“NonCredo”: una nuova rivista illuminista
Si chiama NonCredo, è prodotta dalla fondazione “Religions Free”, ed è già possibile ricevere la propria prima copia gratuitamente.

Negli ultimi mesi sono diventato collaboratore di questa nuova rivista, ed i miei articoli inizieranno ad apparire dal secondo numero. Alcuni di quelli che ho consegnato, sono rielaborazioni di articoli che avevo già scritto per questo blog, altri invece saranno inediti.
Ho accettato la proposta perché volevo provare l’esperienza di scrivere per una rivista, quindi con particolari regole e dovendo rispettare certi standard di qualità.
Vedere le mie parole scribacchiate, apparire a fianco degli articoli di persone molto più autorevoli ed acculturate di me, mi emoziona parecchio ed un po’ m’intimorisce, ma cercherò di fare del mio meglio per produrre dei begli articoli. :-)
Questo non significa che abbandonerò questo blog, ma è probabile che gli aggiornamenti saranno un po’ più incostanti. …beh, come in questi ultimi mesi, d’altronde. ;-)
Per far capire meglio di cosa si tratta, riporto l’introduzione del primo numero, scritto dall’editore Paolo Bancale.
“Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”
- Immanuel Kant -
PER I LETTORI
Con questo fascicolo vede la luce la rivista NONCREDO che offriamo alla valutazione dei lettori quale prima pubblicazione, nello scenario editoriale italiano, totalmente dedicata alle esigenze culturali, di documentazione e di informazione di quel 18 per cento della popolazione italiana, pari ad 11 milioni di cittadini, che nel totale rispetto delle leggi, dell’etica condivisa e della più rispettosa tolleranza per le idee altrui, non si riconosce in alcuna delle tante religioni istituzionalizzate, dogmatiche e gerarchiche esistenti: parliamo dei noncredenti, e tali a qualsiasi titolo e per qualsiasi motivazione interiore, culturale o politico-sociale essi lo siano.
È bene che si sappia che noi noncredenti siamo un quinto della popolazione nazionale, sparsi trasversalmente sui due sessi, in tutto l’arco politico, in tutte le attività e professioni, presenti ovunque sul territorio nazionale, dalle città alle campagne, ed in tutte le gamme di età. Siamo una forza che crede negli ideali di laicità, aconfessionalità, autonomia della coscienza e libertà di pensiero, senza l’intermediazione di cleri di qualsiasi denominazione, o di metafisiche o di mitologie. Siamo una forza che, potenzialmente, se trova un valido polo aggregante, può contribuire a realizzare nella legislazione e nei costumi italiani quei traguardi etico-culturali che ci motivano.
Questo vuole essere il traguardo di NONCREDO, che si rivolge parimenti anche ai tiepidi, ai non convinti, ai dubbiosi.
Essi troveranno in queste pagine molto rispetto sia per i loro dubbi che per le loro fedi in crisi. Noi li inviteremo soltanto a riflettere, a pensare razionalmente, eticamente e soprattutto autonomamente, a coniugare nel proprio intimo coscienza, conoscenza e libertà. Essi troveranno nelle nostre pagine più domande che risposte, e tanti dubbi su cui meditare piuttosto che pseudocertezze o comodi placebi in cui credere.
Lettore, in questo nostro difficile momento iniziale, se ci condividi, o anche se soltanto ritieni che sia culturalmente utile ed informativo leggerci, dimostraci consenso, diffondici, dacci sostegno e fiducia col tuo abbonamento, aiuta NONCREDO a divenire presto mensile ed essere presente nelle edicole nazionali, come un autorevole e rappresentativo veicolo per i noncredenti in Italia.
Epicuro

Epicuro – spiega il concorrente – insegna che la filosofia non è solamente un esercizio mentale teorico, ma che la ricerca della conoscenza che essa porta, può e deve essere usato efficacemente per migliorare la propria condizione di vita, psicologica ed etica. La ricerca della felicità, può avvenire tramite lo studio filosofico.
Vogliamo fare un piccolo approfondimento? :-)
Secondo Epicuro, la vera felicità, identificata col piacere (in seguito spiegherò come), non è una qualità che vada ricercata di per se, quanto invece una qualità che nasce dalla mancanza del male e del dolore e quindi statica. Per eliminare questi, è necessario imparare a godersi ogni istante della vita. Al contrario, la ricerca del piacere in sé, porta ad una forma di esso che lui chiama cinetica, cioè dinamica, mutevole e sfuggente, che dura poco ed al suo termine lascia insoddisfatti. Quest’ultima affermazione, allontana di molto la sua filosofia dall’essere etichettata come edonistica.
Quello che egli propone, è un insegnamento, chiamato tetrafarmaco, che si occupa di eliminare le quattro paure principali dell’uomo. Eliminando quelle, si raggiunge la felicità.
- Paura degli dei e della vita dopo la morte. – Non si devono temere, perché gli dei non si interessano degli uomini.
- Paura della morte – Quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi.
- Mancanza del piacere – Esso è facilmente raggiungibile.
- Dolore fisico – Se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell'animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità. E i mali dell'anima? Essi sono prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali c'è la filosofia e la saggezza.
Il primo punto è la conclusione di Epicuro per questo ragionamento:
Noi sappiamo che gli dei sono onnipotenti, ossia hanno potere di fare qualunque cosa. Sappiamo anche, dalle tradizioni, che gli dei sono buoni e benevolenti, ovvero desiderano che prevalga il bene sul male. Tuttavia, è facile constatare l’esistenza del dolore e del male. Come si conciliano queste cose?
- Se gli dei non vogliono il male (benevolenti), ma non possono evitarlo, significa che non sono onnipotenti.
- Se gli dei possono evitare il male (onnipotenza) , ma non vogliono, significa che non sono benevolenti.
- Se gli dei non possono evitare il male e non vogliono, significa che non sono né onnipotenti, né benevolenti.
- Quindi, gli dei devono voler e poter evitare il male. Ma allora, perché il male esiste?
Epicuro arriva alla conclusione che gli dei non si occupano dell’uomo perché essi vivono negli intermundia, cioè gli spazi che esistono fra gli infiniti universi, inoltre, in virtù della loro perfezione, non hanno bisogno né di occuparsi dell’uomo, né di interessarsi alla vita terrena.
Infatti, il male deriva dai desideri non appagati, siano essi naturali o artificiali, e la felicità dall’assenza di timori e paure che condizionano negativamente la vita.
Da ciò, segue che gli dei non sono necessari all’uomo affinché esso raggiunga la felicità ed il bene.
Quando ci siamo noi, non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi. Epicuro ritiene che la materia sia composta di atomi, così come l’anima. Con la differenza che gli atomi di quest’ultima hanno la caratteristica di essere molto più mobili degli altri. Di conseguenza, la verità e la felicità si possono raggiungere attraverso i sensi, la felicità corrisponde al senso del piacere e, essendo l’anima composta di atomi, la morte non ci deve spaventare perché essa corrisponde alla completa cessazione dei sensi. Quindi, quando ci siamo noi (e possiamo facilmente constatare l’esistenza di noi stessi) significa che siamo vivi, quando invece c’è la morte, noi non ci siamo più, perché ciò che ci costituisce è diventato inerte e con esso cessano anche i sensi (e la capacità di constatare la nostra esistenza).
Visto a cosa si potrebbe arrivare, se su quel maledetto arnese chiamato televisione, fornissero, talvolta, spunti interessanti, e se la gente non li lasciasse scivolare sul piano inclinato della propria indifferenza? ;-)
Per approfondire un po’ di più le cose che ho tralasciato:
Epicuro (Wikipedia)
Epicureismo (Wikipedia)
Epicuro.org
L'etica di Star Trek (Appendice) - Valentina Piattelli
(Immagine: Relative di Thomas Stark)
Capitoli precedenti:
- Star Trek è cultura? Una cultura pluralista e policentrica. La ricerca come valore fondante e rispetto per il futuro.
- La Prima Direttiva
- Significati profondi della Kobayashi Maru.
- La società di Star Trek: la via della semplicità.
- La Flotta Stellare: un modello autoritario in una società libertaria.
- Violenza e non violenza in Star Trek.
- Quando Star Trek non è all'altezza dei suoi principi: i rapporti con i Borg
Relativismo Trek

Il dibattito sul relativismo culturale può essere fatto risalire alla filosofia greca ed ha sempre affascinato filosofi e antropologi, che in tutti questi secoli non hanno - per fortuna! - trovato una risposta univoca. Dico "fortunatamente" perché non penso che esista una riposta univoca, ma che piuttosto il valore del dibattito non stia nella riposta, ma nel fatto stesso che ci poniamo simili questioni.
Nel XIV secolo gli equipaggi della Federazione sembrano essere vincolati da un principio relativista quale quello della "Prima direttiva". Però ad una più attenta osservazione, quando viene citata la Prima Direttiva in Star Trek, sappiamo tutti bene che nel proseguio della puntata questa "direttiva" sarà sicuramente violata! Allora qual è il valore che la Prima Direttiva assume in Star Trek? Forse proprio la necessità di doverla violare ogni tanto, per principi non scritti più importanti.
Leggi il resto…
L'etica di Star Trek (parte 2) – Valentina Piattelli
Questa seconda parte sarà completamente dedicata all’importantissimo tema della Prima Direttiva, ovvero il comportamento da tenere in caso di contatti con civiltà aliene, specialmente se si tratta, per essere, di un primo contatto.
Il tema del primo contatto è stato affrontato molte altre volte in fantascienza, ed in moltissimi casi si sono affrontate tematiche molto profonde di antropologia, psicologia e filosofia.
Altre due opere che hanno affrontato questo argomento e sono state citate su questo blog, sono Solaris, di Stanislaw Lem e Picnic sul ciglio della strada di Arkadi e Boris Strugatski.
Nel prossimo capitolo, si parlerà dei Significati profondi della Kobayashi Maru (un test simulativo senza soluzione che viene somministrato ai cadetti della Flotta Stellare) e della Società di Star Trek, come via della semplicità.
Capitoli precedenti:
La Prima Direttiva
"Poiché il diritto di ogni essere senziente a
vivere secondo la sua naturale evoluzione culturale è considerato
sacro, nessun membro della Flotta Stellare interferirà con lo
sviluppo normale e salutare di una cultura o forma di vita aliena.
Tale interferenza include l'introduzione di conoscenze, tecnologia,
armamenti superiori in un mondo la cui società sia incapace di
utilizzare saggiamente tali innovamenti. Il personale della Flotta
Stellare non può violare la Prima Direttiva, neanche per salvare le
proprie vite o le proprie navi, a meno che non agiscano per
rimediare ad una precedente violazione o ad una contaminazione
accidentale della cultura in oggetto. Questa direttiva ha la
precedenza su tutte le altre considerazioni, e comporta la massima
obbligazione morale".
- Prima Direttiva

La scelta di basare l'intera esplorazione sull'ideale di non interferenza è dovuta al profondo rispetto di Star Trek per tutto ciò che è 'altro'. Essere in grado di affrontare il problema della comunicazione con l''altro' è infatti uno dei requisiti stessi richiesti ad ogni capitano e comandante di astronavi.
Se l'intera esplorazione è basata sull'ideale di non interferenza, ciò non è un caso, ma trae origine da un altro dei valori portanti del mondo di Star Trek: la preservazione della memoria del passato.
L'essere umano ha una dimensione storica e culturale: quello che differenzia l'essere umano dagli altri animali (o in questo caso cosa differenzia gli esseri senzienti dagli altri esseri) è proprio l'avere una cultura, un retaggio, una storia. Non quindi Storia come magistra vitae, ma Storia come una studio delle fasi dell'esistenza culturale di una civiltà, indispensabile per capirne gli sviluppi presenti e quelli futuri. Solo in questo senso la storia può avere anche qualcosa da insegnare. In questo caso, le esplorazioni compiute dal genere umano nel passato ci insegnano che, anche con le migliori intenzioni, l'incontro affrettato fra due culture, è degenerato quasi sempre in scontro.
Leggi il resto…
Crescere bambini in una coppia omosessuale
Riporto un discorso che ho fatto in Facebook sulla bacheca della causa “Firma la petizione per la decriminalizzazione universale dell’omosessualità”. Si parla della possibilità per le coppie omosessuali di crescere dei figli. Anche fra chi è favorevole alle coppie omosessuali, spesso nega quella che, secondo me, è la conseguenza logica e naturale, cioè la possibilità da parte loro di crescere dei bambini. Ora, riportando i miei interventi, cercherò di spiegare il motivo. Solitamente l’argomento usato è la “naturalità” dei comportamenti, ovvero: se la natura ha disposto l’esistenza di sessi opposti, noi dobbiamo seguire quell’orientamento.
Il primo commento che ho fatto è stato per confutare l’idea della possibilità che esistano comportamenti “non naturali”.
Fintanto che una cosa esiste, fa parte della natura e va accettata.
Riporto, dal brano “Dio è taoista?” del logico e filosofo Raymond Smullyan:
«Goethe ha espresso molto bene tutto ciò: “Nel tentare di opporci alla Natura noi, nell'atto stesso di farlo, operiamo secondo le leggi della natura!”. Non capisci che le cosiddette “leggi della natura” non sono altro che una descrizione di come appunto tu e gli altri esseri agite? Sono semplicemente una descrizione di come tu agisci, non una prescrizione di come dovresti agire, non un potere o una forza che costringe o determina le tue azioni. Per essere valida, una legge della natura deve tener conto di come tu di fatto agisci, o, se preferisci, di come tu scegli di agire.»
La risposta a questo è stato che seguire un simile ragionamento sarebbe deleterio perché si considererebbero naturali e permessi anche comportamenti “non buoni” come la violenza, la pedofila o altri orientamenti sessuali parafiliaci come la zoofilia. Viene quindi riportato il discorso nell’ambito della società umana.
Questo mi permette di ampliare e successivamente entrare più nel dettaglio dell’argomento.
Anche il tuo opporti alle opinioni nostre, è perfettamente descritto dalle leggi della natura, in quanto il tuo intelletto, la tua mente, come pure le nostre, sono il risultato di milioni di anni di evoluzione naturale. La tua mente, emergenza della relazione fra cervello, corpo ed ambiente, nel formulare i tuoi pensieri, agisce secondo le leggi della natura allo stesso modo in cui fanno le nostre.
Altra questione è la conservazione delle tradizioni di una società (anch'essa, altra emergenza della relazione fra gli individui che la compongono). Tutto in natura mira alla sopravvivenza ed essa avviene più efficacemente, quanto meglio ci si riesce ad adattare all'ambiente. Ma l'ambiente è anch'esso influenzato da noi allo stesso modo in cui noi siamo influenzati da esso (con "ambiente" intendo, mettendo su un piano dualistico, tutto ciò che non è ME), in un continuo rapporto di azione, reazione, retroazione. Infatti, la natura è un sistema dinamico complesso.
Capisci anche tu quanto sia semplicistico quindi, uscirsene equiparando sullo stesso piano pedofilia ed omosessualità. Una mente lungimirante ed attenta, potrebbe arrivare alla conclusione che se c'è da stabilire una regola etica (le regole nascono dall'uomo e valgono come regole solo nel sottosistema per cui l'uomo le concepisce) che permetta ad una società di prosperare più a lungo e fruttante la maggior soddisfazione e felicità per i suoi appartenenti, quella non può essere altro che: "non causare dolore".
Ora, riesamina il tuo paragone fra pedofilia, zoofilia ed omosessualità in base a ciò. :-)
Inoltre, tu dici, parlando di adozioni da coppie omosessuali: "E dato che i bimbi sono come spugne, cosa dovrebbero fare vedendo i due papà o le due mamme amoreggiare o litigare, cosa dovrebbero pensare, come dovrebbero orientarsi sessualmente?!?!?"
Spiegami cosa temi che accada? :-)
Perché se non hai nulla contro le coppie omosessuali, non dovrebbe esserci neppure nulla contro l'eventualità che un bambino conosca cosa sia l'omosessualità attraverso i propri genitori adottivi e la consideri, in questo modo, "naturale" e "normale". Al contrario, se pensi che il bambino non la dovrebbe considerare tale, risalendo la catena, ne consegue che in qualche modo pensi anche che ci sia qualcosa che non (non "normale", non "naturale") va nell'esistenza di coppie omosessuali. Non parlo magari di un rifiuto conscio della cosa, ma il considerarlo, sotto sotto, una anomalia che vada evitata e magari poco alla volta eliminata. Forse temi che i bambini sviluppino anch'essi una tendenza all'omosessualità? Ma se anche lo facessero, che problema sarebbe? Non credo che l'umanità si estinguerebbe solo perché finalmente accetta vari comportamenti sessuali. ;-)
Comunque, per "tranquillizzare" quelli che la pensano in quel modo, è recente uno studio per il quale la probabilità che un bambino di una coppia omosessuali sviluppi le stesse tendenze omosessuali dei genitori è esattamente la stessa che ha quello di una coppia etero.1 ...ma ripeto: anche se non fosse. dove sarebbe il problema? :-)
L’argomento contro è stato che, vivendo noi in una società nata e cresciuta grazie alla contrapposizione naturale fa i due sessi, è normale considerare l’omosessualità una devianza, pur permettendo loro di frequentarsi e sposarsi senza operare persecuzioni e discriminazione, secondo una filosofia del “vivi e lascia vivere”, ma che i figli di coppie omosessuali, in una società simile non potrebbero vivere bene.
Il discorso sulla possibilità di crescere o meno figli in coppie omosessuali non è determinante per la natura (la quale, per definizione, comprende tutto l'esistente e non può essere che perfetta ed equilibrata in ogni singolo istante), ma nel sottosistema che l'uomo (grazie alle caratteristiche che "in natura" ha sviluppato) ha delineato per permettere un miglior adattamento all'ambiente (e quindi maggiori probabilità di sopravvivenza… alla fine, tutto rientra in questo). Per fare ciò ha delineato delle regole (UMANE quindi) e vari tipi di società. La società è un insieme di regole condivise che permettono maggiori probabilità di sopravvivenza. Buona parte di queste regole non scritte, sono eredità di periodi in cui la sopravvivenza della "tribù", come identità espansa della "famiglia", dipendeva strettamente dalla procreazione e dall'allargamento della tribù stessa (mediante figli o annessioni di altre tribù creando coppie con loro). Da qui, nacquero molte regole e tabù, come appunto quello dell'omosessualità, ma anche quello dell'incesto, ad esempio. Queste regole vengono attualmente portate avanti dalle persone con ideali più tradizionalisti e conservatori, seconda la logica che "se hanno funzionato fino ad ora, non vanno cambiate". Il fatto è che l'ambiente cambia in continuazione (anche grazie all'intervento dell'uomo, ovviamente) e l'uomo si deve adattare velocemente. Attualmente, i principali problemi che minano alla sopravvivenza, non sono risolvibili tramite il metodo della procreazione. Abbiamo avuto una rivoluzione industriale che ha portato benessere, ma anche molti svantaggi, abbiamo addirittura il problema della sovrappopolazione, che causa un grande consumo di risorse e degrado (dal punto di vista delle specie che vi vivono) delle condizioni ambientali. In tutto questo, le precedenti regole nate per scoraggiare comportamenti (naturali!! In quanto non possono essere diversamente. L’argomento della naturalità, non può essere mai valido per confutare i comportamenti umani. Al contrario, sono validi argomenti sulla “convenienza” per l’uomo di un tale comportamento e la possibilità o meno che causi dolore), che impedissero il processo di procreazione massiccia, iniziano a cadere, quando addirittura non diventano peggiorative. Questo per completare il sottofondo filosofico e antropologico della questione. :-)
Torniamo quindi nel sottosistema "società" delineato dall'uomo. L'esistenza delle regole, fa sì che chi non le rispetta venga allontanato dalla società, considerato, come si dice in gergo, un deviante. Questo fino a quando buona parte delle persone considera ancora valide quelle regole.
Andando ancora più "vicino al suolo", abbiamo che l'unico problema che potrebbe avere un figlio cresciuto in una coppia omosessuale, è che la società non lo accetti, considerandolo un deviante. Questo gli causerebbe infelicità. Quindi dolore.
Ma l'origine di questa infelicità dove va cercata? Nel fatto che una coppia omosessuale l'abbia cresciuto (immagino con lo stesso affetto che avrebbe avuto una coppia etero), oppure nelle persone che seguono regole senza rendersi conto che sono ormai obsolete se non deleterie?
In base a ciò che si risponde a questa domanda, una persona arriva ad una delle due soluzioni che ritiene più ideale, cioè se impedire alle coppie omosessuali di cresce bambini, oppure far sì che l'omosessualità venga completamente accettata dalla società e con essa anche ciò che ne deriva, cioè che gli omosessuali possano avere pari diritti e quindi anche la possibilità di crescere bambini.
Colgo l’occasione anche per segnalare questo articolo molto lucido ed approfondito, che ho trovato riguardo alle varie forme di omofobia: Omofobie, ovvero: un tuffo nelle fogne italiche
1. Queste le conclusioni: «The review of these articles brings to light that children brought up by homosexual parents do not differ from other children in adjustment and psychosexual development. However, 2 out of the 8 studies, investigating peer relations, described episodes of stigma endured by the children of homosexual families. Furthermore, the quality of parenting, comparing homosexual and heterosexual parents, does not differ much. Though, findings do suggest that homosexual parents tend to reveal better parenting skills. Parents ’ sexual orientation, at least as regards lesbian mothers, does not seem to hinder the children’s development. On the other hand, stigma and the lack of social and legal recognition does impinge on homosexual families.»
Trad: «La revisione di quegli articoli porta alla luce che i bambini cresciuti da genitori omosessuali non differiscono dagli altri bambini nell'orientamento e nello sviluppo psicosessuale. Comunque, 2 degli 8 studi, investigando sulle relazione interpersonali, hanno descritto episodi di emarginazione sofferti da parte dei bambini di famiglie omosessuali. Inoltre, la qualità della vita famigliare, confrontando genitori omosessuali ed eterosessuali, non aveva differenze significative. Nonostante questo, le ricerche suggeriscono che i genitori omosessuali tendono ad avere migliori qualità genitoriali. L'orientamento sessuale dei genitori, almeno per quanto riguarda le madri lesbiche, non sembra ostacolare lo sviluppo di quello dei figli.
D'altro canto, l'emarginazione e la mancanza di riconoscimento sociale e legale hanno un effetto negativo sulle famiglie omosessuali.»
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Finisco lasciandovi il link ad una ottima recensione scritta da Niccolò.
