
verità,
non preoccuparti di giusto e sbagliato.
Il conflitto tra giusto e sbagliato
è la malattia della mente.
Vedo
dalla tua espressione che queste parole ti consolano e ti
atterriscono allo stesso tempo! Di che cosa hai paura? Che se
abolisci nella tua mente la distinzione tra giusto e sbagliato sarà
più probabile che tu commetta azioni sbagliate? Perché sei così
sicuro che l'autocoscienza relativa al giusto e allo sbagliato non
porta a compiere più azioni sbagliate che azioni giuste? Credi
veramente che le persone cosiddette amorali, quando si tratta di
azioni e non di teoria, si comportino in modo meno etico che non i
moralisti? No naturalmente! Anzi, moltissimi moralisti riconoscono
la superiorità etica del comportamento della maggior parte di
coloro che teoricamente assumono una posizione amorale. Sembrano
davvero sorpresi che questa gente si comporti così bene senza
princìpi etici! Mai che pensino che è proprio in virtù della
mancanza di princìpi morali che la loro buona condotta si manifesta
così liberamente!
Dio è taoista? (quarta parte) – Raymond Smullyan

Per alcuni, queste idee sembreranno inedite, per quelli che hanno avuto la sfortuna di discuterne con me, probabilmente no. ;-P
Nella prossima parte, conclusiva, trascriverò anche le riflessioni di Douglas Hofstadter riguardo a questo racconto.
In futuro, probabilmente riprenderò l'argomento della stanza cinese e trascriverò l'articolo “What is it like to be a bat?” di Thomas Nagel.
Immagine: hEad OveR nAtuRe di fantasio
Prima parte.
Seconda parte.
Terza parte.
Mortale: Be’, ti sto parlando, no?
Dio: Precisamente! Da questo punto di vista, il tuo atteggiamento nei miei confronti potrebbe essere definito personale. E tuttavia, da un altro punto di vista, non meno valido, mi si può anche vedere come impersonale.
Mortale: Ma se tu sei davvero un processo, cioè una cosa astratta, non riesco a capire che senso possa avere che io parli con un semplice “processo”.
Dio: Mi piace il modo in cui dici “semplice”. Allo stesso modo potresti dire che vivi in un “semplice universo”. E poi, perché ogni cosa che si fa dovrebbe avere senso? Ha senso parlare con un albero? Leggi il resto…
Dio è taoista? (terza parte) – Raymond Smullyan

Seconda parte.
Immagine: Meditation Pool by Quellist
Mortale: Se non ti posso vedere, come faccio a sapere che esisti?
Dio: Domanda giusta! Coma fai appunto a sapere che esisto?
Mortale: Be’, non sto forse parlando con te?
Dio: Come fai a sapere che stai parlando con me? Supponi di dire a uno psichiatra: “Ieri ho parlato con Dio”. Che cosa pensi che ti direbbe?
Mortale: Dipende dallo psichiatra. E poiché gli psichiatri sono per lo più atei, probabilmente mi direbbero che ho parlato con me stesso.
Dio: E avrebbero ragione!
Mortale: Come? Vuoi dire che non esisti?
Dio: La tua capacità di trarre conclusioni false è sbalorditiva. Solo perché stai parlando con te stesso ne segue che io non esisto?
Mortale: Ma se penso di parlare con te mentre in realtà sto parlando con me stesso, in che senso esisti tu?
Dio: La tua domanda è basata su due fallacie più un equivoco. Se tu ora stai parlando o no con me e se io esisto o no sono due questioni del tutto separate. Anche se tu ora non stessi parlando con me (ma è evidente che lo stai facendo), ciò non significherebbe ugualmente che io non esisto.
Mortale: Be’, d'accordo, è ovvio! Quindi, invece di dire “Se io sto parlando con me stesso, allora tu non esisti”, allora avrei dovuto dire: “Se io sto parlando con me stesso, allora è evidente che non sto parlando con te”.
Dio: Un'asserzione molto diversa, non c'è dubbio, ma falsa anch'essa.
Mortale: Ma andiamo, se sto solo parlando con me stesso, com'è possibile che stia parlando con te?
Dio: L'uso che fai della parola “solo” è molto fuorviante! Posso elencarti una serie di possibilità logiche secondo le quali se parli con te stesso ciò non esclude che tu stia parlando con me.
Leggi il resto…
Dio è taoista? (seconda parte) – Raymond Smullyan

Immagine: Punishment by genesis.
Mortale: Certo che sono rimasto scosso. Scosso non dalla tua autobestemmia (come l'hai chiamata scherzosamente), non dal fatto ch tu non avevi alcun diritto di dirlo, bensì dal semplice fatto che tu l'hai detto, perché mi hanno insegnato che in realtà tu non sbagli mai. Quindi mi ha sbalordito sentirti affermare che ti è possibile sbagliare.
Dio: non ho sostenuto che sia possibile. Dico solo che sono pronto a imparare qualcosa dai mie eventuali errori. Ma questo non dice nulla sul fatto che io realmente abbia errato o possa mai errare.
Mortale: Oh, per favore, smettiamola con queste sofisticherie. Ammetti o non ammetti che è stato uno sbaglio darmi il libero arbitrio?
Dio: Be’, è proprio questo il punto che secondo me dovremmo approfondire. Permetti che ti riassuma il dilemma in cui ora ti dibatti. Tu non vuoi il libro arbitrio perché con esso puoi peccare, e tu non vuoi peccare (cosa che, a dire il vero, continua a lasciarmi perplesso: in un certo senso tu devi voler peccare, altrimenti non peccheresti. Ma per il momento lasciamo perdere). D'altra parte, se tu decidessi di rinunciare al libro arbitrio, saresti responsabile adesso delle tue azioni future. Ergo, io non avrei mai dovuto darti il libero arbitrio.
Mortale: Appunto!
Dio: Capisco perfettamente il tuo disagio. Molti mortali, e perfino alcuni teologi, si sono lamentati dicendo che sono stato ingiusto perché da una parte sono stato io, non loro, a decidere che dovessero avere il libero arbitrio, e dall'altra considero loro responsabili di ciò che fanno. In altre parole, ritengono di essere obbligati a tener fede a un contratto con me, che però esso non hanno mai sottoscritto.
Mortale: Appunto!
Dio: Come ho detto, capisco perfettamente il disagio che la situazione comporta. E riconosco la giustezza della lagnanza, tuttavia questa lagnanza sorge solo da un'interpretazione non realistica del termini della questione. Ora te li illustrerò per bene e vedrai che i risultati ti sorprenderanno. Ma invece di dirteli subito, continuerò a usare il metodo socratico.
Per ricapitolare ancora una volta, a te dispiace che io ti abbia dato il libero arbitrio. Io sostengo che quanto ne vedrai le vere conseguenze non sarai più dispiaciuto. Per dimostrare la mia tesi, ecco ciò che farò. Creerò un nuovo universo, un nuovo continuum spazio-temporale. In questo nuovo universo nascerà un mortale esattamente identico a te: a tutti gli effetti pratici potremmo dire che rinascerai tu. A questo nuovo mortale, a questo nuovo te, io posso dare o non dare il libero arbitrio. Che cosa vuoi che faccia?
Mortale (con gran sollievo): Oh, ti prego! Risparmiagli di dover avere il libero arbitrio!
Leggi il resto…
Dio è taoista? (prima parte) – Raymond Smullyan

Altri racconti sul genere che ho trascritto sul blog: Dove sono? di Daniel Dennett, L'anima dell'Animale Modello III di Terrel Miedaner, L'argomento della stanza cinese di John Searle, I guai che provocò la perfezione di Trurl e Non serviam di Stanislaw Lem. Altra robaccia sul genere, nella categoria Idee del blog.
Immagine: Illuminati Motivated by rkmcmetal
Dio è taoista?
di Raymond M.
Smullyan
Mortale: Perciò, o Dio, io ti prego, se hai un
briciolo di pietà per questa tua creatura sofferente, liberami
dal dover avere il libro
arbitrio!
Dio: Tu rifiuti il dono più grande che io ti
abbia fatto?
Mortale: Come puoi chiamare dono ciò che mi è
stato imposto? Io ho il libero arbitrio, ma non per mia scelta. Non
ho mai scelto liberamente di avere il libro arbitrio. Devo avere il
libro arbitrio, che mi piaccia o no!
Dio: Perché vorresti non
averlo?
Mortale: Perché il libero arbitrio significa
responsabilità morale e la responsabilità morale è un peso che non
posso sopportare!
Dio: Perché trovi così insopportabile la
responsabilità morale?
Mortale: Perché? A dire la verità non so
spiegarne il perché; so soltanto che è
così.
Dio: D'accordo, in tal caso supponiamo che
io ti assolva da ogni responsabilità morale, ma ti lasci il tuo
libero arbitrio. Questo ti andrebbe?
Mortale (dopo una
pausa): No,
temo di no.
Dio: Ah, proprio come pensavo! Dunque la
responsabilità morale non è l'unico aspetto del libero arbitrio che
non ti va. Che cos'altro ti disturba del libero
arbitrio?
Non serviam (ultima parte) – Stanislaw Lem
Dopo
aver pubblicato il racconto breve “Non serviam”, di Stanislaw Lem, pubblicato da
Adelphi nel libro “L'io della mente”, riporto
le riflessioni dei filosofi Daniel Dennett e Douglas Hofstadter.Indice delle parti:
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
Quinta parte
Riflessioni
“Non serviam” non solo utilizza in maniera straordinariamente raffinata e precisa temi dell'informatica, della filosofia e della teoria dell'evoluzione, ma potrebbe quasi essere un resoconto vero di certi aspetti delle attuali ricerche sull'intelligenza artificiale. Per fare un esempio, il famoso SHRDLU di Terry Winograd dà l'impressione di essere un robot che sposta qua e là blocchi colorati sul piano di un tavolo con un braccio meccanico, ma in realtà il suo mondo è stato totalmente allestito o simulato all'interno del calcolatore: “In effetti, la macchina si trova proprio nella situazione paventata da Descartes: è un semplice calcolatore che sogna di essere un robot”. La descrizione fatta da Lem di mondi simulati al calcolatore e di esseri pensanti simulati contenuti in essi (mondi fatti di matematica, in realtà ) è tanto poetica quanto precisa, con una sola netta falsità, parente di altre falsità incontrate a più riprese in questi racconti. Stando a Lem, grazie alla velocità fulminea dei calcolatori, il “tempo biologico” di questi mondi simulati può essere molto più veloce del nostro tempo reale e viene rallentato mettendolo al passo col nostro solo quando vogliamo compiere osservazioni ed esami: “… un secondo di tempo macchina corrisponde a un anno di vita umana”.
Leggi il resto…Non serviam (quinta parte) – Stanislaw Lem

In questo brano tornano gli argomenti di alcune vecchie lunghe discussioni su questo blog e su quello di chiaroscuro.
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
ADAN 300 risponde: Tutto ciò che accade qui è assolutamente certo; tutto ciò che accade “là” – cioè oltre i confini del mondo, nell'eternità, presso Dio – è incerto, poiché viene solo inferito sulla base delle ipotesi. Qui non si dovrebbe commettere il male, anche se il principio di evitare il male non è dimostrabile logicamente. Ma allo stesso titolo neppure l'esistenza del mondo può essere dimostrata logicamente. Il mondo esiste, anche se potrebbe non esistere. Il male può essere commesso, anche se sarebbe bene non commetterlo e questo, credo, a causa del nostro accordo basato sulla regola di reciprocità: comportati con me come io mi comporto con te. Ciò non ha nulla a che vedere con l'esistenza o la non esistenza di Dio. Se dovessi astenermi dal commettere il male nel timore che, a causa di ciò, “là” sarei punito, oppure se dovessi compiere il bene contando su una ricompensa “là”, fonderei la mia condotta su basi incerte. Qui, invece, non può esservi base più solida del nostro reciproco accordo in questa faccenda. Se “là” vi sono altre basi, io non ho di esse conoscenza altrettanto precisa di quella che ho, qui, delle nostre. Vivendo giochiamo il gioco della vita, e in esso siamo tutti alleati. Quindi la partita fra noi è perfettamente simmetrica. Col postulare Dio, postuliamo che la partita abbia un prolungamento oltre il mondo. Io credo che sia lecito postulare questo prolungamento, purché esso non influenzi in alcun modo lo svolgimento della partita qui. Altrimenti, in nome di qualcuno che forse non esiste potremmo sacrificare ciò che esiste qui ed esiste di sicuro.
NAAD osserva che l'atteggiamento di ADAN 300 verso Dio non gli è chiaro. ADAN ha ammesso, la possibilità che il creatore esista: che cosa segue da ciò? Leggi il resto…
Animali fatti di tubi
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Non serviam (quarta parte) – Stanislaw Lem

Seconda parte
Terza parte
Non passò molto tempo prima che gli sperimentatori giunsero alla conclusione che i contatti tra i personoidi e gli uomini effettuati attraverso gli ingressi e le uscite del calcolatore non solo erano di scarso valore scientifico, ma in più generavano certi dilemmi morali i quali contribuirono a far sì che la personetica venisse qualificata come la più crudele delle scienze. Vi è qualcosa di meschino nell'informare i personoidi del fatto che li abbiamo creati in universi chiusi che simulano soltanto l'infinito, che essi sono microscopiche “psicocisti” o capsule in seno al nostro mondo. Certo, essi posseggono una loro infinità; perciò Sharker e altri psiconetici (Falk, Wiegeland) sostengono che la situazione è del tutto simmetrica: i personoidi non hanno bisogno del nostro mondo, del nostro “spazio vitale”, proprio come noi non sappiamo che farcene della loro “terra matematica”. Per Dobb questi ragionamenti sono sofistici, poiché non può esservi dubbio su quali siano i creatori e quali le creature e su chi sia stato confinato esistenzialmente. Dobb appartiene a quel gruppo che sostiene il principio del non intervento assoluto – il “non contatto” – nei confronti dei personoidi. Si tratta dei comportamentisti della personetica: il loro desiderio è quello di osservare esseri intelligenti sintetici, di spiare i loro discorsi e i loro pensieri, di registrare le loro azioni e occupazioni, senza tuttavia mai interferire con essi. Questo metodo è già sviluppato e possiede una propria tecnica basata su un insieme di strumenti la cui messa a punto ha presentato difficoltà che ancora pochi anni fa parevano quasi insormontabili. L'idea è di ascoltare, di comprendere – in breve, di origliare incessantemente – impedendo però nel contempo che questo “ascolto” disturbi in qualsiasi modo il mondo dei personoidi. Esistono presso il MIT programmi ancora allo stadio di progetto (l'APHERON II e l'EROT), che permettevano ai personoidi, i quali per il momento non hanno sesso, di avere “contatti erotici”, rendendo possibile ciò che corrisponde alla fecondazione e dando loro modo di moltiplicarsi “per via sessuale”. Dobb dichiara apertamente di non essere entusiasta dei progetti americani. In suo lavoro, così com'è descritto in Non serviam, punta in una direzione completamente diversa: non per nulla la scuola inglese di personetica è stata chiamata “poligono filosofico” e “laboratorio di teodicea”. Con queste descrizioni giungiamo a quella che è probabilmente la parte più significativa, e certamente la più affascinante del libro in oggetto: l'ultima parte, che ne giustifica e ne spiega lo strano titolo. Leggi il resto…
Non serviam (terza parte) – Stanislaw Lem

Seconda parte.
Che cos'è, allora la coscienza? Un espediente, un sotterfugio, una scappatoia, una presunta ultima risorsa, una pretesa (ma solo pretesa) corte d'appello insindacabile. E, nel linguaggio della fisica e della teoria dell'informazione, è una funzione che, una volta iniziata, non ammette alcuna chiusura, cioè alcun completamento definitivo. È dunque solo un progetto di tale chiusura, di tale “conciliazione” totale delle tenaci contraddizioni del cervello. È, si potrebbe dire, uno specchio il cui compito è quello di riflettere altri specchi, che al loro volta ne riflettono altri ancora, e così via all'infinito. Dal punto di vista fisico, ciò semplicemente non è possibile, e quindi il regressus ad infinitum rappresenta una sorta di pozzo su cui si libra e volteggia il fenomeno della coscienza umana. “Sotto il conscio” si svolge di continuo una battaglia per una piena rappresentazione – in esso – di ciò che non può raggiungerlo con pienezza; e non può raggiungerlo per pura e semplice mancanza di spazio; perché per concedere pieno e uguale diritto a tutte quelle tendenze che rumoreggiano per attirare l'attenzione dei centri della consapevolezza sarebbero necessari una capacità e un volume infiniti. Regnano quindi intorno al conscio una ressa e un pigia pigia incessanti, e il conscio non è, non è affatto, il supremo, imperturbabile e sovrano timoniere di tutti i fenomeni mentali, ma piuttosto un sughero galleggiante sulle onde agitate, un sughero la cui posizione elevata non significa il dominio su quelle onde… La teoria moderna della coscienza, interpretata sotto il profilo informazionale e dinamico, non può sfortunatamente essere espressa in modo semplice e chiaro, sicché dobbiamo costantemente ripiegare – almeno qui, in questa presentazione più accessibile sull'argomento – su una serie di modelli e di metafore visivi. Sappiamo, in ogni caso, che la coscienza è una specie di sotterfugio, uno stratagemma cui ha fatto ricorso l'evoluzione, e vi ha fatto ricorso nello spirito del suo caratteristico e indispensabile modus operandi, l'opportunismo, trovando cioè una scappatoia rapida e improvvisata quando si è scoperta con le spalle al muro. Se dunque si volesse costruire un essere intelligente procedendo secondo i canoni di un'ingegneria e di una tecnica, l'essere così costruito, in generale, non avrebbe il dono della coscienza. Si comporterebbe in modo perfettamente logico, sempre coerente, lucido e ben ordinato e potrebbe addirittura sembrare, a un osservatore umano, un genio dell'azione cre
