Da "La giustizia nella rivoluzione e nella Chiesa" – Pierre Joseph Proudhon
07 nov 2009 – 13:56 Archiviato in:
Idee

Mi sono venuti i mente i discorsi che solitamente faccio sul vedere il mondo come un sistema dinamico complesso, in contrapposizione ad un sistema governato da un programma centrale. Informaticamente parlando, è la preferenza di sistemi del tipo peer to peer (nei quali ogni individuo “dona” agli altri il proprio servizio e si coordina automaticamente con tutti per via della struttura che costituisce la rete, senza la necessità di un server centrale) e di calcolo distribuito, rispetto alla tipologia client-server (nel quale un server centrale fornisce le risorse richieste dai client).
Trasportando la cosa nell’ambito umano, si può dire che i governi siamo più simili ad insiemi di sistemi client-server (in modo maggiore quanto più si avvicinano al totalitarismo), mentre il metodo al quale sembra più naturale tendere è quello distribuito.
Leggendo il dossier, ho trovato questa parte, che mi ha molto colpito, specialmente in seguito a dei recenti fatti di cronaca. L’ho legato all’uccisione di Stefano Cucchi, nell’ottica dell’esperimento carcerario di Stanford, le cui conclusioni, sembra che fossero già state state intuite cent’anni prima in questo testo.
«[…]L’uomo di Stato, dicon gli adepti, obbedisce a due massime differenti, a due leggi, a due morali, secondo che applichi le regole ordinarie della Giustizia o che, innalzandosi ad una sfera più alta, consideri la ragion di Stato. Ma il suo animo non è affatto turbato: come nella scienza il generale passa davanti al particolare, così nella coscienza dell’uomo di Stato la morale politica, la grande morale, passa avanti alla morale volgare. Per esso, le distinzioni consuetudinarie del giusto e dell’ingiusto cambiano e si capovolgono quando è in causa la salute pubblica e la ragion di Stato. Ciò che è utile alla società, cioè alla gerarchia, alla nobiltà, al clero, al principe, passando in prima linea, è il vero bene; ciò che può loro nuocere è il male: tanto meglio per il cittadino il cui diritto è conforme, tanto peggio per colui il cui diritto è contrario. È un rischio che tutti coloro che vivono sotto la legge dello Stato si impegnano tacitamente a correre: la società non esiste che a questo prezzo. (...)»
(da “La giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa”, 1858)
